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Nato a Roma nel 1938 dove risiede e lavora.
Belisario
Mancini è un artista che agli slanci istintuali di una natura
semplice insieme e difficilmente riducibile a una sigla uniforme
unisce consapevolezza formale, che arriva a poco a poco ad assorbire,
a concentrare il risultato artistico. Se un'ascendenza è
riscontrabile in lui, risalirei a un'indicazione, a un suggerimento
di scaturigine neoclassicistica. E', in questi suoi plexiglas, uno
slancio contenuto nei termini, esatti, di un richiamo squisitamente
essenziale. Non è soltanto, come può apparire a un
primo sguardo, il distacco dalla realtà come in gran parte
delle soluzioni odierne: ma il prelievo del connotato segnico di
bas di ogni contesto, fino a un'eleganza disincarnata, dove pulsa,
appunto, una favola memore. Non è la forma che sorge dalla
trasparenza, dall'areità dello strumento d'irrealismo ottico,
ma il contrario: il punto di arrivo è questa vibrazione di
colore rarefatto nella luce che tutto pervade fino ad assimilarlo
con la memoria dell'imagine che si ha per un attimo socchiudento
gli occhi e immergendo la forma plastica nella dimensione della
fantasia.
Nascono in tal modo i tortili colli di Cigno, quasi a memento,
foscoliano, delle Grazie che li ispirano, e gli squillanti, taciti,
embrioni spazilali dove alitano lineari Gabbiani, cadenze orbitali,
proposte di oggetti consueti al grado di cadenze, di vortici trasparentio
su sfondi cosmici, di puro presagio. Da un ostensorio sgorga, concentrato,
un fiotto di luce; da un campo di grano o da un prato, monétiano,
di ninfee, il colore si dissipa come un alito di vento. Un Nubifragio
non è che una collusione di memorie cromatiche immerse in
un'atmosfera, in un'eco di tempesta.
Tutto rievoca una realtà che vorrebbe essere imminente e
riesce, al culmine, immemore, traslata. Siamo nel clima dei sogni
resi oggetto dall'incorporanza della idea nel tessuto, opalino,
del vero. A questo ciclo variopinto e flessibile, sfiorato, sottilmente
irriducibile, di cadenze, sillibazioni, striscie, lumi, paesaggi
di fiamma, attinge, illibata, la dimensione materico-pittorico-cromatica
di Belisario.
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