Idealismo
e fantasia, cioè, superamento della pura mimesi.
Ammirazione estatica e
studio diligente di ogni particolare naturale.
Ansia trepida dinanzi all’infinito e alla complessità
cosmica
Leonardo da Vinci, Vinci (Firenze), 1452-Cloux presso Amboise,
1519.
La grande personalità di Leonardo da Vinci influenza ance
l’architettura e la scultura, si esercita in tutta una serie
di esperienze e invenzioni scientifiche talora di sapore precorritore
avveniristico; ma soprattutto si esplica nella pittura. Nel suo
Trattato della Pittura, l’arte diventa qualcosa di superiore
alla semplice imitazione, e alla stessa realtà naturale,
qualcosa di divino. “Il pittore che ritrae per pratica e giudizio
d’occhio, senza ragione, è come lo specchio che in
sé imita tutte le a se contrapposte cose senza cognitione
di esse”. Dunque occorre la ragione o spirito scientifico
“il pittore è padrone di tutte le cose che possono
cadere in pensiero all’uomo (…) ed in effetti ciò
che è nell’universo per essenza, presenza o immaginazione,
esso lo ha prima nella mente, e poi nelle mani (…)”;
dunque il pittore non deve possedere solo le realtà fenomeniche
della natura, ma le sue strutture e potenzialità. Infatti,
“(…) le opere che l’occhio comanda alle mani sono
infinite (…). La deità che ha la scienza del pittore
fa che la mente del pittore si tramuta in una similitudine di mente
divina imperocché con libera potestà discorre alla
generazione di diverse essenze di vari animali, piante, frutti,
paesi, campagne, ruine di monti, luoghi paurosi e spaventevoli (…)”.
Ma Leonardo sente lo smisurato mistero naturale, cosicché
l’opera d’arte non può giungere a fissare la
realtà completa di quanto ritrae.
“tutte
le forme e li effetti della natura”
“Quel maestro il quale si desse ad intendere di potere riservare
in sé tutte le forme e li effetti della natura, certo mi
parrebbe questo essere ornato di molta ignoranza, con ciò
sia cosa che detti effetti sono finiti e la memoria nostra non è
di tanta capacità che basti”.
Idealismo, fantasia,
ammirazione estatica
di ogni particolare naturale
Pertanto, la pittura di Leonardo da un lato è idealismo
e fantasia, cioè superamento della pura imitazione; ma dall’altro
lato è ammirazione estatica e studio diligente di ogni particolare
naturale ed è ansia trepida dinanzi all’infinito e
alla complessità cosmica.
Lo sfumato
Nel concreto procedimento artistico, ciò porta a preventivi
studi in disegni dei quali alcuni hanno chiara oggettività
scientifica nella pittura vera e propria poi, la forma non si isola
come prima a Firenze nella definizione disegnativi, plastica, modellata
dal chiaroscuro, ma si inserisce nel tutto mercè lo sfumato,
cioè una lieve penombra atmosferica che attenua i contorni;
o meglio una mezza luce come quella “sul far della sera (…)
quando è cattivo tempo” “e che comporta grazia
e dolcezza”. L’individualità di ogni cosa è
precisata, ma viene fusa nell’insieme ed il realismo si vela
di mistero.
L’Annunciazione
L’Annunciazione degli Uffizi proviene dal convento di San
Bartolomeo di Monte Oliveto nei dintorni di Firenze, ed era attribuita
tradizionalmente a Dmenico Ghirlandaio. Non è un’opera
menzionata dal Vasari. Portata a Firenze nella Galleria degli Uffizi
nel 1867, fu assegnata a Leonardo per la prima volta dal Liphart
(1869), con cui ha concordato, meditatamente tutta una schiera di
successivi conoscitori dal Bode al Venturi al Berenson al Clark
fino a Castelfranco.
Ad Oxford d’altronde esiste un disegno del Vinci per la manica
destra dell’angelo, e al Louvre uno per il manto della Madonna.
Ma nemmeno queste due prove decisive (i disegni potrebbero essere
da e non per il dipinto), e gli oppositori all’attribuzione
non furono minori di numero né di autorità, dal Morelli
e il Cavalcaselle a Neydenreich o il Calvi. Da costoro sono proposte
altre paternità, quali Ghirlandaio o Ridolfo del Ghirlandaio
o Verrocchio e Lorenzo di Credi, eccetera. Però nonostante
gli scrupoli di alcuni studiosi d’arte per una sicurezza assoluta,
prevale oggi la convinzione della paternità leonardesca,
seppure in momento giovanile (c. 1472-75) e nell’ambiente
collettivo della bottega del Verrocchio. Inoltre con un lungo e
non continuo processo di realizzazione del dipinto da parte di Leonardo,
il chè spiegherebbe la mancanza di un deciso impulso iniziale
che avrebbe caratterizzato con più forza l’opera. Questa
risulta però superiore alle possibilità di un Ghirlandaio,
come di qualsiasi altro degli allievi del Verrocchio.
