La pittura di Lucio Ranucci

Testo di Silvano Rizza

Doveva essere il 1960 quando lo rividi dopo tredici anni di silenzio. Silenzio mio, che ero rimasto in Italia a fare il giornalista. Suo, che era partito d'improvviso per l'Argentina senza nessun programma o prospettiva. Ritornò quell'anno come direttore di "ULTIMAS NOTICIAS", quotidiano della sera di San José di Costa Rica, soprattutto, penso, per rivedere a Milano la sorella - con la quale mi piacerebbe sapere quante volte si era fatto vivo, visto che ha sempre comunicato poco con la parola.

Ci eravamo conosciuti a Milano da ragazzi, coinvolti in una esperienza di velleitari studenti-attori, presentatori, registi, autori di testi di commedie musicali in teatri di periferia. Poi la guerra. lo pilota in Italia, lui volontario in Africa e prigioniero degli Inglesi in Tunisia. Anni di vite ignote l'una dall'altra, finché, per caso, ci incontrammo di nuovo a Milano. Dopo il ventennio Fascista c’era gran voglia di satira e così nacque il settimanale "Nuvole", titolo preso da Aristofane, grazie al finanziamento di un altro reduce sbandato che aveva venduto, allo scopo, un paio di scarpe e un orologio. Come investimento non era gran che, ma per un po' di mesi tirammo avanti, scrivendo di tutto e beffeggiando tutti. Non so se, a tempo perso, lui dipingesse, ma certo disegnava. Per "Nuvole" vignette, belle e durissime di segno e di significato, dirette contro bersagli multipli visto che la vocazione anarchica gli toglieva l'ingombro di una qualsiasi ideologia.

L'emigrazione in Argentina a principio del 1947 aveva dato inizio al secondo periodo di silenzio.

I suoi biografi dicono che passando da un paese all'altro dell'America Latina, si era insegnato in tanti modi. Guida di carri funebri, per esempio, e di grossi camion sulle Ande. Ma ho ragione di pensare anche a occupazioni meno codificate, come un laico trafficare in indulgenze per l'anno santo 1950. Aveva anche cominciato a fare il pittore sul serio perché gli organizzarono una mostra a Lima, in Perù, e il regista e scenografo dei teatro universitario a Quito, in Ecuador, nonché qualche altro mestiere che mi sfugge. Infine le sue fortune erano risalite di parecchio in Costa Rica dove s'era trovato a partire dal 1951.

Non ho il senso dei tempo e non so quanto ne passò dopo quel viaggio di ricognizione da giornalista e prima che ricomparisse in Italia. Comunque, questa volta venne come primo segretario dell'ambasciata dei Costarica a Roma e seppi il resto.

Nei suoi undici anni con base a San José aveva partecipato alla difesa armata contro un golpe ed era stato in prigione nel Nicaragua per aver lottato contro Somoza, aveva intervistato Fidei Castro e Che' Guevara, diretto il teatro nazionale ma anche dipinto, con mostre in vari paesi. Si era cimentato anche in affreschi all'aeroporto di San José.

Non passò molto, era il 1962, che si dimise da diplomatico e, a parte la pubblicazione di un paio di libri, uno con lo sfondo di una rivoluzione centroamericana, l'altro sull'epopea degli indiani d'America, sostanzialmente non fece altro che l'artista, perché ve lo cominciava a costringere il successo o perché si era stancato di girare. Ma in verità fa ancora oggi grandi viaggi partendo dalla Provenza in cui si é stabilito. Lo vengo a sapere guardando i suoi quadri, quando ogni anno ci vediamo a Ferragosto per una settimana a casa sua che compensa la consueta assenza di contatti e telefonate.

I quadri hanno sempre messo in scena la sua vita e quella dei popoli che lui, Lucio Ranucci, ha incontrati. Donne, Uomini, composizioni dal sapore rinascimentale, Forme, colori, visi socchiusi alla speranza, sentor di cubismo, braccia, lavoro, gente rude per lo più, di tutti e cinque i contenti. Ma é inutile parlarne. Vien tutto a galla da sé, scorrendo le pagine che seguono...

SILVANO RIZZA