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Le Picasso di Picasso: sogno e menzogna II(*)

Françoise Gilot & Pablo Picasso:
il risveglio della ragione

Françoise Gilot non è una scrittrice, ma ancor vivo Picasso scrisse, in collaborazione con il giornalista americano Carlton Lake una auto-biografia sulla relazione, durata una decina d’anni, col più grande artista del ventesimo secolo: “Life with Picasso”. Il libro, in realtà, è una sequela di ricordi sotto forma di pensieri a voce alta che mettono a nudo, prima di tutto i suoi, ma soprattutto, i sentimenti e le debolezze di un uomo che aveva il mondo ai suoi piedi ma che invece era assillato dallo spettro della vecchiaia, della malattia, della superstizione, dell’orgoglio e alla fine anche della morte.

Perché mai Françoise aveva deciso di dare in pasto al mondo intero, particolari sconosciuti della complicata vita familiare di quel venerato artista? La motivazione ce la racconta Arianna Stassinopoulos Huffington in un’altra interessantissima biografia su Picasso scritta nel 1988 “Picasso, creator and destroyer”: “’Quando ho cominciato a scrivere il libro’ raccontava Francoise ‘non sapevo quando e se l’avrei pubblicato. Volevo mettere tutto per iscritto fin tanto che la mia memoria dei fatti era intatta; era anche un modo di riordinare i pensieri ed esperienze e di liberarmene. Fu la sua decisione di troncare i rapporti con i ragazzi che dette via libera alla pubblicazione. Dal momento che loro non avevano più nulla da perdere in termini di affetto paterno, non c’era motivo perché io la rinviassi’”(1).

Secondo la scrittrice, “Françoise Gilot fu l’unica donna che passò indenne attraverso le lame di rasoio e continuò a maturare nella propria personalità umana ed artistica”(2) tanto che quando la contattò per scrivere il libro, inizialmente lei non volle riaprire un capitolo di ricordi comunque dolorosi, ma sucessivamente, ormai morto Picasso, acconsentì a lasciarsi intervistare aggiungendo episodi inediti che per motivi di tutela nei confronti dei figli, non aveva all’epoca, rivelato.

La sua vita con Picasso iniziò, per lei, nel momento in cui la vita offre le occasioni più intriganti ma nello stesso tempo più laceranti: “Ho incontrato Pablo Picasso nel maggio del 1943, durante l’occupazione tedesca della Francia. Avevo ventun anni e sentivo già che la pittura avrebbe costituito lo scopo di tutta la mia vita”(3). Così è l’incipit del suo libro del 1964: a ventun anni la voglia di sperimentare la propria esistenza e sfidare il proprio destino è improcrastinabile e l’attenzione che lei riservò a quei decisivi eventi è la misura dell’importanza che avevano assunto. Lake racconta nella Prefazione, che Françoise dimostrava di avere, di tutto il tempo vissuto con Picasso “un ricordo totale. Françoise ripeteva esattamente quello che lei aveva detto e quello che aveva detto Pablo, conosceva ogni passo, ogni sfumatura della vita che avevano vissuto insieme per dieci anni e più. Le citazioni dirette di Picasso sono letterali; né più né meno”(4).

Françoise nasce a Parigi il 26 novembre 1921, figlia unica di Madeleine ed Emile Gilot. Il padre, un pratico uomo d’affari, è una presenza forte ed autoritaria che, non nascondeva il desiderio di un figlio maschio, in quanto l’educazione riservata alla figlia è a dir poco spartana: i suoi impegni quotidiani di bambina non sono spensierate attività ludiche, ma impegnative giornate di studio e di sport, tanto che all’età di quattro anni sapeva leggere e scrivere, aveva nozioni di algebra e di storia della mitologia e fino all’età di nove anni il padre riserverà per lei degli istitutori privati. Dice Françoise ricordando il padre: “…era anche un uomo appassionato di letteratura e avevo sempre libero accesso alla sua grande biblioteca. Quando ero sui dodici anni mi aveva letto passi interi di Joinville, Villon, Rabelais, Poe e Baudelaire e, quando fui sui quattordici tutto Jarry. A diciassette anni ero piuttosto orgogliosa delle mie cognizioni e felice di pensare che ormai sapevo tutto della vita, anche se tale conoscenza era fatta sui libri”(5). Se la madre è una figura quasi marginale (almeno nel suo libro) la nonna materna, che rivestiva in sé caratteristiche di fermezza e di dolcezza insieme, sarà per i suoi turbolenti anni a venire, sempre un punto sicuro di riferimento.

