La pittura di Germano Paolini

Testo di Nicoletta Cardano

In occasione della mostra alla
Galleria Comunale di Grosseto "P.PASCUCCI"

Tra le varie strade che ad ognuno di noi è dato di praticare nel corso dell'esistenza, Germano Paolini ha scelto quella della pittura. L'approccio al "mestiere" di pittore è avvenuto gradualmente, fuori da scherni obbligati. Secondo una storia comune a molti artisti l'iniziale e casuale suggestione per la pittura, segnata da un periodo di sperimentazione da autodidatta, ha assunto progressivamente attraverso la pratica una fisionomia più precisa sino a configurarsi come dimensione privilegiata di una ricerca che è insieme esistenziale ed espressiva. Dedicandosi al lavoro artistico con continuità in quest'ultimo periodo Paolini è giunto ad estrinsecare con sicurezza le proprie qualità pittoriche in un insieme di opere che, presentate per la prima volta in quest'occasione, segnano il suo esordio espositivo.
Si tratta di una serie di dipinti ad olio, prevalentemente paesaggi e poche nature morte, in cui il dato dominante è quello dei colore.
Per Paolini, infatti, dipingere è prima di tutto un fatto istintivo, immediato, collegato alla sfera emozionale, ma anche alla prassi del fare artistico. La pittura è per lui "fare", combinare insieme colori che si espandono liberamente sulla tela, inseguendo frammenti di immagini mentali, sensazioni che affiorano dalla memoria. Dagli accordi cromatici, dalle diverse possibilità di rapporti tonali dipendono il succedersi e il dissolversi delle immagini e viceversa, in un fluire continuo che determina l'esito finale del lavoro.
Alieno da ogni concezione intellettualistica o definizione in termini razionalistici della pittura, Paolini non stabilisce nessuna "architettura" del quadro, non si prefigge altro scopo se non quello del dipingere. Le sue visioni partendo da un dato reale si allargano nello spazio della tela, organizzandosi secondo un impianto coloristico per sovrapposizioni successive intorno alla linea dell'orizzonte, in una continua esplorazione delle sconfinate e mutevoli facoltà della immagine pittorica.
Dallo spazio quasi rappreso degli interni con figure (giocatori, uomini al bar, suonatori) protagonisti dei primi quadri dell'artista con accenti più marcatamente espressionistici e toni scuri, il colore dei nuovi lavori sembra liberarsi, aprendosi con pennellate larghe e ariose ad illimitate possibilità espressive.
I paesaggi aperti, le marine, la campagna lungo il fiume, ma anche gli scorci urbani- armoniche fusioni di frammenti di città viste, pensate o anche solo sognate- consentono la libera espansione dei colore, favoriscono una dimensione emotiva ed individuale.
Nel dedicarsi alla pittura Paolini ha sempre cercato con vivace curiosità di imparare dai grandi maestri, attingendo dai maggiori momenti e personalità della storia dell'arte, studiando ed amando vicende artistiche a noi più vicine come quelle della pittura della Scuola Romana degli anni'30. Altre suggestioni sembrano essere presenti, assorbite forse non in modo diretto ma inconsciamente, come quella di Turner, e della pittura di paesaggio tra otto e novecento.
Sembra lecito a questo punto aspettarsi che Paolini proseguendo nella sua ricerca della buona pittura giunga all'individuazione di altri e sconfinati paesaggi interiori.

