| La
pittura di Antonio Pandolfelli
Testo
del critico d'Arte Luciano Marziano
Antonio Pandolfelli ha attraversato
con attenzione, coinvolgimento sperimentale le molte stagioni dell’arte
alle quali, specie nella seconda metà del XX secolo, dopo
un irruente fase di ricerca, è succeduta come un’impasse,
una stasi attonita, con balbettanti tentativi di fuoriuscita. Si
trattava di prendere atto di questa situazione e di ritrovare il
filo rosso al fine di procedere ad un punto e a capo in grado di
legittimare ancora quella specifica pratica del fare ce viene definita
arte e con la quale i conti non sono e non possono essere chiusi.
Pandolfelli, che da sempre si
è fatto carico di questa situazione, tenta un affondo nella
tradizione del moderno per metterne a nudo le radici profonde, culturalmente
valide. Superata la dicotomia tra astratto e figurativo, adombrante
spesso valenze ideologiche, di entrambe coglie le ragioni apparecchiando
un piano di provocante ambiguità con conseguente dirottamento
continuo, quasi una instabilità ottica. La lettura dell’immagine
riconoscibile si rivela intrigante: l’occhio è rimandato
alla sostanza strutturale della composizione. Così, quelle
che possono apparire citazioni attinte dal grande patrimonio storico,
si costituiscono come contesti per fare pittura. Nella serie delle
ninfee, con esplicito rimando alla lezione di Monet, la ri-cofiguarzione
di un cardine della storia dell’arte chiama in causa e, quindi
, pone in evidenza il gioco del colore, nel caso, impostato sul
nucleo centrale del giallo che si espande virando nei toni del verde,
del grigio con soste negli arancioni. Ne deriva una scansione ritmica
che decampa nella declinazione musicali. Da questo livello la comunicazione,
l’immagine si dissolve per dare luogo alla primarietà
della pittura, alla sua analisi linguistica. Il quadro si palesa
come campo nel quale l’artista immette un proliferare di segni
ottenuti con gestualità controllata, che si radica nel labirinto
concettuale nel quale si sono accumulati, sedimentati conoscenze,
protocolli espressivi, dati mentalmente selezionati, che affiorano
con salutare germinazione.
Pandolfelli propone un orizzonte
al largo spettro che transita dalla rappresentazione al dato oggettivo
ai misteri onirici, da taluni stilemi orientalizzanti che intercettano
profetiche illuminazioni matissiane, al riconoscimento della categoria
del decorativo, densa di simbologie a forti risonanze evocative.
La pittura si rivela per quella che è, quale procedimento
di costruzione del quadro in un grande gioco di compenetrazioni,
trasparenze, rimandi, aperture spaziali, cortocircuiti luministici
offerti con lirismo espanso, avvertita sensibilità che, in
quanto tale, non è fraudolenta seduttività, ma istanza
comunicativa. Allo spettatore viene offerta una proposta di connivenza
nell’assumere nel proprio occhio il percorso del pennello
sinuoso, emotivamente elegante, l’immissione o meglio ancora
l’immersione in un morbido paesaggio di fiori bagnati, racchiuso
in una serrata composizione nella quale la prospettiva di due sorprendenti
laghi, si muta nella geometria dell’ellissi, in verticalità
con la linea dell’orizzonte che si palesa come segno, segnale
confinario valicabile nella dimensione mentale.
Viene, così, messa a nudo
la vera natura della composizione fatta di scansioni, ritmi, spazialità,
sensuoso uso del colore, che si rivela l’elemento fondante
del lavoro di Pandolfelli.
LUCIANO
MARZIANO
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