Pietà,
marmo, base cm 195, alt. cm 174, 1498-99
Roma, Basilica di San Pietro in Vaticano
Michelangelo Buonarroti, Caprese (Arezzo) 1475-Roma
1564.
Coscienza critica del Rinascimento nel momento dell’apogeo
e poi testimone della sua crisi, Michelangelo domina il XVI secolo
in Europa per l’ineguagliabile magistero di scultore. Coinvolto
giovanissimo nel clima di recupero classico di Lorenzo il Magnifico,
Michelangelo affronta la statuaria monumentale in marmo, realizzando
già prima dell’anno 1500 notevoli opere scultoree.
Michelangelo era nato il 6 marzo 1475 a Caprese dal fiorentino Lodovico
di Leonardo di Buonarroto Simoni e da Francesca di Neri del Miniato
del Sera, e la donna che gli fece da balia era figlia e moglie di
scalpellini: questo spiegherebbe la sua naturale inclinazione per
la scultura, che Michelangelo considerò sempre la sua arte
prediletta, anche se di fatto praticò tutte e tre le arti
figurative maggiori (architettura, pittura e scultura) eccellendo
in tutte. In realtà la formazione che Michelangelo ricevette
agli inizi fu da pittore o nacque per lo meno all’insegna
del disegno, cui lo spinse, sembra, Francesco Granacci e che sarà
in seguito uno dei suoi collaboratori per l’esecuzione della
cappella Sistina. Dopo aver lasciato la bottega del Ghirlandaio
(1489) sembra che Michelangelo prendesse a frequentare il Giardino
dei Medici sotto la guida di Bertoldo di Giovanni, uno scultore
già discepolo di Donatello, il grande caposcuola scomparso
più di vent’anni prima: Bertoldo sarebbe stato quindi
il vero maestro di Michelangelo, nella scultura almeno, all’interno
della vera e propria “scuola” che si andava formando
sotto il patrocinio dei Medici, in quel giardino di San Marco in
cui Lorenzo il Magnifico aveva radunato un gran numero di opere
d’arte, anche antiche.
L'Aurora,
particolare, marmo, lunghezza cm 206, Sepolcro di Lorenzo de'
Medici
Sacrestia Nuova, Firenze, San Lorenzo
Michelangelo a palazzo Medici
Michelangelo, appena quindicenne o sedicenne, viene accolto
a palazzo Medici e questo evento segnò probabilmente tutta
la sua carriera. A palazzo conosce il Poliziano, Marsilio Ficino,
Pico della Mirandola, alcuni dei più noti umanisti del
tempo. A quell’epoca il palazzo Medici non sembrava dall’esterno
più importante di altri palazzi di famiglie fiorentine,
come i Rucellai, i Pitti, gli Strozzi. Ma all’interno era
conservata una ricca collezione di sculture, pitture, oreficerie,
libri, raccolta in parte da Lorenzo de' Medici.
L’Aurora,
1524-27, particolare, Sepolcro di Lorenzo de' Medici, Sagrestia
Nuova
Firenze, San Lorenzo
Il giardino dei Medici
Il giardino dei Medici non è stato una scuola
e tanto meno un’accademia: piuttosto un luogo aperto a tutti
quelli che Lorenzo reputava degni: i frequentatori del palazzo
non si distinguevano dagli invitati del palazzo. L’atmosfera
doveva essere molto diversa da quella più angusta, di duro
tirocinio, del vecchio artigianato. Si potevano incontrare letterati,
filosofi, si facevano dotte conversazioni. Ficino, Poliziano,
Pico della Mirandola, Cristoforo Landino, frequentavano e si riunivano
a Palazzo Medici o nelle ville dei Medici, come quella di Careggi.
L’incontro con i neoplatonici è stato fondamentale
nella vita di Michelangelo. Insieme con l’imitazione dell’antico,
delle statue e teste esposte nel giardino che lo ha aiutato ad
assimilare i princìpi di uno stile. La vera ispirazione
artistica, secondo Michelangelo, non poteva derivare dal mondo
materiale. L’artista la poteva utilizzare solo come suggestione,
come repertorio di immagini frammentarie, destinate a penetrare
nell’anima e a trasformarsi, a trasfigurarsi in un’immagine
interiore, in un’idea superiore e trascendente di bellezza.
Tutte queste sono idee neoplatoniche assorbite da Michelangelo
nei cenacoli fiorentini.
La
Notte, particolare, 1526-31, Sepolcro di Lorenzo de' Medici, Sagrestia
Nuova
Firenze, San Lorenzo
L’universo dell'anima
La critica moderna ha veduto nel non finito della scultura
di Michelangelo il momento supremo dell’arte che travalica
il proprio limite tecnico. Come procedimento connesso a una nuova
concezione dell’arte, segnò una svolta radicale: chiuse
il ciclo dell’arte classica, di rappresentazione e aprì
quello dell’arte moderna, come espressione di stati dell’esistenza.