NICOLETTA CARDANO


Testo del critico d'arte Elio Mercuri

Passeggiate in Etruria

Tra le varie strade che ad ognuno di noi è dato di praticare nel corso dell'esistenza, Germano Paolini ha scelto quella della pittura. L'approccio al "mestiere" di pittore è avvenuto gradualmente, fuori da scherni obbligati. Secondo una storia comune a molti artisti l'iniziale e casuale suggestione per la pittura, segnata da un periodo di sperimentazione da autodidatta, ha assunto progressivamente attraverso la pratica una fisionomia più precisa sino a configurarsi come dimensione privilegiata di una ricerca che è insieme esistenziale ed espressiva. Dedicandosi al lavoro artistico con continuità in quest'ultimo periodo Paolini è giunto ad estrinsecare con sicurezza le proprie qualità pittoriche in un insieme di opere che, presentate per la prima volta in quest'occasione, segnano il suo esordio espositivo.
Si tratta di una serie di dipinti ad olio, prevalentemente paesaggi e poche nature morte, in cui il dato dominante è quello dei colore.
Per Paolini, infatti, dipingere è prima di tutto un fatto istintivo, immediato, collegato alla sfera emozionale, ma anche alla prassi del fare artistico. La pittura è per lui "fare", combinare insieme colori che si espandono liberamente sulla tela, inseguendo frammenti di immagini mentali, sensazioni che affiorano dalla memoria. Dagli accordi cromatici, dalle diverse possibilità di rapporti tonali dipendono il succedersi e il dissolversi delle immagini e viceversa, in un fluire continuo che determina l'esito finale del lavoro.
Alieno da ogni concezione intellettualistica o definizione in termini razionalistici della pittura, Paolini non stabilisce nessuna "architettura" del quadro, non si prefigge altro scopo se non quello del dipingere. Le sue visioni partendo da un dato reale si allargano nello spazio della tela, organizzandosi secondo un impianto coloristico per sovrapposizioni successive intorno alla linea dell'orizzonte, in una continua esplorazione delle sconfinate e mutevoli facoltà della immagine pittorica.
Dallo spazio quasi rappreso degli interni con figure (giocatori, uomini al bar, suonatori) protagonisti dei primi quadri dell'artista con accenti più marcatamente espressionistici e toni scuri, il colore dei nuovi lavori sembra liberarsi, aprendosi con pennellate larghe e ariose ad illimitate possibilità espressive.
I paesaggi aperti, le marine, la campagna lungo il fiume, ma anche gli scorci urbani- armoniche fusioni di frammenti di città viste, pensate o anche solo sognate- consentono la libera espansione dei colore, favoriscono una dimensione emotiva ed individuale.
Nel dedicarsi alla pittura Paolini ha sempre cercato con vivace curiosità di imparare dai grandi maestri, attingendo dai maggiori momenti e personalità della storia dell'arte, studiando ed amando vicende artistiche a noi più vicine come quelle della pittura della Scuola Romana degli anni'30. Altre suggestioni sembrano essere presenti, assorbite forse non in modo diretto ma inconsciamente, come quella di Turner, e della pittura di paesaggio tra otto e novecento.
Sembra lecito a questo punto aspettarsi che Paolini proseguendo nella sua ricerca della buona pittura giunga all'individuazione di altri e sconfinati paesaggi interiori.

