| La pittura di Sigfrido
Oliva
Testo
del critico d'arte Livio Garbuglia
Il reale
immaginario e la scena comune
Sigfrido Oliva traduce nei ritmi dell’arte il linguaggio
visibile.
Tutta la vita ideale di cui si è nutrito assume nella sua
opera le forme e i rilievi dell’arte.
Sulla scena comune le immagini di Oliva sono distanti così
che qualunque contatto con loro ci sembra impossibile come il contatto
con i fantasmi mentali.
Esse sono distanti ed estranee. Ma facendole apparire nel silenzio
ritmico, facendole accompagnare dalla musica alla soglia del mondo
visibile , il pittore le avvicina straordinariamente poiché
esse rischiarano i fondi più segreti della volontà
che le produce.
La loro intima essenza è là, scoperta e messa in comunione
immediata con l’anima dell’osservatore che sente sotto
le idee significate dalle espressioni e dai gesti la profondità
dei motivi umani che a quelle idee corrispondono.
Sigfrido Oliva mostra insomma le immagini dipinte sul velo e ciò
che accade al di là del velo.
Un’ombra pare salire, spandersi nell’aria comporre quasi
una parvenza di vita ideale. La vita pare occupare il luogo da tempo.
L’errore del tempo sembra distrutto e si manifesta quell’unità
della vita a cui tende lo sforzo dell’arte.
Una testimonianza integra scorge l’iconografia del tutto armonico
e unitario.
La pittura di Sigfrido Oliva è assecondata dalle espressioni
di tutte le cose circostanti: essa pare riprendere e continuare
i ritmi a cui obbediscono tutta quella presenza rappresentata; essa
pare riassumere le concordanze indefinite che corrono fra quelle
forme create dall’arte umana e le qualità dell’atmosfera
naturale ove si perpetuano.
Una specie di intelligenza ritmica e fittiva sembra elaborarne studiosamente
le rappresentazioni pittoriche come per renderle conformi a un’idea
e convergerle a un fine meditato.
L’artefice ha una significativa lucidità di indagine
esteriore, quasi una separata facoltà di osservazione vitale;
che sembra farsi sempre più acuta e più netta, come
più s’accende e s’accellera la sua ispirazione.
Egli sente a poco a poco il suo sforzo divenire più facile
e l’efficacia della sua volontà essere sopravanzata
da un’energia libera come un istinto, profonda e operante
con un processo occulto.
Le apparenze operano nello spirito dell’animatore straordinarie
trasfigurazioni.
Le immagini dell’artista interrotte e rapide sembrano un succedersi
di lampi.
Si stupisce egli medesimo di quell’apparizione subitanea,
di quella improvvisa scoperta che, illuminandosi nel momento sorpreso,
si esterna e quasi diventa tangibile.
Una materia rinnovata e mutevole, in cui sono figurate a miriadi
immagini d’un fluido mondo indistinte, dalle quali un perpetuo
fremito con una vicenda di memorie e di creazioni discretamente
inestinguibili, trae un’armonia persuasa di carpire ogni più
sorgivo segreto alla freschezza della natura.
Sorprendente incidere della sembianza dell’esistenza, concretata
nella sostanza durevole della poesia umana.
LIVIO GARBUGLIA
La figura
femminile nella pittura di Sigfrido Oliva
Il ritratto femminile è affidato
al potere penetrante del disegno
e della stesura pittorica.
Questi elementi conferiscono alla figura femminile
una tranquilla, riposata, sensuale comunicatività.
Nei dipinti i contorni non sono delineati rigidamente,
ogni impressione di rigidezza e di aridità
sono evitati.
Il contorno evanescente e i colori chiari
fanno confluire
una forma nell'altra
lasciando sempre un margine ai sogni.
LIVIO GARBUGLIA
Una pittura che nel tempo si fa sempre più atmosferica,
tonale, chiara, dove i contorni delle figure si ammorbidiscono grazie
a un sapiente “ sfumato “ che in alcuni momenti ricorda
la prospettiva aerea leonardesca. A questo periodo appartengono
quadri come “Bambina col vestito azzurro” (1987) che
anticipano tutta la pittura di Oliva a partire dalle vedute romane
ai ritratti della figlia, fino alle opere più recenti e mature
di questi ultimi anni “Dormiente” (2003).
Dal testo del critico
d’arte Domenico Guzzi
In punta
di matita
I chiaroscuri tonali, e in punta di matita offerti per intreccio
quanto per pressione della mano, indicano la veicolazione d’una
luce che gira all’interno d’una probabile stanza, ulteriormente
alimentando la pari opposizione delle ombre. Si vedano, parimenti,
le nature morte cui, non di rado, solo la linea orizzontale od obliqua
di un piano d’appoggio sembra sottrarvi (ma non poi del tutto,
e non definitivamente) un che di araldico. Alcun altro accenno ad
un vissuto. Si veda, altresì, la gran parte dei ritratti.
Come, ancora per luci ed ombre, questi emergano dall’allusa
immaginazione di un luogo ove il pittore lì avrà pur
visti. Ciò ad indicare, nonostante a volte alcuni “
pleonasmi “, una tensione alla sintesi ed una prioritaria
volontà di indagine attorno all’unità del soggetto.
