Canestro di frutta, cm 46x64, olio su tela,
1596,
Milano, Pinacoteca Ambrosiana
LA
COMMEDIA UMANA E LA PERFEZIONE DEL SUO DRAMMA
Caravaggio (Michelangelo Merisi),
Milano 1571-Porto Ercole 1610.
Michelangelo Merisi, figlio dell’architetto del marchese di
Caravaggio, nacque a Milano nel 1571. Gli stretti rapporti della
sua famiglia con i signori di Caravaggio gli consentiranno di stabilire
relazioni importanti con i Borromeo e i Colonna, che gli forniranno
protezione e riparo durante le drammatiche vicende della sua esistenza.
La vita avventurosa, i litigi, i processi, le fughe, la morte solitaria
sulla spiaggia della Feniglia quando prigioniero tornava a Roma
da Napoli; questi e altri dati biografici hanno contribuito a colorire
di tinte romanzesche la figura di Caravaggio. Intrecciando all’analisi
dell’artista quella dell’uomo, la critica ha contribuito,
fino almeno ai primi del Novecento, a dar vita all’immagine
di Caravaggio pittore ribelle, artista maledetto ed emarginato;
il carattere rivoluzionario della sua arte, e polemico rispetto
alla tradizione stilistica precedente ha offerto il supporto a questa
visione romanzata.
LA FORMAZIONE
La formazione del Merisi ebbe luogo in ambito veneto-lombardo:
verso il 1584 entrò nella bottega milanese di Simone Peterzano,
presso la quale rimase forse fino al 1592, quando il pittore è
ancora documentato in Lombardia, prima della partenza per Roma,
avvenuta lo stesso anno o quello successivo; ma ancora più
incisiva sul piano iconografico e dei contenuti morali, sembra essere
stata la visione dei dipinti di artisti come Savoldo, il Moretto,
il Romanino, Moroni e i Campi.
Suonatore di liuto, cm 110x81, olio su
tela, Monaco, Galleria di Stato
CARAVAGGIO A ROMA
I primi anni a Roma (1593-95) vedono Caravaggio alle
prese con un difficile inserimento nell’ambiente artistico
e delle committenze della città. Dopo un iniziale periodo
romano un po’ oscuro e segnato da peregrinazioni all’interno
delle botteghe artistiche (lavorò fra gli altri per il Gramatica
e per il Cavalier d’Arpino), durante il quale si datano le
prime tele (Bacchino malato, Roma, Galleria Borghese; Ragazzo
morso da un ramarro, noto in due esemplari a Firenze, Raccolta
Longhi e a Londra, National Gallery; Maddalena e Riposo
durante la fuga in Egitto, entrambi a Roma, Galleria Doria
Phamphilj) e forse gli esordi della natura morta, il Caravaggio
incontra verso il 1594, il cardinal Del Monte, ambasciatore dei
Medici presso la Curia, che fu uno dei suoi principali protettori
e committenti e nella cui abitazione (Palazzo Madama) il pittore
lombardo soggiornò per almeno un lustro.
Maddalena, particolare, olio su tela,
1599,
Roma, Galleria Doria Pamphilj
LA METAFORA DELLO
SPECCHIO
Nelle opere del primo periodo romano (Giovane
con canestro di frutta, Bacchino malato, Roma,
Galleria Borghese; Fanciullo che monda la pera) Caravaggio
pur poggiando saldamente sulla sua formazione lombarda, procede
ad uno stravolgimento delle ormai canoniche classificazioni accademiche
in merito ai temi e al modo di trattarli, per concentrarsi, con
energia del tutto nuova, su pochi elementi della realtà.
Nasce così la metafora dello specchio, di una pittura cioè
come specchio della realtà, ovvero di una realtà
che il pittore non si limita a copiare ma in cui esso stesso si
specchia caricandola, pur nel fermo proposito di rimanere fedele,
al vero, di valenze simboliche e riferimenti culturali. E che
dietro all’attenzione quasi allucinata che il pittore dedica
anche ai più piccoli particolari di quella verità,
debbano esservi un movente ideologico e una volontà morale,
è idea su cui la critica recente è più volte
tornata, sfatando il presunto carattere popolare e ingenuo di
questa prima produzione.
Giovane con canestro di frutta, cm 70x67, olio su tela, 1593-94,
Roma, Galleria Borghese
I PRIMI INCARICHI
IMPORTANTI A ROMA
Tra il 1598 e il 1599 Caravaggio vede allargarsi
notevolmente il giro delle sue committenze, è in questi
anni che riceve i primi incarichi importanti e la sua fama comincia
a circolare tra gli ambienti romani. Accanto a quadri ancora di
soggetto mitologico (La Medusa, Firenze, Uffizi, opera
appartenuta al cardinal Del Monte che ne fece dono al Granduca
di Toscana, e Narciso, Roma, Galleria Nazionale d’Arte
Antica), il pittore affrontò la sacra rappresentazione
(Riposo durante la fuga in Egitto, Roma, Galleria Doria
Phamphilj), e il quadro d’azione (Giuditta e Oloferne,
1595-96, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica).