Françoise vide per la prima volta Pablo, un mercoledì del maggio del 1943, in un piccolo ristorante frequentato da artisti e letterati in rue des Grands-Augustins chiamato “Le Catalan”. Lei era in compagnia della sua amica più cara, Geneviève, pittrice, e di un amico, Alain Cuny, attore. Lui, al tavolo vicino, era con un gruppo di amici tra cui due donne, una delle quali venne indicata a Françoise da Alain come Dora Maar “che dal 1936, come tutti sapevano era la compagna di Picasso”(6). Ma Françoise la riconosce subito ricordando i ritratti nelle varie versioni e ne constata certamente la bellezza “ma ciò che colpiva di più in lei era la sua straordinaria immobilità. Parlava poco, non gestiva affatto, e c’era nel suo atteggiamento un che di rigido più che di dignitoso”(7).

Di Pablo, invece, Françoise, confessa di non essere stata particolarmente attratta dal suo aspetto, confrontato con un ritratto fotografico di Man Ray di diversi anni prima, quando era ancora “vigoroso come un bell’animale. Ora invece i capelli un po’ grigi e lo sguardo assente gli conferivano un’aria distaccata, orientale, che mi ricordava la statua dello scriba egizio del Louvre”(8). Invece Pablo aveva notato sia le ragazze che l’attore per cui cercava in più modi di attirare la loro attenzione con scenette, sorrisi e commenti volutamente a voce alta finché si avvicinò al tavolo di Françoise con un piatto di ciliegie da offrire. Fatte le presentazioni e scambiate le prime battute, il dialogo si inoltrò sui loro interessi e quando le ragazze dissero che erano pittrici, Pablo scoppiò a ridere trovando la cosa divertente. Poi aggiunse fissandole “con un’aria di sorpresa ironica ‘Be’… faccio il pittore anch’io’ disse. ‘Dovete venire allo studio a vedere qualcuna delle mie tele’”(9).

L’interesse di Françoise per Picasso pittore fu un processo graduale sostenuto dal pittore ungherese Endre Rozsda che la introdusse (dal ’41 al ’43) alla poetica picassiana: “Quando cominciai a studiare con Endre, ero innamorata di Matisse, dell’arte della sensualità e della gioia. Picasso non mi piaceva altrettanto, né dal punto di vista estetico né dal punto di vista tecnico. Geneviève ed io eravamo state al padiglione spagnolo a vedere Guernica che però non ci aveva colpito molto come capolavoro artistico. Come atto politico sì. Fu attraverso Endre Rozsda che scoprii Picasso veramente”(10). Le due amiche erano fisicamente molto diverse ma quasi complementari l’una all’altra: Geneviève era una bellezza carnale con forme sinuose e classiche mentre Françoise esprimeva con il suo corpo da ragazzino una bellezza androgina e dinamica. “La loro era un’amicizia profonda e appassionata, che durava da quando Françoise aveva dodici anni e Geneviève tredici e mezzo”(11).

