Françoise
Gilot & Pablo Picasso:
il risveglio della ragione
Françoise Gilot non è una scrittrice,
ma ancor vivo Picasso scrisse, in collaborazione con il giornalista
americano Carlton Lake una auto-biografia sulla relazione, durata
una decina d’anni, col più grande artista del ventesimo
secolo: “Life with Picasso”. Il libro, in realtà,
è una sequela di ricordi sotto forma di pensieri a voce alta
che mettono a nudo, prima di tutto i suoi, ma soprattutto, i sentimenti
e le debolezze di un uomo che aveva il mondo ai suoi piedi ma che
invece era assillato dallo spettro della vecchiaia, della malattia,
della superstizione, dell’orgoglio e alla fine anche della
morte.
Perché mai Françoise aveva deciso di
dare in pasto al mondo intero, particolari sconosciuti della complicata
vita familiare di quel venerato artista? La motivazione ce la racconta
Arianna Stassinopoulos Huffington in un’altra interessantissima
biografia su Picasso scritta nel 1988 “Picasso, creator and
destroyer”: “’Quando ho cominciato a scrivere
il libro’ raccontava Francoise ‘non sapevo quando e
se l’avrei pubblicato. Volevo mettere tutto per iscritto fin
tanto che la mia memoria dei fatti era intatta; era anche un modo
di riordinare i pensieri ed esperienze e di liberarmene. Fu la sua
decisione di troncare i rapporti con i ragazzi che dette via libera
alla pubblicazione. Dal momento che loro non avevano più
nulla da perdere in termini di affetto paterno, non c’era
motivo perché io la rinviassi’”(1).
Secondo la scrittrice, “Françoise Gilot
fu l’unica donna che passò indenne attraverso le lame
di rasoio e continuò a maturare nella propria personalità
umana ed artistica”(2) tanto che quando la contattò
per scrivere il libro, inizialmente lei non volle riaprire un capitolo
di ricordi comunque dolorosi, ma sucessivamente, ormai morto Picasso,
acconsentì a lasciarsi intervistare aggiungendo episodi inediti
che per motivi di tutela nei confronti dei figli, non aveva all’epoca,
rivelato.
La sua vita con Picasso iniziò, per lei, nel
momento in cui la vita offre le occasioni più intriganti
ma nello stesso tempo più laceranti: “Ho incontrato
Pablo Picasso nel maggio del 1943, durante l’occupazione tedesca
della Francia. Avevo ventun anni e sentivo già che la pittura
avrebbe costituito lo scopo di tutta la mia vita”(3). Così
è l’incipit del suo libro del 1964: a ventun
anni la voglia di sperimentare la propria esistenza e sfidare il
proprio destino è improcrastinabile e l’attenzione
che lei riservò a quei decisivi eventi è la misura
dell’importanza che avevano assunto. Lake racconta nella Prefazione,
che Françoise dimostrava di avere, di tutto il tempo vissuto
con Picasso “un ricordo totale. Françoise ripeteva
esattamente quello che lei aveva detto e quello che aveva detto
Pablo, conosceva ogni passo, ogni sfumatura della vita che avevano
vissuto insieme per dieci anni e più. Le citazioni dirette
di Picasso sono letterali; né più né meno”(4).
Françoise nasce a Parigi il 26
novembre 1921, figlia unica di Madeleine ed Emile Gilot. Il
padre, un pratico uomo d’affari, è una presenza forte
ed autoritaria che, non nascondeva il desiderio di un figlio maschio,
in quanto l’educazione riservata alla figlia è a dir
poco spartana: i suoi impegni quotidiani di bambina non sono spensierate
attività ludiche, ma impegnative giornate di studio e di
sport, tanto che all’età di quattro anni sapeva leggere
e scrivere, aveva nozioni di algebra e di storia della mitologia
e fino all’età di nove anni il padre riserverà
per lei degli istitutori privati. Dice Françoise ricordando
il padre: “…era anche un uomo appassionato di letteratura
e avevo sempre libero accesso alla sua grande biblioteca. Quando
ero sui dodici anni mi aveva letto passi interi di Joinville, Villon,
Rabelais, Poe e Baudelaire e, quando fui sui quattordici tutto Jarry.
A diciassette anni ero piuttosto orgogliosa delle mie cognizioni
e felice di pensare che ormai sapevo tutto della vita, anche se
tale conoscenza era fatta sui libri”(5). Se la madre è
una figura quasi marginale (almeno nel suo libro) la nonna materna,
che rivestiva in sé caratteristiche di fermezza e di dolcezza
insieme, sarà per i suoi turbolenti anni a venire, sempre
un punto sicuro di riferimento.
Françoise vide per la prima volta Pablo, un
mercoledì del maggio del 1943, in un piccolo ristorante frequentato
da artisti e letterati in rue des Grands-Augustins chiamato “Le
Catalan”. Lei era in compagnia della sua amica più
cara, Geneviève, pittrice, e di un amico, Alain Cuny, attore.
Lui, al tavolo vicino, era con un gruppo di amici tra cui due donne,
una delle quali venne indicata a Françoise da Alain come
Dora Maar “che dal 1936, come tutti sapevano era la compagna
di Picasso”(6). Ma Françoise la riconosce subito ricordando
i ritratti nelle varie versioni e ne constata certamente la bellezza
“ma ciò che colpiva di più in lei era la sua
straordinaria immobilità. Parlava poco, non gestiva affatto,
e c’era nel suo atteggiamento un che di rigido più
che di dignitoso”(7).
Di Pablo, invece, Françoise, confessa di non
essere stata particolarmente attratta dal suo aspetto, confrontato
con un ritratto fotografico di Man Ray di diversi anni prima, quando
era ancora “vigoroso come un bell’animale. Ora invece
i capelli un po’ grigi e lo sguardo assente gli conferivano
un’aria distaccata, orientale, che mi ricordava la statua
dello scriba egizio del Louvre”(8). Invece Pablo aveva notato
sia le ragazze che l’attore per cui cercava in più
modi di attirare la loro attenzione con scenette, sorrisi e commenti
volutamente a voce alta finché si avvicinò al tavolo
di Françoise con un piatto di ciliegie da offrire. Fatte
le presentazioni e scambiate le prime battute, il dialogo si inoltrò
sui loro interessi e quando le ragazze dissero che erano pittrici,
Pablo scoppiò a ridere trovando la cosa divertente. Poi aggiunse
fissandole “con un’aria di sorpresa ironica ‘Be’…
faccio il pittore anch’io’ disse. ‘Dovete venire
allo studio a vedere qualcuna delle mie tele’”(9).
L’interesse di Françoise per Picasso
pittore fu un processo graduale sostenuto dal pittore ungherese
Endre Rozsda che la introdusse (dal ’41 al ’43) alla
poetica picassiana: “Quando cominciai a studiare con Endre,
ero innamorata di Matisse, dell’arte della sensualità
e della gioia. Picasso non mi piaceva altrettanto, né dal
punto di vista estetico né dal punto di vista tecnico. Geneviève
ed io eravamo state al padiglione spagnolo a vedere Guernica
che però non ci aveva colpito molto come capolavoro artistico.