La scena si svolge sul prato fiorito dinanzi ad un’aristocratica
villa di architettura fiorentina con la Vergine seduta di fronte
ad un leggìo sorretto da una tavola marmorea di ricchissima
ornamentazione rinascimentale, verrocchiesca. Alla Madonna posta
in posizione quasi frontale, ed inserita entro un fondale architettonico,
si contrappone l’angelo di profilo, teso nel gesto di annuncio,
raffigurato nel paesaggio aperto. Un muro a balaustra separa, a
metà altezza del dipinto, questo quieto recinto dal successivo
allargarsi del paesaggio, che dopo quinte di alberi (tra cui il
toscano cipresso) si inoltra fino ad acque e montagne remote. L’estrema
dolcezza unita ad una ferma precisione di ogni particolare nel primo
piano, l’ampiezza cosmica e sfumata del paesaggio, risultano
già leonardeschi; sebbene manchi ancora le due figure dal
nitido contorno l’applicazione dello “sfumato”.
Epifania
Straordinario anticipo stilistico del ‘500
Per i monaci di San Donato a Scopeto Leonardo assunse nel 1481
l’impegno per una epifania da farsi al massimo in trenta mesi;
ma trasferendosi a Milano nel 1482, la lasciò incompiuta
in casa di Amerigo Benci. Nel secolo XVII essa passò in proprietà
medicea e poi agli Uffizi. La data dell’opera risulta quasi
incredibile, per lo straordinario anticipo stilistico sui tempi,
tanto è vero che il Muntz non poteva ritenerla che del cinquecento.
Abbandonando la precedente tradizione iconografica con tutti i particolari
relativi al carteggio dei Magi, ecc. (invece, in un primo disegno
di Leonardo al Louvre, si vedono ancora, ad esempio, l’asino
e il bue) Leonardo risolve infatti la scena concentrandola in un
cerchio fremente di figure intorno alla Vergine col Bambino; mentre
nello sfondo architetture in rovina, e figure in movimento e combattenti
turbinosamente, alludono forse allo sfacelo del precedente mondo
pagano.
Lo schema piramidale del gruppo centrale, la significatività
tutta concentrata nella figura umana, l’intensa carica emotiva
e psicologica (pur con certo significato enigmatico), la nuova drammatica
e fusa monumentalità della forma, fanno di questo dipinto
incompiuto del 1481 il primo testo già appartenente, in realtà,
al cinquecento.
Confronto
con l’Annunciazione di Lorenzo di Credi
Da un lato la potenza leonardesca dell’Epifania e dall’altro
lato la calligrafica ma fredda grazia di Lorenzo di Credi (1455-1537),
attento lettore della tecnica dei pittori fiamminghi, come nell’Annunciazione
degli Uffizi che è forse il suo capolavoro.
Monna
Lisa (la Gioconda) L’effetto misterioso
anche dovuto al largo uso dello sfumato. Il significato enigmatico nell’ineffabile
sorriso
All’ineffabile sorriso della Gioconda l’effetto misterioso
è anche dovuto al largo uso dello sfumato, nel taglio degli
angoli della bocca e degli occhi. Leonardo ha lasciato queste parti
indefinite, immerse in una morbida penombra, dove ciascuno forse
può leggere una presenza umana costante, inquietante ed enigmatica.
Leonardo grande osservatore della natura conosceva meglio di chiunque
prima di lui il meccanismo dell’occhio umano. Aveva chiaramente
individuato un problema che la conquista della natura aveva proposto
agli artisti: un problema non meno complesso di quello di combinare
insieme esattezza di disegno e armonia di composizione.
Le grandi opere dei maestri del Quattrocento italiano che seguirono
le orme di Masaccio hanno in comune una certa scabra durezza, una
certa legnosità e non per mancanza di sapere. Nessuno poteva
essere più attento dell’imitazione della natura di
Van Eyck. Fuori discussione l’esperienza in materia di disegno
esatto e di prospettiva del Mantenga. A differenza dei suoi predecessori
Leonardo ritrae la figura, linea per linea e particolare per particolare,
immaginando che essa possa muoversi e respirare. Infatti nella Monna
Lisa i contorni non sono delineati rigidamente, la forma un po’
vaga come se svanisse nell’ombra ogni impressione di rigidezza
e di aridità quindi evitata.
Questa è la famosa invenzione leonardesca detta lo sfumato:
il contorno evanescente e i colori pastosi fanno confluire una forma
nell’altra lasciandoci mai sicuri dello stato d’animo
con cui Monna Lisa ci guarda.