ELIO MERCURI


Testo di Mario de Micheli

Ritratto di una città

Praga: chi vi è stato ne conserva un ricordo profondo, quasi una sorta di permanente nostalgia. Senza dubbio non è soltanto il fascino della città, è qualcosa di più: qualcosa che agisce nei meccanismi della memoria, insieme con tanti altri motivi di persuasione culturale tante altre impressioni di storia e tante personali emozioni. È davvero difficile spiegarne le ragioni.
Pare tuttavia che vi sia riuscito Germano Paolini, almeno a guardare i quadri, gli acquarelli e i disegni che vi ha eseguito due anni fa. Pare cioè ch'egli sia riuscito a percepire e registrare gli echi affioranti della città, le sue voci sommesse, il suo incanto e la seduzione, persino i fantasmi che vanno in giro la notte: una Praga ricca di vibrazioni segrete, ch'egli ha dipinto discendendo dalla collina del Castello, percorrendo le sue strade e attraversando i suoi ponti.
A Paolini piace viaggiare, ama mutare il paesaggio dei suoi incontri, le città e i paesi dove posare gli occhi per la prima volta, dove la sorpresa favorisce l'occasione di un motivo diverso. Praga tuttavia, nella serie di tali occasioni, è andata assumendo subito il carattere di un'interiore rivelazione, quasi la scoperta, nella sua cerchia urbana, di una meraviglia da interpretare nelle sue qualità d'immagine.
È dunque cosi che sono andate le cose. Paolini è riuscito ad ascoltare il respiro della città, se ne è lasciato penetrare, indovinando i momenti magicamente più intensi. Talvolta la veduta è distesa, si allontana sino all'orizzonte, sotto un cielo alto e tenero che vi si adagia di sopra; talaltra invece è ravvicinata, con le case dai tetti rossi, le cupole e i campanili in primo piano. Ma sono le piazze che inducono volentieri Paolini a sostare, soprattutto le antiche piazze illustri come quella di Stare Mesto, ch'egli ha dipinto in più versioni, anche in versione notturna, col monumento centrale al buio, e una fila di fantomatici palazzi illuminati come per il lampo di un flash.
Sono tuttavia i ponti sopra la Moldava, che attraversa Praga con un lento e calmo fluire, ad attirare lo sguardo di Paolini. Accade ch'egli, in prospettiva, ne dipinga anche un'infilata che si perde lontano, ma è particolarmente il Ponte Carlo a godere della sua attenzione. Egli, infatti, lo rappresenta ripetutamente, ora visto guardando verso la Torre, ora contemplato dall'isola di Strelecký e ora, considerato in tutta l'ampiezza dei suoi archi, nella visione che, nottetempo, gli accende intorno innumerevoli luci sia lungo le spallette, sia nei riflessi spalpebranti del fiume.
Il racconto di Praga, che Paolini fa con le sue opere, è anche più fitto e circostanziato di quello che ho descritto sin qui. È anche un racconto che si sofferma su particolari dettagli, su angoli ignoti, sulla campagna e sui paesi che la circondano. È il tono e l'emozione che non mutano. Il rapporto ch'egli ha instaurato con questa città ha mantenuto il fervore e la fantasia iniziali. Paolini, in nessun momento della sua traduzione in immagini di ciò che ha provato aggirandosi per ogni luogo, ha mai tradito l'impulso delle prime emozioni.
Nei suoi quadri insomma, nei suoi acquarelli nei suoi disegni, Praga è Praga, non è una città deformata espressionisticamente, inventata secondo gli arbitrii di comodo di tante facili trasfigurazioni. Egli cioè ha dipinto e disegnato questa città nella sua giusta fisionomia, dove è riconoscibile ogni aspetto, ogni profilo, ogni suo angolo. Ma questa era la condizione fondamentale perchè Praga risultasse autentica, perchè il suo finissimo e raro fascino fosse salvo. Merito di Paolini è dunque quello di averlo capito e di aver trovato la giusta sintonia per dare alle immagini che ha dipinto l'accento indubitabile della verità.

MARIO DE MICHELI


Testo di Giancarlo Fazzi

Guardare Praga

Praga: chi vi è stato ne conserva un ricordo profondo, quasi una sorta di permanente nostalgia. Senza dubbio non è soltanto il fascino della città, è qualcosa di più: qualcosa che agisce nei meccanismi della memoria, insieme con tanti altri motivi di persuasione culturale tante altre impressioni di storia e tante personali emozioni. È davvero difficile spiegarne le ragioni.
Pare tuttavia che vi sia riuscito Germano Paolini, almeno a guardare i quadri, gli acquarelli e i disegni che vi ha eseguito due anni fa. Pare cioè ch'egli sia riuscito a percepire e registrare gli echi affioranti della città, le sue voci sommesse, il suo incanto e la seduzione, persino i fantasmi che vanno in giro la notte: una Praga ricca di vibrazioni segrete, ch'egli ha dipinto discendendo dalla collina del Castello, percorrendo le sue strade e attraversando i suoi ponti.
A Paolini piace viaggiare, ama mutare il paesaggio dei suoi incontri, le città e i paesi dove posare gli occhi per la prima volta, dove la sorpresa favorisce l'occasione di un motivo diverso. Praga tuttavia, nella serie di tali occasioni, è andata assumendo subito il carattere di un'interiore rivelazione, quasi la scoperta, nella sua cerchia urbana, di una meraviglia da interpretare nelle sue qualità d'immagine.
È dunque cosi che sono andate le cose. Paolini è riuscito ad ascoltare il respiro della città, se ne è lasciato penetrare, indovinando i momenti magicamente più intensi. Talvolta la veduta è distesa, si allontana sino all'orizzonte, sotto un cielo alto e tenero che vi si adagia di sopra; talaltra invece è ravvicinata, con le case dai tetti rossi, le cupole e i campanili in primo piano. Ma sono le piazze che inducono volentieri Paolini a sostare, soprattutto le antiche piazze illustri come quella di Stare Mesto, ch'egli ha dipinto in più versioni, anche in versione notturna, col monumento centrale al buio, e una fila di fantomatici palazzi illuminati come per il lampo di un flash.
Sono tuttavia i ponti sopra la Moldava, che attraversa Praga con un lento e calmo fluire, ad attirare lo sguardo di Paolini. Accade ch'egli, in prospettiva, ne dipinga anche un'infilata che si perde lontano, ma è particolarmente il Ponte Carlo a godere della sua attenzione. Egli, infatti, lo rappresenta ripetutamente, ora visto guardando verso la Torre, ora contemplato dall'isola di Strelecký e ora, considerato in tutta l'ampiezza dei suoi archi, nella visione che, nottetempo, gli accende intorno innumerevoli luci sia lungo le spallette, sia nei riflessi spalpebranti del fiume.
Il racconto di Praga, che Paolini fa con le sue opere, è anche più fitto e circostanziato di quello che ho descritto sin qui. È anche un racconto che si sofferma su particolari dettagli, su angoli ignoti, sulla campagna e sui paesi che la circondano. È il tono e l'emozione che non mutano. Il rapporto ch'egli ha instaurato con questa città ha mantenuto il fervore e la fantasia iniziali. Paolini, in nessun momento della sua traduzione in immagini di ciò che ha provato aggirandosi per ogni luogo, ha mai tradito l'impulso delle prime emozioni.
Nei suoi quadri insomma, nei suoi acquarelli nei suoi disegni, Praga è Praga, non è una città deformata espressionisticamente, inventata secondo gli arbitrii di comodo di tante facili trasfigurazioni. Egli cioè ha dipinto e disegnato questa città nella sua giusta fisionomia, dove è riconoscibile ogni aspetto, ogni profilo, ogni suo angolo. Ma questa era la condizione fondamentale perchè Praga risultasse autentica, perchè il suo finissimo e raro fascino fosse salvo. Merito di Paolini è dunque quello di averlo capito e di aver trovato la giusta sintonia per dare alle immagini che ha dipinto l'accento indubitabile della verità.