Come atto politico sì. Fu attraverso Endre Rozsda che scoprii
Picasso veramente”(10). Le due amiche erano fisicamente molto
diverse ma quasi complementari l’una all’altra: Geneviève
era una bellezza carnale con forme sinuose e classiche mentre Françoise
esprimeva con il suo corpo da ragazzino una bellezza androgina e
dinamica. “La loro era un’amicizia profonda e appassionata,
che durava da quando Françoise aveva dodici anni e Geneviève
tredici e mezzo”(11).
Si recarono da Picasso il lunedì successivo
e dopo essere salite per la stretta scala a chiocciola nello studio
di rue des Grands-Augustins 7, ed essere ombrosamente ricevute da
un sospettoso Jaime Sabartés, furono finalmente accolte dall’artista
al secondo piano dell’edificio. “Quando ci vide il suo
volto si illuminò di un sorriso. Lasciò il gruppo
e ci venne incontro. Sabartés brontolò qualcosa circa
il nostro appuntamento e scomparve”(12). In queste poche righe
di Françoise è racchiusa in nuce lo svolgersi
del ménage della vita privata e artistica di Pablo,
fatto di mistero e segretezza che, l’imprevisto arrivo di
questa giovane donna di lì a poco, sconvolgerà radicalmente.
Picasso era continuamente cercato e circondato da persone e personaggi,
amici e galleristi, mogli, donne, amanti e figli che pretendevano,
ciascuno, la loro parte di Picasso e se lui non avesse avuto accanto
a sé una figura di fiducia, quale era Sabartés, che
si assumesse l’onere e l’onore di fargli da filtro,
difficilmente avrebbe potuto attendere al suo quotidiano lavoro
di artista.
Françoise, ancora accompagnata da Geneviéve,
ritornò dopo una settimana e stavolta Pablo mostrò
ad entrambe più quadri che non la prima volta e infine gli
ultimi ritratti di Dora Maar: “Quelle figure, staccandosi
sopra un fondo chiaro, sembravano simboli della tragedia umana,
più che la semplice deformazione di un volto femminile, come
potrebbero apparire a una lettura superficiale”(13). Dopo
di che lui si sbilanciò e raccontò di aver visitato
la galleria dove esponevano entrambe, incoraggiandole stavolta,
a continuare e a rinnovare le loro visite con lavori nuovi da sottoporgli.
Françoise confessa di essere tornata a casa piena di grande
voglia di fare ma anche di grande voglia di rivederlo, da sola,
ma sentiva “che era troppo presto per mostrare a Picasso dei
nuovi lavori”(14). Ma quando, partita Geneviève, Françoise
tornò sola, lui le dimostrò tutt’altro interesse
che non quello per la pittura di una giovane studentessa che brama
di sottoporsi al giudizio di un grande maestro.
Ogni scusa era buona per creare quel contatto continuo:
una volta mentre si recava da Pablo in bicicletta, cominciò
a piovere e quando arrivò allo studio, lui, vedendola con
la testa bagnata si dedicò ad asciugarle i capelli nel bagno.
Era tra i pochi privilegiati, in quel periodo, che poteva usufruire
dell’acqua calda e così la invitò, quando lei
avesse voluto, ad approfittare per un bagno caldo. Un’altra
volta era per dei colori o della carta speciale che le voleva regalare.
Ma Françoise che aveva capito il suo gioco, si divertiva
ad assecondarlo finché un giorno, mentre le stava spiegando
l’uso di utensili per la finitura delle sue sculture, la baciò
improvvisamente sulla bocca. Ricorda Françoise: “Lo
lasciai fare. Mi guardò sorpreso. ‘Le dispiace?’
‘No’, risposi, ‘e perché mai?’. Sembrava
sorpreso. ‘E’ disgustoso’ disse ‘Avrebbe
potuto almeno respingermi. Altrimenti potrei pensare che tutto mi
è permesso’. Sorrisi e gli dissi di continuare. Ormai
era completamente sconcertato. (…..) E ritornò nello
studio di scultura per raggiungere gli altri”(15). Pablo tentò
un altro paio di volte con l’approccio seduttivo da satiro
impenitente ma la franchezza e la reazione spontanea di Françoise
lo avevano spiazzato così tanto che per prendere tempo e
pensarci su smise di corteggiarla pur mantenendo la cordialità
e l’invito aperto.
Il proposito di Françoise di diventare pittrice
era così forte e impellente per lei che, cercando di contentare
se stessa e la famiglia, seguiva da qualche anno lezioni di pittura
con Endre e contemporaneamente preparava la tesi di letteratura
alla Sorbona e quella del corso di legge. Dopo i primi incontri
con Pablo, trascorse le vacanze con Geneviève e al ritorno
aveva maturato, infine, la decisione di essere solo pittrice e di
comunicarlo a suo padre. Questo avrebbe significato una sola cosa:
rottura totale. E così fu! Il padre reagì duramente,
tanto che Françoise decise di rifugiarsi presso la nonna
dove però la raggiunse il padre che cominciò a picchiarla
violentemente e solo l’intervento della nonna la salvò
da un pestaggio completo. Ora non poteva contare più sulla
sua famiglia ma solo su se stessa e sull’appoggio incondizionato
della nonna.
Così cominciò a dare lezioni di equitazione
ed era ormai autunno inoltrato quando ritornando da Pablo, dopo
la drammatica rottura col padre, ebbe la sensazione di ritrovare
una persona amica “la cui natura non era molto dissimile dalla
mia”(16). Continuò quindi a dipingere e inizialmente
si recò nello studio des Grands-Augustins due o tre volte
alla settimana per poi divenire una frequenza quotidiana. Intorno
a loro l’occupazione tedesca di Parigi metteva a dura prova
i cittadini tutti, mentre Pablo sembrava non risentire di questi
eventi se non di riflesso: molti degli intellettuali di origine
ebraica erano fuggiti negli Stati Uniti in attesa di tempi migliori
(Léger, Breton, Ernst, Masson, Zadkine) e Françoise
vedeva nella caparbia decisione di Pablo di restare, una forma di
coraggio, ma lui minimizzò: “non cerco il rischio,
ma per una specie di passività non amo cedere né alla
forza né al terrore. Voglio rimanere qui, perché sono
qui. La sola forza che potrebbe farmi partire sarebbe il desiderio
di partire. Restare non è in realtà una manifestazione
di coraggio, ma solo una forma d’inerzia”(17).
Ormai tutte le mattine lei faceva visita a Pablo,
come anche tutta una corte di persone, ma naturalmente, a differenza
della corte, veniva sempre introdotta dal grande artista, che se
aveva voglia riceveva anche gli altri. Una mattina le propose di
rimanere da lui per sempre: “…ti porterei da mangiare
due volte al giorno. Lassù potresti lavorare in tranquillità
e io avrei un segreto che nessuno potrebbe strapparmi. Di sera potremmo
uscire insieme, girovagando dove ci piace e tu, che non ami la folla
saresti completamente felice e non dovresti preoccuparti del resto
del mondo, all’infuori di me”(18). A Françoise
non parve una buona idea.
Il loro rapporto ancora d’amicizia, cresceva e si intensificava
tanto che ora Françoise poteva recarsi da Pablo nel pomeriggio
(anziché la mattina) quando lui non riceveva più nessuno
e si dedicava totalmente a dipingere. Françoise che si era
guadagnata il rispetto di Pablo, era là, ammessa nel sancta
sanctorum di rue des Grands-Augustins 7.