Si recarono da Picasso il lunedì successivo e dopo essere salite per la stretta scala a chiocciola nello studio di rue des Grands-Augustins 7, ed essere ombrosamente ricevute da un sospettoso Jaime Sabartés, furono finalmente accolte dall’artista al secondo piano dell’edificio. “Quando ci vide il suo volto si illuminò di un sorriso. Lasciò il gruppo e ci venne incontro. Sabartés brontolò qualcosa circa il nostro appuntamento e scomparve”(12). In queste poche righe di Françoise è racchiusa in nuce lo svolgersi del ménage della vita privata e artistica di Pablo, fatto di mistero e segretezza che, l’imprevisto arrivo di questa giovane donna di lì a poco, sconvolgerà radicalmente. Picasso era continuamente cercato e circondato da persone e personaggi, amici e galleristi, mogli, donne, amanti e figli che pretendevano, ciascuno, la loro parte di Picasso e se lui non avesse avuto accanto a sé una figura di fiducia, quale era Sabartés, che si assumesse l’onere e l’onore di fargli da filtro, difficilmente avrebbe potuto attendere al suo quotidiano lavoro di artista.

Françoise, ancora accompagnata da Geneviéve, ritornò dopo una settimana e stavolta Pablo mostrò ad entrambe più quadri che non la prima volta e infine gli ultimi ritratti di Dora Maar: “Quelle figure, staccandosi sopra un fondo chiaro, sembravano simboli della tragedia umana, più che la semplice deformazione di un volto femminile, come potrebbero apparire a una lettura superficiale”(13). Dopo di che lui si sbilanciò e raccontò di aver visitato la galleria dove esponevano entrambe, incoraggiandole stavolta, a continuare e a rinnovare le loro visite con lavori nuovi da sottoporgli. Françoise confessa di essere tornata a casa piena di grande voglia di fare ma anche di grande voglia di rivederlo, da sola, ma sentiva “che era troppo presto per mostrare a Picasso dei nuovi lavori”(14). Ma quando, partita Geneviève, Françoise tornò sola, lui le dimostrò tutt’altro interesse che non quello per la pittura di una giovane studentessa che brama di sottoporsi al giudizio di un grande maestro.

Ogni scusa era buona per creare quel contatto continuo: una volta mentre si recava da Pablo in bicicletta, cominciò a piovere e quando arrivò allo studio, lui, vedendola con la testa bagnata si dedicò ad asciugarle i capelli nel bagno. Era tra i pochi privilegiati, in quel periodo, che poteva usufruire dell’acqua calda e così la invitò, quando lei avesse voluto, ad approfittare per un bagno caldo. Un’altra volta era per dei colori o della carta speciale che le voleva regalare. Ma Françoise che aveva capito il suo gioco, si divertiva ad assecondarlo finché un giorno, mentre le stava spiegando l’uso di utensili per la finitura delle sue sculture, la baciò improvvisamente sulla bocca. Ricorda Françoise: “Lo lasciai fare. Mi guardò sorpreso. ‘Le dispiace?’ ‘No’, risposi, ‘e perché mai?’. Sembrava sorpreso. ‘E’ disgustoso’ disse ‘Avrebbe potuto almeno respingermi. Altrimenti potrei pensare che tutto mi è permesso’. Sorrisi e gli dissi di continuare. Ormai era completamente sconcertato. (…..) E ritornò nello studio di scultura per raggiungere gli altri”(15). Pablo tentò un altro paio di volte con l’approccio seduttivo da satiro impenitente ma la franchezza e la reazione spontanea di Françoise lo avevano spiazzato così tanto che per prendere tempo e pensarci su smise di corteggiarla pur mantenendo la cordialità e l’invito aperto.

Il proposito di Françoise di diventare pittrice era così forte e impellente per lei che, cercando di contentare se stessa e la famiglia, seguiva da qualche anno lezioni di pittura con Endre e contemporaneamente preparava la tesi di letteratura alla Sorbona e quella del corso di legge. Dopo i primi incontri con Pablo, trascorse le vacanze con Geneviève e al ritorno aveva maturato, infine, la decisione di essere solo pittrice e di comunicarlo a suo padre. Questo avrebbe significato una sola cosa: rottura totale. E così fu! Il padre reagì duramente, tanto che Françoise decise di rifugiarsi presso la nonna dove però la raggiunse il padre che cominciò a picchiarla violentemente e solo l’intervento della nonna la salvò da un pestaggio completo. Ora non poteva contare più sulla sua famiglia ma solo su se stessa e sull’appoggio incondizionato della nonna.