Narciso, cm 110 X 92, olio su tela, Roma,
Galleria Nazionale d'Arte Antica
RIPOSO
DURANTE LA FUGA IN EGITTO
In quadri come il Riposo durante la fuga in Egitto
(in cui più volte è stata sottolineata l’ascendenza
lombarda e lottesca) prevale l’intonazione malinconica e meditativa,
sottolineata dalle figure rinchiuse in un circolo, come assorte
in un dialogo silenzioso con sé stesse e dalla luce che le
illumina fino a raggiungerle nello spirito.
Riposo durante la fuga in Egitto, cm 130x160,
olio su tela,
Roma, Galleria Doria Pamphilj
IL VERO
NATURALE
Nei confronti del soggetto sacro, affrontato per
la prima volta in modo complesso, Caravaggio adotta lo stesso atteggiamento
di aderenza al vero naturale che caratterizza i suoi primi dipinti
profani.
GIUDITTA CHE DECAPITA
OLOFERNE
Nella Giuditta e Oloferne, il dramma esplode
in una mimica espressiva, nell’azione violenta, colta al suo
culmine e annuncia quella tematica “dell’urlo”
che troverà sviluppo nelle opere seguenti. La spettacolare
e drammatica scena fa parte di un gruppo ben distinto di dipinti,
eseguiti all’inizio del rapporto con il cardinale Del Monte,
in cui le figure vengono trattate con insolito nitore, quasi con
durezza. Una luce precisa e ferma mette in evidenza i particolari
più macabri: il tema della testa mozzata e del sangue che
scorre è uno dei più tipici della produzione caravaggesca.
Giuditta e Oloferne, cm 145x195, olio su
tela, 1600-02,
Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica
LE GRANDI
COMMISSIONI SACRE
Nel luglio del 1599, probabilmente per intercessione
del suo potente protettore Del Monte, Caravaggio riceve la commissione
dei due quadri laterali per la Cappella Contarelli in San Luigi
dei Francesi; nel dicembre 1600 le due grandi tele rappresentanti
la Vocazione di San Matteo (a destra) e il Martirio
di San Matteo (a sinistra), erano già collocate sul
posto. Nella Vocazione di San Matteo vibra un uso nuovo
della luce, ormai non più diffusa ma direzionale e orientata.
Il Martirio di San Matteo ebbe come testimoniano gli esami
radiografici, un’esecuzione più elaborata in successive
redazioni fino a quella finale in cui l’artista riuscì
a comporre mirabilmente la concitazione dei fedeli radunati nella
chiesa, con il dramma in fieri dell’uccisione del santo. Gli
astanti si ritraggono ai lati del quadro mentre la scena di martirio
è collocata al centro e illuminata da una luce intensa che
colpisce San Matteo e si riflette sul corpo del suo carnefice. Servendosi
di numerosi suggerimenti tratti da quadri di Tintoretto, Annibale
Carracci, Raffaello e Michelangelo il pittore dà vita ad
una composizione macchinosa in cui vengono rielaborati e assimilati
moduli manieristici.
Vocazione di San Matteo, cm 322x340, olio
su tela, 1599-1600,
Roma, San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli
Martirio di San Matteo, cm 315x315, olio su tela, 1599-1602
Roma, San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli
LA VERITA’
INCOMBENTE
In queste opere, di soggetto sacro fondamentali per
lo sviluppo di tanta pittura seicentesca Caravaggio comincia a valersi
di forti contrasti luministici fra luce e ombra per far maggiore
risalto alla verità incombente dei corpi e delle storie narrate.
Davide con la testa di Golia, olio su tela,
1607,
Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemaldegalerie
Salomè con la testa del Battista,
olio su tela, 1609, Londra, National Gallery
CARAVAGGIO
A NAPOLI
Nei primi anni del 1600 Caravaggio viene coinvolto
in un’aggressione; e infine l’uccisione di un avversario
al gioco gli procura la condanna capitale e lo costringe a una precipitosa
fuga da Roma (29 maggio 1606). Caravaggio prende la via di Napoli
protetto dai Colonna: appena giunto nella città, già
nel settembre 1606 l’artista pone mano alla grande pala delle
Sette Opere di Misericordia (Napoli, Pio Monte della Misericordia),
portandola a termine in breve tempo (gennaio 1607). Al primo periodo
napoletano risalgono: la Flagellazione, (Napoli, Museo
Capodimonte) eseguita nel 1607 per San Domenico Maggiore, e per
la quale il pittore si ispirò ai modelli romani (Sebastiano
del Piombo e Peterzano); il Davide di Vienna e la Salomè
di Londra.