Un giorno Pablo le disse di venire, ormai di pomeriggio, per una
lezione di incisione: “Arrivai puntuale, vestita d’un
abito di velluto nero, con il colletto alto di pizzo, i capelli
rosso cupo acconciati al modo dell’Infanta di Velasquez,
cui mi ero ispirata. Picasso mi fece entrare e guardandomi restò
a bocca aperta: ‘E’ questo l’abbigliamento che
indossi per imparare l’incisione?’ chiese infine ‘No,
certo’ risposi. Ma poiché ritenevo che non avesse la
minima intenzione di insegnarmi l’incisione, avevo indossato
il vestito che mi sembrava più adatto alla circostanza”(19).
Invece Pablo mantenne la parola e mostrandole una serie di incisioni
sia sue che di altri la intrattenne finché esaurito quel
tempo decise che ora qualcosa voleva vederla lui. La portò
nella sua camera da letto e la spogliò, apprezzando le sue
forme come farebbe uno scultore, semplicemente accarezzandola e
stringendola con grande delicatezza, intuendo che l’audacia
di Françoise non era sostenuta da un desiderio vero e proprio
ma dalla volontà di essere audace ma lei ricorda che non
poté fare a meno di constatare quanto straordinaria dolcezza
emanava da Pablo nell’accarezzare il suo corpo e in quell’occasione
le disse: “Sei l’unica donna che ho incontrato in vita
mia che abbia una propria finestra sull’assoluto”(20).
La forza di Françoise non era data dall’esperienza
né dalla volontà era quella forza con la quale era
abituata a convivere fin da bambina, era quella forza che l’aveva
decisa a contrastare la volontà del padre rompendo il legame,
ora questa forza la spingeva verso Pablo ma consapevole del rischio
che correva, nonostante le difficoltà, non smise di dipingere.
Il suo maestro Rozsda (di origini ebraiche) ormai partito da Parigi,
alla Gare de L’Est, dove l’accompagnò, le disse
di non preoccuparsi perché tanto in capo a tre mesi avrebbe
conosciuto Picasso! Picasso e la pittura, le sole cose che la interessassero
in quel momento e così lavorava sodo, ospite nella casa della
nonna, in una stanza attigua alla sua. Proprio per sottolineare
questa forza ‘virile’ necessaria per esprimere idee
pittoriche lei si firmava ‘F.Gilot’, “poiché
le piaceva pensarsi artista, non artista donna. E come tale voleva
che gli altri la pensassero”(21). Più tardi, quando
i segni si fecero più forti optò per ‘Ariane’
con chiaro riferimento al mito di Arianna collegata alla sorte del
Minotauro. Sarebbe riuscita lei, novella Arianna, ad uccidere il
Minotauro che albergava in Pablo o soltanto a farlo uscire dal suo
labirinto per poi lasciarlo libero ma ancora feroce? Il povero mostro
è lì che brama alla purezza delle vergini, perché
non crede, mai, che possa essere amato per quello che è,
così le fa a pezzi.
Françoise, era ormai presente tutti i giorni
e Pablo dispensava con grande attenzione i suoi consigli senza tuttavia
dare l’impressione di esprimere una critica diretta al lavoro
della giovane. Dal canto suo lei, faceva tesoro delle ‘lezioni
private’ e il suo progresso era continuo e sistematico. Le
consigliava di usare meno attrezzi possibili per un lavoro e di
disporre pochi oggetti per la composizione di una natura morta:
“Non devi lavorare fino al limite, ma sempre al di sotto.
Se hai a disposizione tre elementi, utilizzane soltanto due (…..)
In questo modo tratterai con maggior maestria gli elementi che hai
scelto e avrai la sensazione di avere in serbo ancora delle forze”(22).
Il 24 agosto 1944 Parigi viene liberata dall’occupazione
nazista e Pablo, che a differenza degli altri artisti non aveva
subito particolari censure o persecuzioni, divenne, tuttavia, il
simbolo della libertà d’espressione attraverso l’arte
e con questa premessa gli organizzarono in poco tempo una grande
mostra retrospettiva.
Intanto Françoise cominciò ad entrare
sempre di più nell’intimità della vita di Pablo
e Pablo stesso desiderava che lei entrasse nella sua vita, anche
passata, ripercorrendo con lei i luoghi e le persone che erano stati
gli elementi costitutivi della sua carriera e della sua vita.
Un giorno, dopo averle fatto leggere l’Autobiografia
di Alice B. Toklas la condusse da Gertrude Stein e Françoise
ricorda quel pomeriggio come una vera tortura, paragonabile alla
tensione a cui si è sottoposti durante un esame di scuola.
Ricorda la continua ostilità della Toklas e le incalzanti
domande della Stein sulla letteratura e sul Cubismo. Picasso era
stato grande amico sia di Gertrude che del fratello Leo, tra i primi
a comprare, per anni, i suoi quadri cubisti, quindi non meraviglia
affatto l’alta considerazione che Pablo aveva di lei e della
sua opinione su Françoise, motivo per cui non partecipò
minimamente al dialogo fra le due donne preferendo ascoltare e guardare,
ma alla fine, nonostante l’iniziale diffidenza, la Stein le
dimostrò invece, tutta la sua simpatia donandole tre libri
con dedica e invitandola ad andarla a trovare da sola. Pablo ne
fu ampiamente soddisfatto.
Un freddo pomeriggio autunnale, trovò invece
Pablo sulla soglia dello studio che l’attendeva per portarla
a vedere il Bateau-Lavoir e a trovare un’amica di quei tempi.
Marcel, l’autista, li portò fino a Montmartre e lì
Pablo cominciò, a tratti, a ricordare e a raccontare con
i nomi dei suoi amici, Modigliani, Gris, Jacob, Apollinaire, Fernande
Olivier quella che era stata la sua vita intorno agli anni Dieci
al cosiddetto Bateau-Lavoir il suo primo studio parigino. “Esso
rappresentava l’età d’oro quando ogni cosa era
fresca e schietta, prima che egli avesse conquistato il mondo e
poi scoperto che questa era un’arma a doppio taglio e a volte
sembrava che il mondo avesse conquistato lui”(23).
L’amica, che si chiamava Germane Pichot, giaceva
in un letto, vecchia, malata e sdentata. Pablo le lasciò
del denaro sul comodino e si accommiatò. Questa donna, le
disse Pablo, una delle prime persone che conobbe a Parigi, era bellissima
e aveva fatto innamorare molti uomini e tra questi un suo caro amico
(Casagemas) che respinto, perché gli preferì Pablo,
si suicidò davanti a lei. Françoise capì che
le voleva dimostrare, con questo drammatico racconto, la morale
e il senso della vita attraverso il dolore che aveva dato senso
alla sua, di vita.
Un’altra volta Pablo la portò dal pittore
che più di ogni altro aveva la sua stima incondizionata anche
se non ne condivideva lo stile, Matisse. Lo trovarono convalescente
che ritagliava forme di carta colorata da collocare in una composizione
pittorica con l’aiuto di Lidia, la segretaria-compagna. La
presenza di Françoise vestita di malva e verde salvia (i
colori preferiti da Matisse su indicazione di Pablo) aveva indotto
Matisse a chiedere a Pablo di poterle fare il ritratto facendole
però i capelli verdi. Stizzito Pablo glielo negò e
quando furono fuori manifestò il possesso su Françoise
decidendosi a farle il ritratto.
