Cimabue (Cenni di Pepo), notizie
dal 1272 al 1302.
Il confronto tra le grandi e superbe Maestà, di
Cimabue, Duccio, Giotto, ci presenta con molta chiarezza la pittura
italiana quasi ad un suo primo nodo viario. Nella Maestà
di Cimabue (in origine all’altar maggiore della chiesa di
Santa Trinita a Firenze, e databile al 1280 c.), la tradizione bizantina
medievale ancora permane, ma ormai ad un punto di sbocco. Nella
parte inferiore, in tre archi del soppedaneo del trono, sono collocati
quattro visionari profeti, entro una compressa spaziale che ricorda
quella di una cripta; mentre sopra si sviluppa, come in un’ampia
navata di chiesa, l’elaborato trono con la Vergine e il Bambino
fiancheggiati da angeli. Qualche accenno prospettico comincia a
scavare la profondità, anche se permane un verticalismo in
superficie ed un senso corale; e il sottile lumeggiato aureo del
manto della Vergine, seppur bizantino, ora contribuisce ad intenerire
la figura, che si fa comunicativa ed umana nell’additarci
il Bambino Gesù benedicente. Una tradizione storica inaugurata
all’inizio del Trecento e ribadita per secoli dagli scrittori
d’arte, fà di Cimabue il capostipite dei pittori italiani.
Con lui prende avvio la scuola fiorentina, che all’inizio
del Trecento come avviene in letteratura impone la propria “lingua”
a tutta Italia. Questa interpretazione corrisponde solo in parte
all’effettivo sviluppo storico della pittura italiana, tuttavia,
rimane anche oggi la fondamentale linea di lettura delle origini
della grande pittura italiana.
LIVIO
GARBUGLIA
Cimabue, Madonna
in Maestà con angeli e quattro profeti, tempera su
tavola, cm 385x223, 1280-85, Firenze, Galleria degli Uffizi
Cimabue, Madonna
col Bambino in trono e due angeli, tavola, cm 218x118, 1300
c.,
Bologna, Santa Maria de' Servi