Così cominciò a dare lezioni di equitazione ed era ormai autunno inoltrato quando ritornando da Pablo, dopo la drammatica rottura col padre, ebbe la sensazione di ritrovare una persona amica “la cui natura non era molto dissimile dalla mia”(16). Continuò quindi a dipingere e inizialmente si recò nello studio des Grands-Augustins due o tre volte alla settimana per poi divenire una frequenza quotidiana. Intorno a loro l’occupazione tedesca di Parigi metteva a dura prova i cittadini tutti, mentre Pablo sembrava non risentire di questi eventi se non di riflesso: molti degli intellettuali di origine ebraica erano fuggiti negli Stati Uniti in attesa di tempi migliori (Léger, Breton, Ernst, Masson, Zadkine) e Françoise vedeva nella caparbia decisione di Pablo di restare, una forma di coraggio, ma lui minimizzò: “non cerco il rischio, ma per una specie di passività non amo cedere né alla forza né al terrore. Voglio rimanere qui, perché sono qui. La sola forza che potrebbe farmi partire sarebbe il desiderio di partire. Restare non è in realtà una manifestazione di coraggio, ma solo una forma d’inerzia”(17).

Ormai tutte le mattine lei faceva visita a Pablo, come anche tutta una corte di persone, ma naturalmente, a differenza della corte, veniva sempre introdotta dal grande artista, che se aveva voglia riceveva anche gli altri. Una mattina le propose di rimanere da lui per sempre: “…ti porterei da mangiare due volte al giorno. Lassù potresti lavorare in tranquillità e io avrei un segreto che nessuno potrebbe strapparmi. Di sera potremmo uscire insieme, girovagando dove ci piace e tu, che non ami la folla saresti completamente felice e non dovresti preoccuparti del resto del mondo, all’infuori di me”(18). A Françoise non parve una buona idea.
Il loro rapporto ancora d’amicizia, cresceva e si intensificava tanto che ora Françoise poteva recarsi da Pablo nel pomeriggio (anziché la mattina) quando lui non riceveva più nessuno e si dedicava totalmente a dipingere. Françoise che si era guadagnata il rispetto di Pablo, era là, ammessa nel sancta sanctorum di rue des Grands-Augustins 7.

Un giorno Pablo le disse di venire, ormai di pomeriggio, per una lezione di incisione: “Arrivai puntuale, vestita d’un abito di velluto nero, con il colletto alto di pizzo, i capelli rosso cupo acconciati al modo dell’Infanta di Velasquez, cui mi ero ispirata. Picasso mi fece entrare e guardandomi restò a bocca aperta: ‘E’ questo l’abbigliamento che indossi per imparare l’incisione?’ chiese infine ‘No, certo’ risposi. Ma poiché ritenevo che non avesse la minima intenzione di insegnarmi l’incisione, avevo indossato il vestito che mi sembrava più adatto alla circostanza”(19).
Invece Pablo mantenne la parola e mostrandole una serie di incisioni sia sue che di altri la intrattenne finché esaurito quel tempo decise che ora qualcosa voleva vederla lui. La portò nella sua camera da letto e la spogliò, apprezzando le sue forme come farebbe uno scultore, semplicemente accarezzandola e stringendola con grande delicatezza, intuendo che l’audacia di Françoise non era sostenuta da un desiderio vero e proprio ma dalla volontà di essere audace ma lei ricorda che non poté fare a meno di constatare quanto straordinaria dolcezza emanava da Pablo nell’accarezzare il suo corpo e in quell’occasione le disse: “Sei l’unica donna che ho incontrato in vita mia che abbia una propria finestra sull’assoluto”(20).