Ma il loro rapporto non era mai semplice tanto che
dal 1945 Françoise cominciò a rallentare la frequenza
allo studio di Pablo perché capiva di rappresentare per lui
una difficoltà che si manifestava attraverso un’aggressività
verbale quando si rendeva conto di essere stato troppo dolce con
lei. Un giorno le disse che per lui esistevano soltanto due tipi
di donne: dee e stoini “e quando pensava che potessi sentirmi
troppo simile a una dea, faceva del suo meglio per ridurmi a uno
stoino”(24).
Nonostante ciò arrivò anche il giorno
che Pablo la mise di fronte alla scelta di vivere insieme a lui,
decisione che lei non voleva prendere, perché da quando aveva
rotto ogni legame con il padre era stata accolta con grande amore
dalla nonna e lasciarla le creava grande sofferenza. Pablo allora
le disse: “Quello che puoi dare a tua nonna a parte l’affetto
che nutri per lei, non è essenzialmente costruttivo. Quando
sei con me, invece, mi aiuti a realizzare qualcosa di veramente
costruttivo. E’ più logico e più positivo che
tu mi stia vicino, dal momento che io ho veramente bisogno di te”(25).
Oltre la nonna e tutta la libertà che desiderava, c’era
un altro motivo per cui Françoise tentennava: Dora Maar.
Tutti sapevano che era ancora la sua compagna ufficiale ed essere
entrata così di colpo nella vita di Pablo le faceva pensare
di aver usurpato, in un certo senso, la posizione di Dora. In realtà
il rapporto tra Dora e Pablo, che era stato vissuto intensamente
con toni drammatici e passionali da entrambi, era ormai esaurito
e Pablo voleva, a tutti i costi, mettere in chiaro con Françoise,
presente Dora, che tra loro non c’era più nulla. Con
tutta la crudeltà della verità di cui Pablo era capace,
convinse Françoise ad andare da Dora per renderla testimone
dell’avvenuto distacco. L’incontro è descritto
minuziosamente da Françoise, non quale co-protagonista ma
quale spettatrice del dialogo sprezzante e recriminante tra i due
ex-amanti: “Sai già di che si tratta. Voglio soltanto
che Françoise lo senta con le sue orecchie. Françoise
è indecisa se venire o no a stare con me, perché pensa
di usurpare il tuo posto. Io le ho detto che tutto è finito
fra noi, e voglio che glielo dica anche tu, così ci crederà”(26).
E Dora, fredda ma obbediente, lo disse a Françoise ma disse
anche a Pablo che lui non aveva mai amato nessuno nella sua vita
e che non sapeva cosa fosse l’amore! Ma questa è un’altra
storia. (vedi "Sogno
e menzogna I: Dora Maar e Pablo Picasso").
Così avvenne che, semplicemente, una sera
che Pablo insistette più delle altre volte, Françoise,
vedendolo affranto e solo decise di non tornare più dalla
nonna e non avendo il coraggio di affrontarla – sapendo ciò
che pensava di Picasso – decise di scriverle una lettera dettata
da Pablo stesso per informarla della sua decisione di vita. Era
maggio del 1946. La decisione che, fra tanti dubbi, si risolse a
prendere Françoise non era sostenuta da nessuna delle persone
care a lei vicine. Infatti la nonna aveva cercato di dissuaderla
soprattutto per la differenza di età (40 anni) e la sua amica
Geneviève le diceva “ma che gusto può esserci
a vivere con un uomo che non si può definire altrimenti che
malvagio?”(27).
Françoise confidò, anni dopo, ad Arianna
Stassinopoulos Huffington che fin dall’inizio della loro relazione
e poi della convivenza non si trattò di un semplice rapporto
d’amore ma sempre di una “corrida” cioè
di una continua prova di forza ma ammise anche che “una parte
di me non accettò mai la decisione di vivere con lui. Non
l’ho mai amato con tutta me stessa. Avrei potuto dargli di
più. Avrei potuto dargli tutto. Ma non fu così”(28).
Eppure andò fino in fondo tagliando i ponti con la sua famiglia
ma anche con quella parte di esistenza spensierata che spetta vivere
ai giovani prima che quel tempo passi inesorabilmente.
L’inizio della convivenza fu per Françoise
una totale immersione nella pittura (non uscì di casa per
un mese) trascorrendo il tempo a guardare e ad assistere Pablo dipingere
che lo faceva per ore, fino a notte inoltrata, senza stancarsi,
nel silenzio più assoluto e senza nessuna interferenza esterna.
Quando smetteva era per sedersi su una poltrona di vimini e da lì
guardare, sempre in silenzio, anche per un’ora il lavoro che
andava compiendo.
Un giorno si decise a farle il ritratto, ma non fu
facile come era stato per Dora, il cui ritratto di donna piangente
gli si era naturalmente presentato. Per Françoise ci fu un
iter più articolato, una ricerca che procedeva per esclusioni.
La fece posare, prima seduta, poi in piedi, poi la osservò
nuda per un paio d’ore, poi schizzò un ritratto quasi
naturalistico ma non rispondeva all’essenza del suo carattere
infine si ricordò dei capelli verdi che le voleva fare Matisse
e cominciò a sintetizzare l’immagine finché
ottenne Lafemme-fleur.
“Tu sei come una pianta in crescita e mi sono
chiesto come esprimere l’idea della tua appartenenza al regno
vegetale piuttosto che a quello animale. Non mi sono mai sentito
spinto a ritrarre qualcuno in questo modo. E’ strano vero?”(29).
Seguirono molti altri ritratti di Françoise.
Ma Picasso non era né un artista né un uomo comune
e secondo una logica totalmente personalizzata altalenava con Françoise
concessioni gioiose del suo tempo e della sua disponibilità
a situazioni che invece mettevano a dura prova la saldezza e l’integrità
di carattere nonché l’amore e la pazienza di lei. Poco
prima dell’estate Pablo, insistendo, si fece prestare da Dora
la casa di Ménerbes che lui stesso le aveva regalato, per
andarci in vacanza con Françoise. Nella perversa logica picassiana
intendeva “ripassare” con Françoise quei luoghi
vissuti e condivisi con Dora. La situazione fu così pesante
per Françoise (con l’incubo degli scorpioni e le lettere
innamorate di Marie-Thérèse che lui perversamente
le leggeva) che una mattina si decise silenziosamente alla fuga
con destinazione Tunisia dove un amico l’avrebbe ospitata.
Ma Pablo la recuperò sulla strada che faceva l’autostop,
accusandola di non aver capito che tutto quello che lui aveva fatto
era per amore di lei, ma alle proteste di Françoise, Pablo
sentenziò che era giunto il momento per lei di avere un figlio
che l’avrebbe rimessa in armonia con la natura e con il mondo
dato che era sì matura sul piano intellettuale ma che per
il resto era una ritardata. Françoise si accorse che Pablo
aveva ragione e poche settimane dopo si accorse di essere incinta.