GIANCARLO FAZZI


Testo del critico d'arte Mario Lunetta

Paolini: la luce nelle ossa

Dev'esserci nella luce e nella natura italiana un calore capace di sciogliere la brumosità e le tetraggini delle tavolozze nordiche, se è vero - com'è vero - che tutti indistintamente gli artisti dell'Europa settentrionale scesi nella penisola, dal Cinquecento ad oggi, hanno visto animarsi i loro dipinti come sotto una pioggia di fotoni trasparenti e di vibrazioni cromatiche quantomeno tiepide. Sembrerebbe trattarsi di un fenomeno intransitivo, considerando appunto il tasso decisamente alto di calore cordiale che gli artisti italiani mantengono nelle opere ispirate a quello che potremmo chiamare un Grand Tour a ritroso, dai fulgori meridionali alle raggelanti malinconie del Nord. Un fenomeno confermato dal maremmano Germano Paolini sia nella mostra senese dedicata a Praga che in quella che ha coinvolto città tedesche come Dresda, Meissen, Cottbus. Insegna Walter Benjamin, grande mente germanica nutrita di spiriti ebraici profondi, che ci si può (e magari ci si deve) perdere in una città come in una foresta, con l'abbandono recettivo del flâneur. E' quanto ha fatto Paolini nella magica città il cui nome deriva dalla parola ceca prah, la soglia, con sguardo affascinato e memoria di pittura macchiaiola. Si, perché le proprie radici etnoculturali sono sempre sangue arterioso e ossigeno intellettuale, e rimuoverle non porta mai bene al lavoro di chicchessia. Paolini semmai le rimastica pazientemente, le digerisce e ne rende conto a petto delle esperienze moderne più decisive. Ecco perciò che quanto di vedutistico ancora conservavano le due mostre citate, è diventato struttura ossea in questa robusta serie di paesaggi maremmani, piuttosto interessati alla lezione di Cézanne che non alle suggestioni del bell'Ottocento fattoriano. Perfino la luce non arriva a investirli da una qualche fonte esterna, ma sembra in qualche modo generata dalle viscere di queste dense masse terrose, di queste case disposte come blocchi senza affabilità, di queste dune, rocciose, colline accatastate come dopo un diluvio solare. Predominano i gialli e le terre con rare, fantasmatiche accensioni di bianco; e magari, come nel bellissimo "Collina con grande nuvola", appunto l'incombere inquietante di una nube marmorea a ottundere sulla destra l'orizzonte; o, in "Campi gialli", le fasce luminose orizzontali che non ingentiliscono ma piuttosto impaginano energicamente il coricamento del territorio scandito come in una mappa. La forza di questi olii sta tutta nell'assunzione del colore come struttura, senza nessun calcolo edulcorativo, nessuna accondiscendenza o diplomazia cromatica. Non offrono suggestioni evasive. Non vendono sogni. Scolpiscono natura e luoghi di storia umana, individuano una vegetazione scarsa, fanno insomma la radiografia ardente - incandescente, in certi casi - di un paesaggio che si impone più per la propria asprezza che per la propria grazia. L'unico appiglio, allora, l'unica carta che Paolini ha da giocare è la pittura. E lo fa con sicurezza, battendo sulla dialettica impietosa di luce accecante e di ombra densa, con un occhio che non accarezza ma ordina, scinde, rompe gli spazi e le dimensioni. Da pittore insomma di bella, forte nervatura, le cui eventuali tenerezze, a volerle proprio vedere, se ne volano in cielo dentro le sue nubi, quando sono più rosee e evanescenti.