Da allora, tutta l’arte fu costituzionalmente non finita;
e andando oltre il proprio limite disciplinare, contestò
il pregiudizio che il finito fosse la necessaria connotazione del
valore. L’arte classica era conoscenza, la moderna apparteneva
al mondo della vita, la sua sostanza era etica o religiosa. Nell’opera
scultorea di Michelangelo scalpellare via il soverchio del marmo
per svelare la figura idealmente circoscritta nel blocco era un
duro lavoro manuale, ma nello stesso tempo era un’operazione
intellettuale, di segno neoplatonico: distruggeva la materia per
liberare l’universo dell’anima. Il non finito della
scultura di Michelangelo non fu istintivo, maturò col tempo
e con l’esperienza; non c’era nelle prime sculture,
la Pietà, in San Pietro, del 1498, fu scolpita con
l’ossessione del finito. L’ultima Pietà,
la Rondanini, che lavorava quando morì, fu l’estremo
quasi delirante abbandono al non finito. Concepì nel 1505
la tomba di Giulio II da mettere al centro del nuovo San Pietro:
molte statue ma un solo concetto circoscritto in un solo blocco
di marmo.
Tomba
di Papa Giulio II, parte inferiore
Roma, San Pietro in Vincoli
Doveva essere la polifonia delle arti, l’opera
d’arte totale. Il grandioso progetto si concluse quarant’anni
dopo, nella per noi interessante versione che oggi si vede in San
Pietro in Vincoli a Roma: quasi un indomito commento alla solenne
statua di Mosè, solo relitto del primo progetto. Nella sagrestia
nuova, come cappella sepolcrale di casa Medici il tema della morte
che lo affascinava, gli ispirò un più integrale concorso
delle arti: il vano strutturato era l’architettura, le statue
la scultura. Faceva pittura l’accordo cromatico dei bianchi
dell’intonaco e del marmo col grigio della pietra serena e
la parca luce dell’oro. Le statue dei Duchi, incastrate nelle
nicchie strette e profonde, affioravano appena, con le ginocchia,
alla chiara luce del vano.
Tomba
di Papa Giulio II, parte superiore
Roma, San Pietro in Vincoli
Nelle statue allegoriche dei tempi del giorno,
il finito di certe parti trascorreva nel non finito di altre.
Il tormento intellettuale del rapporto dialettico delle arti ebbe
termine nel vestibolo della libreria laurenziana, il famoso ricetto.
Michelangelo lavorò alla costruzione del nuovo San Pietro,
come fosse un bastione contro l’eresia; e c’è
una strana affinità tra quel tempio fatto di spinte salienti
a portare la cupola e la Pietà che cominciò per
la propria tomba e poi abbandonò, ed ora è in Santa
Maria del Fiore. La scultura, insomma, pareva finire in architettura;
si corresse però nell’ultima Pietà, la Rondanini,
e la fece finire in poesia, proprio la poesia delle rime più
tarde, desolate. Michelangelo fu un moderno. Il primo comunque,
ad avere ed esprimere la tragica coscienza di esserlo.
Schiavo
ribelle (due prospettive), marmo, altezza cm 215, 1513
Parigi, Museo del Louvre
Il carattere dell’arte è nello spirito
che vi spira al di dentro. L’istinto estetico non è
assolutamente una liberazione dai nostri istinti e dalle nostre
abitudini peggiori, è una conferma della parte migliore
di noi stessi, una conferma della nostra segreta fede nello spirito
umano. Il Prigione è l’immagine di un sentimento
memore nel testimoniare la sacralità della vita che si
è innalzato a contemplazione universale. Simbolo della
lotta dell’anima contro le catene del corpo, il prigione
di Michelangelo si dibatte nel vincolo della materia, nel non
finito della pietra scabra.
Pietà
Rondanini, marmo, altezza cm 195, 1552-64,
Milano, Museo del Castello Sforzesco
Nella Pietà Rondanini in ogni accento convergono
le energie e le aspirazioni dell’universo; interviene una
luce interiore che mitiga e svigorisce ogni ansietà malleabile
ai corpi e alla materia, ne mette in risalto la presenza pura per
mezzo di una testimonianza libera e limpida, persuasa di carpire
ogni più sorgivo segreto alla freschezza della natura in
un segno come di concordia originaria, insieme lirico che si eleva
e che rende l’iconografia del mondo armonico e unitario. Sorprendente
incidere della sembianza dell’esistenza, ineffabile suscitatrice
di memorie consapevoli che certa volge come se vi si crescesse di
repente una presenza di sostanza integra immagina e racconta le
aspirazioni del mondo; rappresenta un dramma umano consapevole e
concorde. Immagina la verità, e questa libertà creativa
non potrà rimanere indifferente allo svolgersi dei destini
individuali e collettivi. Nel San Matteo la volontà inclita
di Michelangelo Buonarroti discesa, ferve da quel breve spazio divenuto
che pare lambire la vetta della natura nella sua continuità
esule. Il tumulto gli deriva da quel generativo omaggio, dalle più
riconoscenti origini, dalle concordanze indefinite che corrono fra
quelle forme create e la qualità dell’atmosfera naturale
ove si perpetuano. Distilla lo sguardo delle sibille, divulga la
terra precisabile, che deve incarnare tutte le tracce delle scene
conosciute e immutabili attende i destini definiti, condividenti
l’umanità generata. Estrae i contorni prossimi della
natura, su cui il tempo effigia le sue fondamenta e il destino umano
rinnovella il nucleo originario, per cui le sostanze durevoli testimoniano
la nobiltà dell’umano spirito verso la concordia cercata.
Una smisurata grandezza ideale dà la voce dell’arte
alle città dei silenzi, nella pluralità conosciuta.
Parte dai fastigi degli edifici, dagli ardui capitelli aperti ai
venti dei secoli, essa dice agli uomini ansiosi la parola nell’armonia
dei marmi durevoli che rischiara la verità della materia.