La stima e la fiducia che Pablo riponeva in questa
giovane donna era talmente alta che, mentre era incinta e viveva
con lui nelle fredde e umide stanze in rue des Grands-Augustins,
decise di farla partecipe dei suoi affari conducendola nei sotterranei
blindati dove conservava, oltre i suoi, i dipinti di tutti i grandi
pittori suoi amici, Renoir, Cezanne, Matisse, Mirò, Derain,
eccetera, affidandole la gestione dei suoi affari che fino ad allora
era stato l’altro delicato incarico di Sabartès.
Intanto il tempo era giunto e Françoise il
15 maggio 1947 dette alla luce Claude il suo primogenito ma terzogenito
di Pablo che già aveva avuto Paulo (nel 1921 da Olga Koklova)
e Maya (nel 1935 da Marie-Thérèse Walter). Il lieto
evento risolse sì un problema tra Françoise e Pablo
ma ne creò invece moltissimi tra Françoise e la corte
di Pablo. A cominciare da Inès, la governante da anni al
servizio devoto di Pablo che si rivelò ben presto poco disposta
a prendersi cura anche del piccolo Claude e Sabartès, poco
avvezzo alla presenza di infanti nella vita di Pablo, ne era a dir
poco infastidito. Inoltre la presenza di un bimbo scardinava dalle
fondamenta tutto il protocollo di mistero, severità, segretezza,
cospirazione su cui si basava il ménage familiare
precedente all’arrivo di Françoise di cui Sabartès
era il regista ma ora il semplice sorriso del piccolo smantellava
e ridicolizzava senza rimedio il castello di diplomazia messo in
piedi dal segretario. L’unico alleato per Françoise
si rivelò Marcel, l’autista che aveva assistito fin
dall’inizio alla loro relazione.
Oltre a non avere la simpatia della corte, Françoise
non poteva avere la collaborazione di una nurse per Claude
e doveva anche prendersi cura di Pablo, che pretendeva di essere
primo nella scala delle sue attenzioni. Nella complessa e primordiale
logica di Pablo, Françoise non era una giovane ed inesperta
donna che aveva dato alla luce per la prima volta un bambino, ma
come già per le altre, una roccaforte da espugnare, un territorio
da conquistare, un angolo di carne femminile da marchiare con il
proprio possesso per sempre e renderla gravida significava sottometterla
e inchiodarla ai suoi istinti materni obbligandola tramite il possesso
della materia creatrice femminile a non allontanarsi fisicamente
da lui. Per tutto questo Françoise riteneva Pablo un sopravvissuto
di una cultura antichissima: “ciò che rendeva così
difficile il nostro rapporto non era il fatto che io avessi venticinque
anni e lui sessantasei, ma che io ne avevo venticinque e lui sessantaseimila”(30).
Ma era un momento magico e Pablo era contento del
piccolo che crescendo gli somigliava e della madre che lui possedeva:
“’La voleva sempre accanto a sé’ racconta
Dominique Desanti (…..) ‘Insieme formavano una coppia
notevole. Lei era così bella, e lui straordinario e dal punto
di vista estetico si restava colpiti al vederli’”(31).
La vita di Françoise era radicalmente cambiata,
completamente occupata a badare a Pablo, a Claude, agli affari di
Pablo (tra gli altri preparava gli assegni per Olga, Paulo e Marie-Thérèse),
alla conduzione familiare, agli ordini e commissioni anche pittoriche
che Pablo quotidianamente le lasciava che non aveva più il
tempo per dipingere. A tutto questo si aggiunse la persecuzione
improvvisa della moglie di Pablo, quella Olga Koklova sposata nel
1920 e dalla quale era separato da dieci anni ma che non si rassegnava
al suo destino di donna abbandonata. Aveva, fino ad allora, scagliato
il suo risentimento verso Dora Maar, ma quando seppe di Françoise
e del piccolo Claude, cominciò a seguirla e ad aggredirla,
prima verbalmente poi anche fisicamente finché Françoise,
stanca della situazione chiese a Pablo di cambiare casa.
Trovarono infatti una casa, con un ettaro di giardino
intorno, chiamata “La Galloise” vicino a Vallauris dove
già nel 1946 Pablo aveva iniziato una collaborazione artigianale
e artistica con i coniugi Ramiè proprietari della fabbrica
di ceramica Madoura, ideando, realizzando, impostando e colorando
egli stesso le più incredibili forme di ceramica mai viste
prima. Ma nonostante l’impegno e l’innovazione che Pablo
immise nella ceramica per lui era “sempre un oggetto ma non
sempre un objet d’art”(32) avendo la sensazione
che la materia stessa non potesse sopportare il peso dello sforzo
creativo che le aveva immesso.
Françoise si accollò tutta la procedura
del trasloco ma il problema Olga non era comunque risolto perché
la donna, anche se a distanza, continuava a perseguitarla con la
sua presenza ovunque andassero. Naturalmente capiva il disagio e
il dolore di questa sfortunata creatura ma il suo umore non migliorò
e i suoi impegni non diminuirono nonostante la nuova sistemazione.
Al che Pablo, vedendola così affranta le disse che la migliore
ricetta per una donna insoddisfatta era un figlio: “Un figlio
porta nuovi problemi che prendono il posto di quelli vecchi”(33).
Françoise accondiscese ma per motivi diversi
da quelli di Pablo: essendo stata figlia unica voleva dare un fratello
a Claude e poi ricordava il periodo della gravidanza come un tempo
piacevole e sereno in cui le attenzioni di Pablo erano particolarmente
dolci, anche perché le sue forme divenivano più appetibili
per lui. Ma nemmeno incinta di un mese Pablo accetta, dopo lunghe
consultazioni, l’invito ufficiale per il Congresso della Pace
a Varsavia e promettendo di stare via pochi giorni se ne allontana
invece per un mese tornando da Françoise con un cappotto
di pelle marrone per lei e uno bianco per Claude con l’idea,
infantile, di farsi perdonare.
Questo era uno dei tanti episodi che disturbavano
e immusonivano Françoise ma il vero problema era che la responsabilità
della conduzione familiare le cominciava a pesare e avvertiva grande
stanchezza fisica che non riusciva a recuperare. Così passarono
i mesi della gravidanza fino a quando, durante una visita di controllo,
il medico la obbligò a ricoverarsi il giorno stesso. Ma c’era
un problema: era il 19 aprile 1949 e Pablo doveva presenziare al
Congresso della Pace alla Salle Pleyel di Parigi e pretese, nonostante
fosse informato del rischio che correva la sua compagna, di essere
prima accompagnato all’inaugurazione e poi consentì
che Marcel accompagnasse Françoise in clinica dove alle otto
di sera nacque una bimba che venne chiamata Paloma in onore del
disegno stilizzato di colomba, simbolo della pace, fatto da Pablo
che, in quei giorni, tappezzava i muri di Parigi per il Congresso
in corso. Ora Pablo pentito del suo comportamento era felice e orgoglioso
che il mondo sapesse della sua piccola Paloma.
Intanto tre settimane dopo essere divenuto padre,
Pablo diventava nonno per la prima volta: suo figlio Paulo aveva
avuto un bimbo che venne chiamato come lui ma l’evento non
scosse Picasso più di tanto né servì ad addolcire
e riavvicinarlo al figlio che psicologicamente aveva sempre subito
il peso dell’autorità e della fama di un padre così
speciale.