La forza di Françoise non era data dall’esperienza né dalla volontà era quella forza con la quale era abituata a convivere fin da bambina, era quella forza che l’aveva decisa a contrastare la volontà del padre rompendo il legame, ora questa forza la spingeva verso Pablo ma consapevole del rischio che correva, nonostante le difficoltà, non smise di dipingere. Il suo maestro Rozsda (di origini ebraiche) ormai partito da Parigi, alla Gare de L’Est, dove l’accompagnò, le disse di non preoccuparsi perché tanto in capo a tre mesi avrebbe conosciuto Picasso! Picasso e la pittura, le sole cose che la interessassero in quel momento e così lavorava sodo, ospite nella casa della nonna, in una stanza attigua alla sua. Proprio per sottolineare questa forza ‘virile’ necessaria per esprimere idee pittoriche lei si firmava ‘F.Gilot’, “poiché le piaceva pensarsi artista, non artista donna. E come tale voleva che gli altri la pensassero”(21). Più tardi, quando i segni si fecero più forti optò per ‘Ariane’ con chiaro riferimento al mito di Arianna collegata alla sorte del Minotauro. Sarebbe riuscita lei, novella Arianna, ad uccidere il Minotauro che albergava in Pablo o soltanto a farlo uscire dal suo labirinto per poi lasciarlo libero ma ancora feroce? Il povero mostro è lì che brama alla purezza delle vergini, perché non crede, mai, che possa essere amato per quello che è, così le fa a pezzi.

Françoise, era ormai presente tutti i giorni e Pablo dispensava con grande attenzione i suoi consigli senza tuttavia dare l’impressione di esprimere una critica diretta al lavoro della giovane. Dal canto suo lei, faceva tesoro delle ‘lezioni private’ e il suo progresso era continuo e sistematico. Le consigliava di usare meno attrezzi possibili per un lavoro e di disporre pochi oggetti per la composizione di una natura morta: “Non devi lavorare fino al limite, ma sempre al di sotto. Se hai a disposizione tre elementi, utilizzane soltanto due (…..) In questo modo tratterai con maggior maestria gli elementi che hai scelto e avrai la sensazione di avere in serbo ancora delle forze”(22).

Il 24 agosto 1944 Parigi viene liberata dall’occupazione nazista e Pablo, che a differenza degli altri artisti non aveva subito particolari censure o persecuzioni, divenne, tuttavia, il simbolo della libertà d’espressione attraverso l’arte e con questa premessa gli organizzarono in poco tempo una grande mostra retrospettiva.

Intanto Françoise cominciò ad entrare sempre di più nell’intimità della vita di Pablo e Pablo stesso desiderava che lei entrasse nella sua vita, anche passata, ripercorrendo con lei i luoghi e le persone che erano stati gli elementi costitutivi della sua carriera e della sua vita.

Un giorno, dopo averle fatto leggere l’Autobiografia di Alice B. Toklas la condusse da Gertrude Stein e Françoise ricorda quel pomeriggio come una vera tortura, paragonabile alla tensione a cui si è sottoposti durante un esame di scuola. Ricorda la continua ostilità della Toklas e le incalzanti domande della Stein sulla letteratura e sul Cubismo. Picasso era stato grande amico sia di Gertrude che del fratello Leo, tra i primi a comprare, per anni, i suoi quadri cubisti, quindi non meraviglia affatto l’alta considerazione che Pablo aveva di lei e della sua opinione su Françoise, motivo per cui non partecipò minimamente al dialogo fra le due donne preferendo ascoltare e guardare, ma alla fine, nonostante l’iniziale diffidenza, la Stein le dimostrò invece, tutta la sua simpatia donandole tre libri con dedica e invitandola ad andarla a trovare da sola. Pablo ne fu ampiamente soddisfatto.