Tensione alla sintesi (che può essere se, solo, successiva
all’analisi: non sfuggirà, allora, che certi rami di
rose ostentano le proprie spine) che è pur dato verificare
nei disegni dai monumenti.
Sorta di estrapolazioni con capacità rinvianti. E’
il particolare di quel ponte, di quella fontana, di quel tal monumento,
insomma, e non altro. Ciò detto, una possibile conclusione.
Sigfrido Oliva dipinge, disegna e incide amando dipingere, disegnare
e incidere. A sottintendere l’alcuna volontaria inframmettenza
di filtri. Quel che vede – e come lo vede, rendendolo –
particolarmente indica l’intensità della sua natura.
Ch’essa, poi, abbia capacità di suscitare dell’altro
è parte di un temperamento che, per essere creativo, è
per nulla detto che debba porsi al di qua d’una conoscenza.
DOMENICO GUIZZI
Dal testo del critico d’arte
Ida Mitrano
La presenza delle
cose nell’arte di Sigfrido Oliva
Ripercorrere il lavoro incisorio dell’artista, dai lontani
anni Settanta ad oggi, consente di cogliere aspetti che solo una
visione d’insieme della sua opera rende evidenti. In particolare,
nella ripetizione dei temi, nel susseguirsi di immagini apparentemente
simili, dalle vedute di Roma alle figure umane, dai volti dei bambini
agli animali, dai paesaggi alle nature morte, si avverte una continua
tensione verso la presenza delle cose. I segni tracciati sulla superficie,
pur riproducendo l’oggetto, cercano un senso al suo esistere
in relazione all’accadere della vita in quel momento od a
una memoria che ha conservato intatto il contenuto emotivo dell’esperienza
trascorsa. Ritrovare quella presenza, spinge l’artista a tratteggiare
finemente la lastra o ad insistere fino ai neri, a graffiarla con
libertà o con estrema meticolosità, a ricercare atmosfere
pulviscolari, a creare rarefazioni e addensamenti delle ombre. L’oggetto,
allora, non appare più come realtà esterna, separata,
ma rivive sul piano degli affetti. Oliva ama il segno, lo cura,
lo strapazza, lo insegue, lo sfida. Un segno sempre mutevole e,
al contempo, funzionale al raggiungimento di una mimesi del reale,
ma soprattutto teso a restituire l’intima relazione tra l’artista
e il mondo esterno. Un’operazione che può apparire
facile, scontata, ma che invece si connota come un atto di recupero
della dimensione complessa dell’esistenza, dove la presenza
delle cose diviene verità. Il quotidiano, che l’artista
con grande sensibilità ferma nelle sue immagini, non si traduce
infatti in percezione visiva del reale, ma si carica invece dei
dinamismi interiori e delle vibrazioni energetiche di una realtà
segreta, intima, non ancora svelata, di cui oggi si è smarrito
il senso. Non è un caso che alla velocità dei tempi
attuali, alla comunicazione multimediale, ai linguaggi digitali,
alla virtualità che caratterizza la società contemporanea,
Oliva preferisca i tempi lenti dell’incisione, la manualità
di una tecnica antica, l’unicità del segno, la materia
e, perfino, gli odori degli inchiostri. Operare entro la tradizione,
misurarsi con essa e con gli strumenti stessi del mestiere, non
rende però accademico il suo lavoro. L’emozione e lo
stupore per le piccole cose quotidiane, che orientano il fare artistico,
danno spessore poetico al suo linguaggio lontano, per sua natura,
sia dalla contaminazione di codici artificiali sia dal virtuosismo
tecnico. Oliva ricerca la semplicità del gesto, coglie l’intensità
di uno sguardo, afferra le vibrazioni luminose della natura o del
paesaggio urbano che tanto ama e, immagine dopo immagine, prende
forma il racconto, non un racconto qualsiasi, ma quello che fa emergere
i suoi vissuti. E dalla leggera consistenza del ricordo traspare
la vita interiore. Ascoltatore attento dei silenzi, l’artista
traduce in segno il flusso vitale delle cose: un alito di vento,
un sentimento, una pulsione inattesa sono le tracce di una presenza
capace ancora di meravigliare, di commuovere per la sua autenticità.
Un’autenticità che l’artista insegue, la cui
ricerca lo spinge a scrutare volti e luoghi a lui familiari per
coglierne un atteggiamento o un momento particolare che solo possa
svelare, anche se per un istante, la loro verità. L’impercettibile
diviene il contenuto ultimo dell’opera, quello cui tende ogni
segno inciso sulla lastra, quello che trasmuta la realtà
velocemente consumata del quotidiano in una presenza “sentita”
delle cose. Oliva fissa quell’attimo, ne dilata i tempi, stabilizzando
immagine attraverso il bianco e nero delle acqueforti. Solo allora
i silenzi, la malinconia, l’attesa, la commozione che tanto
caratterizzano la sua arte, smettono di essere fine a se stesse
per divenire la conditio sine qua non dell’incontro con la
vita, con il fluire delle cose, con la dimensione del reale come
luogo dell’anima.
IDA MITRANO
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