Nonostante ormai fosse chiaro che facevano vita di
famiglia, Françoise non poteva mai essere sicura di essere
l’unica. Certo, Olga ormai era tenuta a bada ma continuava
a mandare lettere di insulti, Dora dopo la crisi depressiva curata
dal dottor Lacan scriveva di tanto in tanto, mentre Marie-Thérèse
era una presenza discreta ma continua. Françoise capiva bene
che le forme di questa donna erano state la fonte continua di ispirazione
per almeno nove anni fino a quando era nata Maya. Ma tuttora per
Pablo, Marie-Thérèse era sempre disponibile e a disposizione
quando e come lui avesse voluto. Tuttavia ora che anche lei era
madre di due bimbi, era dispiaciuta del fatto che Maya, la figlia
ormai tredicenne di Marie-Thérèse, non potesse conoscere
gli altri fratellastri a cominciare da Paulo il primogenito di Pablo.
Così lo propose a Pablo che inizialmente non
ne fu entusiasta ma poi pensando che potesse essere divertente,
nell’estate del 1949 acconsentì all’incontro.
Ricorda Françoise “trovai Marie-Thérèse
bellissima (…..) Tutta la serie di ritratti di donna bionda
che Pablo dipinse fra il 1927 e il 1935 le rassomigliavano perfettamente.
Non aveva nulla della fragilità di una indossatrice di alta
moda, perché aveva un fisico da atleta con l’incarnato
splendente di salute che hanno le donne svedesi”(34).
Marie-Thérèse doveva essere consapevole
di questo e tanto le bastava, anche se non si interessava di pittura,
perché durante il primo incontro con Françoise volle
mettere in chiaro che non avrebbe mai potuto prendere il suo posto
e Françoise di rimando le disse che non ne aveva l’intenzione
e che lei occupava solamente un posto vuoto. Non divennero amiche
ma di tanto in tanto si riunivano sotto l’egida di Pablo che
inizialmente si stranì ma poi trovò piacevole e naturale
vedere insieme tutti i suoi figli. Anche Maya, dopo una iniziale
ostilità alimentata soprattutto dalla madre, accettò
l’amicizia di Françoise apprezzandone il comportamento
leale e sincero.
Intanto Pablo, ormai momentaneamente esaurito il
suo interesse per la ceramica, volle riprendere a dipingere e a
questo scopo comprò una vecchia fabbrica riattandola per
due studi, uno per la scultura e uno per la pittura. Françoise
aveva il compito di preoccuparsi di riscaldare gli ambienti dalla
mattina perché lui vi lavorasse dal pomeriggio non prima
di aver atteso alle faccende a “La Galloise”, a Claude,
a Paloma e a tutto il resto. Nonostante questi impegni cercava di
trovare un po’ di tempo per dipingere, cosa che aveva abbandonato
da quando era andata a vivere con Pablo, dedicandosi solo al disegno.
“Continuando a dipingere mi sarebbe stato impossibile
lavorare accanto a Pablo senza risentirne l’influsso”(35).
Ricominciò col guazzo nel 1948 e un anno dopo con l’olio.
Per poter sorvegliare anche i bambini, che pure erano tranquilli,
dipingeva a casa, nei momenti liberi dagli impegni quotidiani, quando
Pablo era negli studi. Un giorno di primavera del 1949 capitò
a Vallauris Kahnweiler della galleria Leiris, per “corteggiare”
Pablo come era solito fare e per mercanteggiare con lui, cosa in
cui era abilissimo. Un pomeriggio che Pablo non era di buon umore
chiese a Françoise di mostrargli qualche suo lavoro che già
aveva giudicato positivamente tre anni prima quando la conobbe in
rue des Grands-Augustins. Rimase molto soddisfatto tanto che, col
permesso di Pablo, la mise sotto contratto esclusivo: i mercanti
che volevano Picasso dovevano prendere anche un Gris o un Masson
e ora anche un Gilot.
In seguito a questo Kahnweiler le organizzò
anche un paio di mostre una alla galleria La Hune e l’altra
alla Leiris nel 1952. Françoise racconta nella sua autobiografia
che Pablo in questa occasione si dimostrò molto sensibile
evitando di presenziare alla vernice per evitare di distrarre
l’attenzione dalla giovane pittrice, compagna del grande Picasso.
Finalmente e fortunatamente Françoise potè
contare su un introito personale e non sottomesso alla tirannia
di Pablo che con il denaro aveva dei rapporti contraddittori e fortemente
collegati con la sfera dell’affettività. Françoise
sperimentò sulla sua pelle questa ambigua ma chiarissima
contabilità affettiva: “In tutta la mia vita non sono
mai stata povera come nel periodo in cui ho vissuto con Pablo. Si
stenta a crederlo ma è la pura verità. (…..)
Obbligarmi a chiedere tutto era uno dei modi in cui lui manifestava
il suo potere su di me. Era convinto che se avevo bisogno, dei suoi
soldi, poteva comprare anche il mio affetto”(36).
Tutte le donne di Picasso assistettero alla nascita
di molte delle sue opere ma nessuna come Françoise dovette
assistere al furto di giocattoli perpetrato da Pablo per la realizzazione
di una scultura. Andò così: nel 1951 Kahnweiler aveva
portato a Claude due automobiline che erano sopravvissute al suo
desiderio di ridurle a pezzi e un giorno Pablo se ne impossessò
perché semplicemente, gli “servivano” per realizzare
“Scimmia col piccolo”. Altre sculture erano nate da
pezzi ready-made “Cranio di capra e bottiglia”,
“Testa di toro”, “Bambina che salta la corda”.
Pablo diceva: “Le mie sculture sono metafore plastiche: lo
stesso principio vale per la mia pittura. Ho detto che un quadro
non dovrebbero mai essere un trompe-l’oeil, ma un
trompe-l’esprit. Il mio scopo è di ingannare
lo spirito più che l’occhio. Lo stesso vale per la
mia scultura”(37).
Questo episodio familiare che intreccia ed interseca la sua vita
artistica ci dà, veramente, il senso che Picasso aveva della
sua arte e della sua vita: erano interscambiabili perché
entrambe erano suoi possedimenti. Claude era suo figlio e i suoi
giocattoli erano anche di Pablo ed usarli per la scultura ready-made
non significava togliere una gioia ad un bambino ma rimettere in
circolo, con altri punti di vista, qualcosa che già lui possedeva.
Infatti “durante la sua vita, nessun originale ha mai lasciato
i suoi atelier o abitazioni successive. L’artista ha sempre
voluto tener con sé i testimoni del proprio percorso creativo,
testimoni inattesi, provocanti se non addirittura scioccanti, burloni
e magici, da lui considerati forse come dei feticci” (Dominique
Dupuis-Labbé, Picasso. La scultura, p. 5 Art & Dossier,
Giunti, Firenze, allegato n. 157, giugno 2000).