Un freddo pomeriggio autunnale, trovò invece Pablo sulla soglia dello studio che l’attendeva per portarla a vedere il Bateau-Lavoir e a trovare un’amica di quei tempi. Marcel, l’autista, li portò fino a Montmartre e lì Pablo cominciò, a tratti, a ricordare e a raccontare con i nomi dei suoi amici, Modigliani, Gris, Jacob, Apollinaire, Fernande Olivier quella che era stata la sua vita intorno agli anni Dieci al cosiddetto Bateau-Lavoir il suo primo studio parigino. “Esso rappresentava l’età d’oro quando ogni cosa era fresca e schietta, prima che egli avesse conquistato il mondo e poi scoperto che questa era un’arma a doppio taglio e a volte sembrava che il mondo avesse conquistato lui”(23).

L’amica, che si chiamava Germane Pichot, giaceva in un letto, vecchia, malata e sdentata. Pablo le lasciò del denaro sul comodino e si accommiatò. Questa donna, le disse Pablo, una delle prime persone che conobbe a Parigi, era bellissima e aveva fatto innamorare molti uomini e tra questi un suo caro amico (Casagemas) che respinto, perché gli preferì Pablo, si suicidò davanti a lei. Françoise capì che le voleva dimostrare, con questo drammatico racconto, la morale e il senso della vita attraverso il dolore che aveva dato senso alla sua, di vita.

Un’altra volta Pablo la portò dal pittore che più di ogni altro aveva la sua stima incondizionata anche se non ne condivideva lo stile, Matisse. Lo trovarono convalescente che ritagliava forme di carta colorata da collocare in una composizione pittorica con l’aiuto di Lidia, la segretaria-compagna. La presenza di Françoise vestita di malva e verde salvia (i colori preferiti da Matisse su indicazione di Pablo) aveva indotto Matisse a chiedere a Pablo di poterle fare il ritratto facendole però i capelli verdi. Stizzito Pablo glielo negò e quando furono fuori manifestò il possesso su Françoise decidendosi a farle il ritratto.

Ma il loro rapporto non era mai semplice tanto che dal 1945 Françoise cominciò a rallentare la frequenza allo studio di Pablo perché capiva di rappresentare per lui una difficoltà che si manifestava attraverso un’aggressività verbale quando si rendeva conto di essere stato troppo dolce con lei. Un giorno le disse che per lui esistevano soltanto due tipi di donne: dee e stoini “e quando pensava che potessi sentirmi troppo simile a una dea, faceva del suo meglio per ridurmi a uno stoino”(24).

Nonostante ciò arrivò anche il giorno che Pablo la mise di fronte alla scelta di vivere insieme a lui, decisione che lei non voleva prendere, perché da quando aveva rotto ogni legame con il padre era stata accolta con grande amore dalla nonna e lasciarla le creava grande sofferenza. Pablo allora le disse: “Quello che puoi dare a tua nonna a parte l’affetto che nutri per lei, non è essenzialmente costruttivo. Quando sei con me, invece, mi aiuti a realizzare qualcosa di veramente costruttivo. E’ più logico e più positivo che tu mi stia vicino, dal momento che io ho veramente bisogno di te”(25). Oltre la nonna e tutta la libertà che desiderava, c’era un altro motivo per cui Françoise tentennava: Dora Maar. Tutti sapevano che era ancora la sua compagna ufficiale ed essere entrata così di colpo nella vita di Pablo le faceva pensare di aver usurpato, in un certo senso, la posizione di Dora. In realtà il rapporto tra Dora e Pablo, che era stato vissuto intensamente con toni drammatici e passionali da entrambi, era ormai esaurito e Pablo voleva, a tutti i costi, mettere in chiaro con Françoise, presente Dora, che tra loro non c’era più nulla. Con tutta la crudeltà della verità di cui Pablo era capace, convinse Françoise ad andare da Dora per renderla testimone dell’avvenuto distacco. L’incontro è descritto minuziosamente da Françoise, non quale co-protagonista ma quale spettatrice del dialogo sprezzante e recriminante tra i due ex-amanti: “Sai già di che si tratta. Voglio soltanto che Françoise lo senta con le sue orecchie. Françoise è indecisa se venire o no a stare con me, perché pensa di usurpare il tuo posto. Io le ho detto che tutto è finito fra noi, e voglio che glielo dica anche tu, così ci crederà”(26). E Dora, fredda ma obbediente, lo disse a Françoise ma disse anche a Pablo che lui non aveva mai amato nessuno nella sua vita e che non sapeva cosa fosse l’amore! Ma questa è un’altra storia. (vedi "Sogno e menzogna I: Dora Maar e Pablo Picasso").