MARIO LUNETTA


Testo del critico d'arte Giorgio Seveso

Ricordi di un'isola
"Ritratto di esterni da un viaggio"

Quando Paolini dipinge le città, come per esempio ha fatto e fa magistralmente con Roma, è come se applicasse al suo soggetto la misura del ritratto, vale a dire introducesse nell'economia delle sue immagini lo sguardo contemplativo e indagatore del ritrattista mentre studia un volto, una postura, un'espressione per catturarne, o interpretarne, l'intima essenza. E', questa sua, una misura beninteso interiore,che non riguarda questioni di tecnica quanto, piuttosto, rimanda a una vera e propria filosofia della pittura, a una fondante poetica del rappresentare, capace dunque di contestare ogni tradizionale punto di vista di "genere", trasformando un panorama urbano - muri, finestre, tetti, campanili, - in uno straniante fondale di teatro, in un palcoscenico di silenzi felpati, messo in scena come un immobile personaggio che si tenga in posa dinnanzi all'artista per farsi ritrarre.

Oggi, dopo un suo viaggio nell'arcipelago maltese,questa sua vocazione al "ritratto di esterni", tra Malta e Gozo, tra La Valletta, Rabat e Mdina, ha prodotto un'altra serie, intensa e bellissima, di tele nelle quali una pittura lucida e sobria, composta e silenziosa, straordinariamente compiuta e soda nella sua tranquilla perentorietà, si muove sul terreno dell'intensificazione lirica delle cose verso un avvertito sentimento di poesia fatto tutto di suggestioni interiori, di metafore tanto leggère quanto straniate e incantevoli.

In queste stradine d'ombra e di luce, in questi campi d'ocra, in queste fonde sciabolate di mare e muri, le isole maltesi di Paolini sembrano qui partecipare alla vertigine tranquilla ma interrogante di una inventività dilatata e delicata, resa ancora più intrigante dal fatto che i riferimenti alla realtà oggettiva, alla realtà ottica, retinica,. sono ineccepibili e precisi, pur illanguiditi come sono, quasi per un illusorio spiazzante gioco di specchi interiori, da una luce tutta mentale,da una liquida aria di simbolo. Un gioco, dico, illusorio nel senso della metafora, dell'artificio della poesia.

Paolini, difatti, non è un illusionista. Non gli interessa (e si sente) creare giochi di prestigio pittorici per giungere a piacerci, od a compiacerci. La sua è poesia di sentimenti, non è retorica sentimentale. E la trascendenza di questi suoi ritratti di luogo, del loro significato, porta appunto ad un sottile disagio, ad una vibrazione d'inquietudine che è sempre e soltanto pervasa da una tensione squisitamente lirica, affabulatoria. Il suo fantastico, il suo "illusionismo", consiste semmai nel ri-costruire un ordine conoscibile all'interno dell'indistinto senso del vedere che ci circonda, nel ritrovare il senso ed il baricentro di una intima dimensione lirica di fronte all'impassibile e inconoscibile vastità delle cose. E nell'edificare - con questo - poesie figurali sul nostro destino innervato dai miti: poesie in forma d'immagine, tanto tranquille quanto misteriosmente, e suggestivamente, allarmate.

GIORGIO SEVESO