Un anno dopo la nascita di Paloma, Françoise
non era ancora completamente ristabilita e nonostante i suoi sforzi
nel rimanere vicino a Pablo i loro rapporti non migliorarono. Era
un dejà-vu: la nascita dei figli che lui stesso
decideva erano una conquista ma una perdita e un pericolo al tempo
stesso. O amava la madre o i figli. O nessuno dei due. Prima del
viaggio di Pablo in Polonia non erano mai stati lontani un giorno,
ora Pablo cominciava a fare tardi la sera a fare spostamenti anche
da solo, con la scusa che Françoise non stava troppo bene
o altro. Cominciarono ad arrivare a Françoise notizie di
avvistamenti di Pablo con altre donne. Era cominciato il distacco:
“Mi ci vollero due anni interi, dal 1949 al 1951 per accettare
serenamente tale situazione”(38). La morte della nonna e il
riavvicinamento alla famiglia d’origine e soprattutto al padre
contribuì a maturare la decisione di lasciare Pablo.
Ma intanto, c’erano le grandi esposizioni per
l’ottobre 1952 di Milano e Roma e Pablo le chiese di restare
perché lui aveva bisogno di lei anche se continuava la sua
vita diurna e notturna senza di lei. Per la prima volta cominciava
a far caso alla sua età “…improvvisamente mi
resi conto che aveva superato i settan’anni”(39) ma
nonostante questo il suo bisogno di essere vincitore non era ancora
sopito. Voleva vincere con gli amici, con i mercanti, con le donne,
con i suoi figli e nell’arte soprattutto: per lui la vita
era una continua corrida. Le sue reazioni cominciarono ad essere
inaspettate: a fronte di un passato di segretezza e chiusura ora
Pablo raccontava a tutti della sua vita e dei suoi affari dicendo
in giro che Françoise voleva lasciarlo ottenendo così
la pietà e la commiserazione di conoscenti e amici che si
preoccupavano di dissuadere Françoise da quella “cattiveria”.
Ma in realtà Pablo aveva avvertito istintivamente
che la sua donna lo rifiutava fisicamente e le sue reazioni istrioniche
altro non erano che un tentativo per provocare ed aggredire ancora
di più, piuttosto che riconoscere la sua debolezza e impotenza
di frone alla nuova realtà: la crudezza della vecchiaia.
Françoise confiderà alla Stassinopoulos Huffington
che “il nostro rapporto aveva perduto ogni incanto, ogni fascino
poetico. Di conseguenza, anche il lato fisico era diventato ripugnante.
Non si trattava di un progressivo raffreddarsi e scemare del desiderio,
no, questo era un segnale che veniva dal profondo a indicare che
qualcosa si era rotto per sempre. E la cosa era tanto più
grave in quanto nel nostro rapporto l’aspetto fisico aveva
sempre costituito un vincolo fortissimo”(40).
La decisione finale Françoise la prese quando
era chiaro che le sue condizioni di salute date le continue emorragie
che subiva non potevano procrastinare un intervento chirurgico che
prevedeva un ricovero ed una convalescenza che disturbò Pablo
in quanto non lo riteneva necessario in quel momento. A questo punto
“non mi restava che una cosa da fare: ritornare a Parigi con
i bambini (…..) Fino all’ultimo momento Pablo era convinto
che sarei tornata sulle mie decisioni. Quando giunse il taxi e io
vi presi posto con i bambini e i bagagli era talmente infuriato
che non ci disse neppure ‘arrivederci’. Urlò
soltanto ‘Merde!’”(41). Era il 30 settembre
1953.
La versione che Françoise scrisse nel 1968
nel suo libro è stata ampliata e corretta nel testo della
Stassinopoulos Huffington perché durante il periodo precedente
al suo definitivo abbandono di Pablo, Françoise aveva conosciuto
a Parigi il filosofo Kostas Axelos e cominciò a frequentarlo
in amicizia: “La Grecia era sempre stato un luogo per me pieno
di fascino, ed ecco, ora c’era Kostas, giovane, bello il principe-filosofo”(42).
In poco tempo il loro rapporto si intensificò e Kostas l’aiutò
nella decisione di lasciare Picasso. Françoise ne parlò
con Pablo ma lui incredulo gridava che “nessuno lascia Picasso”.
Ma Françoise dieci anni dopo averlo conosciuto, invece, lo
lascia.
Nel frattempo, il posto lasciato “vacante”
da Françoise era stato prontamente occupato da molte donne
e particolarmente dalla cugina di Madame Ramiè che era arrivata
a Vallauris, a stagione finita, come commessa nella fabbrica di
ceramica. Si chiamava Jacqueline Roque, aveva trent’anni,
una figlia e da poco era libera dal marito ingegnere con il quale
aveva vissuto fino ad allora in Africa e impiegava il suo tempo
ad intrattenere, in spagnolo, Monsieur Picasso.
Ma quello che Françoise gli aveva fatto “era
un affronto che non aveva mai ricevuto da nessuno. Era la sconfitta,
la vecchiaia, la morte”(43) e lui si sfogava con chiunque
incontrasse e la corte e la stampa dell’epoca si accanirono
contro Françoise. Finché alla fine del 1953 Pablo
sfogò in una serie di 180 disegni tutta la sua crisi esistenziale
che restano come un bilancio impossibile per la vita di un artista
ma necessario e terapeutico per la vita di un uomo.
“In questi disegni, che valgono come confessione,
(Pablo) appare non solo vecchio e grottesco ma brutto, deforme,
fiacco, patetico nel tentativo di catturare attraverso l’arte
quella vitalità che nella vita gli sfugge (…..) Né
il talento, né le innumerevoli passioni hanno potuto avvicinarlo
al segreto della vita che la giovane donna sembra possedere e dal
quale sembra derivare la serenità e l’accettazione
di tutto ciò che esiste, compreso quel piccolo vecchio grottesco”(44).
La vita gli stava voltando le spalle: il 3 novembre
1954 gli giunge la notizia della morte di Matisse che a differenza
di lui aveva scelto di dipingere la bellezza e la gioia. Poco dopo
Paulo il primogenito è in pericolo di vita in un ospedale
svizzero. L’11 febbraio 1954 era morta Olga, sola e in ospedale.
Pablo non partecipa e non risponde a nessuno di questi eventi. Inoltre
Françoise (che nel frattempo si era separata da Kostas),
stavolta meno pressata dagli eventi aveva preso la decisione di
sposare Luc Simon, l’amico di gioventù, pittore, con
cui aveva ideato di fuggire in Tunisia anni prima.
E qui accadde l’episodio che in sostanza spinse
Françoise ad iniziare la procedura legale per il riconoscimento
della paternità di Picasso sui suoi figli. Mentre Françoise
era a Venezia con il neo-marito, Claude, Paloma e Maya erano nella
nuova residenza La Californie per l’estate e lì Paloma
ebbe un attacco di appendicite che Maya aveva prontamente telegrafato
a Francoise che si precipitò constatando che Paloma non era
ancora ricoverata in ospedale. Da quel momento iniziò la
guerra aperta: guerra legale, di ripicche, di rifiuti di Pablo verso
tutti coloro che erano con Françoise a cominciare da Maya
che se ne andò via e da quel 1955 non rivide più il
padre. Il 1958 fu l’ultima volta per Marie-Thérèse.
Nel 1961 Françoise riuscì nella sua battaglia legale
ma il 1963 fu l’ultima volta che i due ragazzi videro il padre.
Il tentato suicidio di Claude è il gesto estremo di un rifiuto
paterno senza ragione e senza perché.