Così avvenne che, semplicemente, una sera che Pablo insistette più delle altre volte, Françoise, vedendolo affranto e solo decise di non tornare più dalla nonna e non avendo il coraggio di affrontarla – sapendo ciò che pensava di Picasso – decise di scriverle una lettera dettata da Pablo stesso per informarla della sua decisione di vita. Era maggio del 1946. La decisione che, fra tanti dubbi, si risolse a prendere Françoise non era sostenuta da nessuna delle persone care a lei vicine. Infatti la nonna aveva cercato di dissuaderla soprattutto per la differenza di età (40 anni) e la sua amica Geneviève le diceva “ma che gusto può esserci a vivere con un uomo che non si può definire altrimenti che malvagio?”(27).

Françoise confidò, anni dopo, ad Arianna Stassinopoulos Huffington che fin dall’inizio della loro relazione e poi della convivenza non si trattò di un semplice rapporto d’amore ma sempre di una “corrida” cioè di una continua prova di forza ma ammise anche che “una parte di me non accettò mai la decisione di vivere con lui. Non l’ho mai amato con tutta me stessa. Avrei potuto dargli di più. Avrei potuto dargli tutto. Ma non fu così”(28). Eppure andò fino in fondo tagliando i ponti con la sua famiglia ma anche con quella parte di esistenza spensierata che spetta vivere ai giovani prima che quel tempo passi inesorabilmente.

L’inizio della convivenza fu per Françoise una totale immersione nella pittura (non uscì di casa per un mese) trascorrendo il tempo a guardare e ad assistere Pablo dipingere che lo faceva per ore, fino a notte inoltrata, senza stancarsi, nel silenzio più assoluto e senza nessuna interferenza esterna.
Quando smetteva era per sedersi su una poltrona di vimini e da lì guardare, sempre in silenzio, anche per un’ora il lavoro che andava compiendo.

Un giorno si decise a farle il ritratto, ma non fu facile come era stato per Dora, il cui ritratto di donna piangente gli si era naturalmente presentato. Per Françoise ci fu un iter più articolato, una ricerca che procedeva per esclusioni. La fece posare, prima seduta, poi in piedi, poi la osservò nuda per un paio d’ore, poi schizzò un ritratto quasi naturalistico ma non rispondeva all’essenza del suo carattere infine si ricordò dei capelli verdi che le voleva fare Matisse e cominciò a sintetizzare l’immagine finché ottenne La femme-fleur.

“Tu sei come una pianta in crescita e mi sono chiesto come esprimere l’idea della tua appartenenza al regno vegetale piuttosto che a quello animale. Non mi sono mai sentito spinto a ritrarre qualcuno in questo modo. E’ strano vero?”(29). Seguirono molti altri ritratti di Françoise.
Ma Picasso non era né un artista né un uomo comune e secondo una logica totalmente personalizzata altalenava con Françoise concessioni gioiose del suo tempo e della sua disponibilità a situazioni che invece mettevano a dura prova la saldezza e l’integrità di carattere nonché l’amore e la pazienza di lei. Poco prima dell’estate Pablo, insistendo, si fece prestare da Dora la casa di Ménerbes che lui stesso le aveva regalato, per andarci in vacanza con Françoise. Nella perversa logica picassiana intendeva “ripassare” con Françoise quei luoghi vissuti e condivisi con Dora. La situazione fu così pesante per Françoise (con l’incubo degli scorpioni e le lettere innamorate di Marie-Thérèse che lui perversamente le leggeva) che una mattina si decise silenziosamente alla fuga con destinazione Tunisia dove un amico l’avrebbe ospitata. Ma Pablo la recuperò sulla strada che faceva l’autostop, accusandola di non aver capito che tutto quello che lui aveva fatto era per amore di lei, ma alle proteste di Françoise, Pablo sentenziò che era giunto il momento per lei di avere un figlio che l’avrebbe rimessa in armonia con la natura e con il mondo dato che era sì matura sul piano intellettuale ma che per il resto era una ritardata. Françoise si accorse che Pablo aveva ragione e poche settimane dopo si accorse di essere incinta.

