La pittura di Bruno Regni

Testo del critico d'arte Livio Garbuglia

Il nuovo equilibrio, un pensiero disposto a cercare, ad aprirsi alla verità, nel linguaggio dell’arte.
Il dominio contemplativo della tensione che anima la fisionomia sottilmente intelligente e sensitiva.
Forme tornite nello spazio dalla luce.
Nostalgie classicheggianti nel sembiante dell’esistenza.

Pur presentandosi negli stessi termini razionalistici e visionari dell’avventura-corpo femminile, i racconti sofisticati evento-nascita del pittore Bruno Regni, non sono semplicemente edonistici, oppure ermetici; essi sottendono invece la disponibilità a mettere in discussione la propria “visione del mondo” , le proprie verità, le proprie certezze, (Evento, Sei frammenti di nudo, Felicità azzurra). Nell’opera Evento l’intensità vitale nasce dalla presenza luce-sostanza che anima le due figure della donna e del bambino quasi sospese nella fondazione, e dalla persuasione essere nel mondo che si mitiga dalla gestualità della dea, tesa nello sforzo rammemorante di assecondare l’incombere aereo della conchiglia e dell’uovo e quello più insinuante e definitivo della terra. L’opera dà spazio a un pensiero rammemorante, un pensiero disposto a cercare, ad aprirsi alla verità, nel linguaggio dell’arte. Bruno Regni affida a un linguaggio metaforico e innovativo nel simbolo arte-sostanza-vita il compito di rintracciare l’essere, di giungere a una rinnovata autoriflessione e un approfondimento dell’umanità. L’interpretazione del passato peraltro è assai libera: venata di nostalgie classicizzanti, come rivela la studiata posizione della Venere, la presenza dell’uovo, posto quasi in asse con le de figure umane e collocato all’interno della conchiglia, antico retaggio dell’abside di Piero della Francesca, eppure pronta a svincolarsi dalle suggestioni della tradizione laddove ciò contrasti con la costruzione-nuovo equilibro di Regni. Il “Nuovo equilibrio” è un modo di porre il rapporto tra l’essere umano e l’arte, una flessione meno stellare e più dubitativa, ricca di infinite articolazioni, che dà nuova forma-verità alle immagini figurative.
La luce invade la figura femminile affiorante (Felicità azzurra), secondo una concezione analoga a quella della pittura prospettica. La fisionomia femminile mobile si definisce in una grafica decisa e pura, fermando un movimento di energia aggressiva cui lo sguardo concentrato non consente di sfuggire. La modella racchiusa in forme semplici, tornite nello spazio dalla luce, secondo un impianto sintetico: si presenta formando una fisicità immediata modellata e distesa da una luce palpitata in ogni passaggio della forma spoglia. Da ciò il dominio contemplativo della tensione che anima la fisionomia sottilmente intelligente e sensitiva, che emerge dall’ambiente creato. Sei frammenti di nudo rappresentano il momento di Regni in cui egli, pure serbandosi coerente alla preferenza per la ritmica della condotta linea-colore-involucro –fisicità, prova una disciplina compositiva per simmetrie di distribuzione e di plastica simmetrica nell’impianto, che accentua i valori di “nuovo equilibrio” senza terminare in equivalenza che avrebbe ridotto la visione continua, raramente cadenzata, delle presenti sigle grafiche. L’Autoritratto rappresenta per il Regni un momento di limpida intensità, coerente al distacco da illazioni narrative frequenti nella pittura, preferendo evocazioni ispirate a climi di suggestiva riflessione interiore.
Rispetto alle aderenze alla tradizione maniera transavanguardia la sua opera prosegue nella tematica più determinata del “nuovo equilibrio”, in questo ritratto di un calore solatio e di una labirintica pensosità Regni dà una misura pura di uno stile che, attingendo nella composizione alle volumetrie tradizionali, ne dà una versione personale di un’intimità emotiva. Ne deriva una partitura di linee di fisicità immediate sfioranti e mobili, che anima ogni parte in una inesauribile pulsazione.
Il nuovo equlibrio di Bruno Regni si contrappone alla visione appiattita e anti-umana delle realtà e dell’arte, che comprende la civiltà-consumo, prodotta dalla “piccola ragione umana” che vuole ridurre tutto a frequenze mediatiche, nella ripetitività di numeri e calcoli.

LIVIO GARBUGLIA


Hanno scritto delle sue opere:

- “Un critico che, come Bruno Regni, decide di “scendere in campo” e di esporsi senza filtri allo sguardo del visitatore, non può non ricorrere per istinto alla protezione della memoria: è il momento del recupero di esperienze sommerse, dei Maestri di un tempo e delle loro opere che riaffiorano inconsapevolmente attraverso il segno incompiuto, il colore povero, la parola dipinta. Il bianco non toccato per poterci disegnare sopra come su una tavoletta verginale, la figura appoggiata sui colori perché il tratto perché il tratto a matita non abbia fondo, esprimono in modo diverso ma concorrente il pudore della rivelazione, in chi per anni ha esplorato l’intimità dell’altro attraverso segni e disegni ...” Michele de Gaetano

- “... Tante parole. Tante, e sempre semplici, decise e incisive, quelle attraverso le quali ho conosciuto Bruno. Sembra strano, ma sono state le parole, quelle del critico d’arte, a farci incontrare. Sono passati molti anni prima che, assieme alle parole, conoscessi l’arte figurativa di Bruno. Un’arte ‘dedicata’ alla grafica, all’architettura, sempre alla ricerca, mai al banale., al solito, all’usuale. Una presenza forte, ma discreta. Un tratto, e una parola, mai incerta, un segno che lascia sempre qualcosa al di là del tempo ... un segno vivo, indelebile ...” Giacinta d’Agostino

- “... I tratti rarefatti e lo spazio in gran parte incontaminato mi hanno suggerito una immagine di ‘essenzialità’ e di straordinaria efficacia interpretativa dell’intima natura del soggetto ... Scogli. Cosa di più concreto e solido e tangibile? Ma cosa di più lieve, fluido ed evanescente degli elementi con cui si confrontano, il cielo e il mare, l’aria e l’acqua? Ho usato il termine ‘provocatorio’, proprio a causa dell’estrema parsimonia dei segni, della rigorosa monocromia di base ...” Maria Antonietta Lisi

- ... i quadri di Bruno Regni la cui la ricerca sull’immagine minimale e sull’immagine selettiva si va a porre all’interno del discorso ermeneutico che converte in una fondazione della soggettività comprendente ciò che fin dall'antichità era stato esperito come una forma eminente del tramandamento di contenuti culturali, o insomma come il costituirsi oggettivo dei sensi a cui il soggetto è già sempre assegnato. Per la moderna critica d’arte l'interpretazione appare così una dottrina molto più universale poiché l’opera che liberamente possiamo interpretare è la storia universale ... Un’operazione tendente alla realizzazione (ammesso che possa essere realizzata) di un’opera pittorica “aperta” è la ricerca sull’immagine minimale e sull’immagine selettiva. L’immagine minimale si presenta come una realtà che ha già avuto una trasposizione attraverso segni convenzionali che tendono a ri-creare nella sfera della memoria dell’osservatore un contesto e aprono a una narrazione figurativa e di contenuti. L’immagine selettiva, d’altro canto, attraverso soprattutto la scomposizione e la frammentazione di una realtà ri-creata viene offerta all’osservatore per una ri-composizione mentale nella sfera dell’immaginario visivo.” Paola Marotti