Cosa era accaduto? Partita Françoise da Vallauris
Pablo si sentiva solo (anche se non lo era fisicamente) e infelice
e la presenza di Jacqueline, questa piccola donna che lo riveriva
chiamandolo “Monseigneur” e che gli baciava la mano
in segno di sottomissione rappresentava per lui la capitolazione.
Nonostante la trattasse con disprezzo Jacqueline si era votata a
servirlo e ad assisterlo, trascurando persino la figlia adolescente.
E lui che aveva avuto delle dee doveva ora accontentarsi di una
“pezza da piedi”.
Era una presenza continua, costante e presente ogni
volta che Pablo aveva bisogno e quando non voleva ricevere qualcuno
si parava dietro lo schermo di Jacqueline come aveva d’altronde
sempre fatto anche con le altre. Questo fino al 2 marzo 1961 quando,
Pablo per colpire Françoise nella sua lotta per il riconoscimento
di paternità da poco avuta, la sposò a sorpresa nel
municipio di Vallauris. Da quel momento iniziò un sistematico
isolamento affettivo nei confronti di tutti perpetrato da Jacqueline
con il chiaro intento di averlo tutto per sé. “Ma Jacqueline,
in definitiva, era solo uno strumento nella lotta tra tenebre e
luce che per anni, aveva dilaniato la sua vita e la sua anima, Picasso
aveva scelto di schierarsi dalla parte delle tenebre e di rinnegare
la luce”(45).
Così, Françoise ormai persa ogni speranza
di conciliazione di Pablo con i figli, assillata anche da problemi
finanziari, dato che già dal 1956 Kahnweiler aveva rescisso
il suo contratto con lei, Françoise si decise a pubblicare,
inizialmente negli Stati Uniti e (dopo un’altra battaglia
legale) anche in Francia la sua incredibile “vita con Picasso”.
Nel 1967 a Picasso intimarono lo sfratto per lo studio
di rue des Grands-Augustins e per Pablo fu peggio di un lutto nonostante
fossero 12 anni che non lavorava più in quello studio. Ma
intanto era morto anche Sabartès. Nel 1970 il Bateau-Lavoir
è distrutto da un incendio. Tutto crolla, la sua vita, la
sua virilità, la sua integrità! Dal marzo 1968 produce
347 acqueforti con scene di bordelli definite “erotica”
dove l’erotismo è soltanto un fantasma di passaggio.
Ancora tra il 1970 e il 1972 realizza 156 acqueforti
ispirate ai lavori di Degas ancora con scene di bordello. Il 30
giugno 1972 realizza un autoritratto ed è l’ultimo.
Confidò a Pierre Daix: “Ieri ho fatto un disegno. Credo
di aver messo a fuoco qualcosa… E’ diverso da tutto
il resto”(46). Era diverso perché non c’era la
maschera della menzogna. E’ il ritratto vero, quello dell’anima
quello che non poteva più nascondere ma che in realtà
non aveva mai nascosto a chi aveva avuto occhi per vederlo: il dolore
che aveva seminato intorno a sé nella vita e nell’arte,
la distruzione e la disintegrazione della vita e della pittura.
Questo era ed è il ritratto di Picasso.
La morte arrivò per Pablo l’8 aprile
1973 di mattina. Nessuno dei suoi familiari poté offrirgli
l’ultimo saluto. Tutti vennero rifiutati. Solo Paulo mezzo
stordito dall’alcool di cui era ormai vittima, seguì
il corteo funebre. Venne sepolto a Vauvenargues. Pablito, il nipote
figlio di Paulo anche lui rifiutato, la mattina del funerale inghiottì
soda caustica morendo tre mesi dopo. Nel 1975 per cirrosi epatica
toccò a Paulo.
Ma Françoise continua la battaglia legale
per il pieno riconoscimento di tutti i figli nell’asse ereditario;
così nel 1974 Claude, Paloma e Maya ottengono il riconoscimento
dell’eredità insieme a Jacqueline, Marina e Bernard
(gli altri figli di Paulo), dividendosi un patrimonio complessivo
di 260 milioni di dollari (cifra stimata per difetto).
Il 20 ottobre 1977 Marie-Thérèse all’età
di 68 anni si impicca nel garage della sua casa a Juan-les-Pins.
Il 15 ottobre 1986 anche Jacqueline decide alle tre del mattino
di spararsi un colpo alla tempia dopo aver adempiuto a tutte le
formalità riguardanti la sistemazione e l’esecuzione
testamentaria dell’eredità di Pablo.
M.P.Michiel
Note
(*)
Il titolo riferisce ad una doppia serie di nove incisioni Sogno
e menzogna di Franco I e II con riferimento ai danni della
dittatura franchista, realizzate l’8 gennaio 1937 dal racconto
di Josè Bergomin sui bombardamenti di Madrid. Il dittatore
è sarcasticamente rappresentato quale “bestia”
che instaura il regime di terrore e morte.
Note
(1) Arianna Stassinopoulos Huffington, Picasso,
creatore e distruttore, p. 402, Rizzoli, Edizione BUR Supersaggi,
Milano, 1997 (titolo originale Picasso, creator and destroyer,
New York, 1988).
(2) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 10.
(3) Françoise Gilot, Carlton Lake, Vita con Picasso, p.
9, Umberto Allemandi & C., Torino, 1998 (titolo originale
Life with Picasso, McGraw-Hill, Maidenhead, Berkshire, 1964).
(4) Gilot-Lake, cit., p. 8.
(5) Gilot-Lake, idem, p. 25.
(6) Gilot-Lake, idem, p. 9.
(7) Gilot-Lake, idem, p. 10.
(8) Gilot-Lake, idem, p. 10.
(9) Gilot-Lake, idem, p. 11.
(10) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 245.
(11) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 244.
(12) Gilot-Lake, cit., p. 14.
(13) Gilot-Lake, idem, p. 18.
(14) Gilot-Lake, idem, p. 18.
(15) Gilot-Lake, idem, p. 22.
(16) Gilot-Lake, idem, p. 31.
(17) Gilot-Lake, idem, p.39.
(18) Gilot-Lake, idem, p.40.
(19) Gilot-Lake, idem, p.41.
(20) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 254.
(21) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 252.
(22) Gilot-Lake, cit., p.52.
(23) Gilot-Lake, idem, pp.81-82.
(24) Gilot-Lake, idem, p. 84.
(25) Gilot-Lake, idem, p. 104.
(26) Gilot-Lake, idem, p. 110.
(27) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 281.
(28) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 287.
(29) Gilot-Lake, cit., p. 124.
(30) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 298.
(31) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 298.
(32) Gilot-Lake, cit., p. 230.
(33) Gilot-Lake, idem, p. 225.
(34) Gilot-Lake, idem, p. 249.
(35) Gilot-Lake, idem, p. 266.
(36) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 324.
(37) Gilot-Lake, cit., pp. 333-334.
(38) Gilot-Lake, idem, p. 350.
(39) Gilot-Lake, idem, p. 362.
(40) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 347.
(41) Gilot-Lake, cit., p. 374.
(42) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 354.
(43) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 357.
(44) Stassinopoulos Huffington, idem, pp. 357-358.
(45) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 401.
(46) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 422.