Sette opere della Misericordia, cm 390x260,
olio su tela, 1606-07,
Napoli, Pio Monte della Misericordia
Flagellazione, cm 286x213, olio su tela,
1607,
Napoli, Museo di Capodimonte
CARAVAGGIO
A MALTA
A fine 1607 Caravaggio lascia Napoli per Malta: nell’isola
cercava un rifugio alla persecuzione della legge e sperava in riconoscimenti
ufficiali. Con questa speranza in animo il pittore dipinse il Ritratto
di Alof de Wignacourt Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri
di Malta, opera che gli valse il conferimento del Cavalierato. A
Malta esegue il San Gerolamo, sintetica e drammatica immagine
del santo scrivente. Con la Decollazione del Battista,
tocca l’apice di questa drammaticità; il tragico evento
si svolge in uno spazio chiuso e immoto, portato a compimento dai
gesti meccanici e come bloccati degli esecutori. Esso è presentato
dall’artista in tutta la sua brutalità, senza alcuna
risonanza emotiva; cosicché la firma del pittore, ottenuta
col fiotto di sangue sgorgante dal capo del Battista, assume il
ruolo sinistro di commento e manifesta la piena identificazione
del Merisi che nel quadro rispecchia la sua personalità.
A Malta quando Caravaggio ha raggiunto uno status sociale e una
fama tale da garantirgli una discreta tranquillità psicologica,
ancora una volta viene colpito dagli eventi. Narra Bellori: “Il
suo torbido ingegno lo fece cadere da quel prospero stato e dalla
benevolenza del Gran Maestro. Venuto egli a contesa con un cavaliere
nobilissimo fu ristretto in carcere” . Caravaggio in data
27 agosto 1608 viene coinvolto in una violenta rissa di cavalieri,
conclusa con il grave ferimento del cavaliere fra Giovanni Rodomonte
Roero e viene incarcerato. Caravaggio riesce però ad evadere
e a fuggire in Sicilia.
Ritratto di un cavaliere di Malta, cm 118,5
X 95, olio su tela, 1608-09,
Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina
Ritratto di Alof de Vignacourt, olio su tela, 1608,
Parigi, Museo del Louvre
LA FUGA
IN SICILIA E LA TRAGICA FINE DEL MERISI
Nel periodo siciliano (1608-09) esegue quattro pale:
Seppellimento di Santa Lucia, La resurrezione di Lazzaro,
L’adorazione dei pastori, La natività.
Il pittore dipinge opere sempre più drammatiche, in cui il
realismo diventa evocazione visionaria. Una nuova tappa a Napoli
(1609-10) si conclude con il ferimento di Caravaggio e una nuova
fuga, verso Roma, terminata con la tragica fine dell’avventura
terrena di Michelangelo Merisi sulla spiaggia della Feniglia.
San Gerolamo scrivente, cm 117 X 157, olio
su tela, 1608, La Valletta (Malta), Saint John Museum
Decollazione del Battista, cm 361x520,
olio su tela, 1608,
La Valletta (Malta), Oratorio della Cattedrale di San Giovanni
LA COMMEDIA
UMANA E LA PERFEZIONE DEL SUO DRAMMA
La pittura di Caravaggio simula ora i gemiti d’una
atterrita umanità ora il fremito della vita rappresentata
ora la speranza animata da un’attesa profonda. L’opera
racconta il travaglio terribile del tempo, la crudeltà del
fato umano, la commedia umana e la perfezione del suo dramma. La
voce degli elementi, il ricordo e il presentimento, tutti questi
segni creano una sorta di viaggio interiore dove l’opera inespressa
risorge e si illumina di dramma umano. Per un attimo l’anima
varca i secoli e i millenni; per un attimo l’anima palpita
nel torrente delle forze dolorate. L’evocazione assorbe la
scena: e ce la rende intatta e fresca e tutta immemore quasi d’una
novità originale; ed ora ce la rende infinitamente sorgiva
come un calore che strugge quanto attinge.
Lo straordinario animatore sorpassa sé medesimo senza tregua;
egli ci mostra la possibilità di un dolore trasmutato nella
più efficace energia stimolatrice. L’antica anima tragica
è presente. I fantasmi delle dipartite e degli approdi, divorati
dall’ansia di superare il proprio destino. L’evocatore,
è animato dall’ansia di mutare in realtà sensibile
la sua visione allucinante.