La stima e la fiducia che Pablo riponeva in questa giovane donna era talmente alta che, mentre era incinta e viveva con lui nelle fredde e umide stanze in rue des Grands-Augustins, decise di farla partecipe dei suoi affari conducendola nei sotterranei blindati dove conservava, oltre i suoi, i dipinti di tutti i grandi pittori suoi amici, Renoir, Cezanne, Matisse, Mirò, Derain, eccetera, affidandole la gestione dei suoi affari che fino ad allora era stato l’altro delicato incarico di Sabartès.

Intanto il tempo era giunto e Françoise il 15 maggio 1947 dette alla luce Claude il suo primogenito ma terzogenito di Pablo che già aveva avuto Paulo (nel 1921 da Olga Koklova) e Maya (nel 1935 da Marie-Thérèse Walter). Il lieto evento risolse sì un problema tra Françoise e Pablo ma ne creò invece moltissimi tra Françoise e la corte di Pablo. A cominciare da Inès, la governante da anni al servizio devoto di Pablo che si rivelò ben presto poco disposta a prendersi cura anche del piccolo Claude e Sabartès, poco avvezzo alla presenza di infanti nella vita di Pablo, ne era a dir poco infastidito. Inoltre la presenza di un bimbo scardinava dalle fondamenta tutto il protocollo di mistero, severità, segretezza, cospirazione su cui si basava il ménage familiare precedente all’arrivo di Françoise di cui Sabartès era il regista ma ora il semplice sorriso del piccolo smantellava e ridicolizzava senza rimedio il castello di diplomazia messo in piedi dal segretario. L’unico alleato per Françoise si rivelò Marcel, l’autista che aveva assistito fin dall’inizio alla loro relazione.

Oltre a non avere la simpatia della corte, Françoise non poteva avere la collaborazione di una nurse per Claude e doveva anche prendersi cura di Pablo, che pretendeva di essere primo nella scala delle sue attenzioni. Nella complessa e primordiale logica di Pablo, Françoise non era una giovane ed inesperta donna che aveva dato alla luce per la prima volta un bambino, ma come già per le altre, una roccaforte da espugnare, un territorio da conquistare, un angolo di carne femminile da marchiare con il proprio possesso per sempre e renderla gravida significava sottometterla e inchiodarla ai suoi istinti materni obbligandola tramite il possesso della materia creatrice femminile a non allontanarsi fisicamente da lui. Per tutto questo Françoise riteneva Pablo un sopravvissuto di una cultura antichissima: “ciò che rendeva così difficile il nostro rapporto non era il fatto che io avessi venticinque anni e lui sessantasei, ma che io ne avevo venticinque e lui sessantaseimila”(30).

Ma era un momento magico e Pablo era contento del piccolo che crescendo gli somigliava e della madre che lui possedeva: “’La voleva sempre accanto a sé’ racconta Dominique Desanti (…..) ‘Insieme formavano una coppia notevole. Lei era così bella, e lui straordinario e dal punto di vista estetico si restava colpiti al vederli’”(31).

La vita di Françoise era radicalmente cambiata, completamente occupata a badare a Pablo, a Claude, agli affari di Pablo (tra gli altri preparava gli assegni per Olga, Paulo e Marie-Thérèse), alla conduzione familiare, agli ordini e commissioni anche pittoriche che Pablo quotidianamente le lasciava che non aveva più il tempo per dipingere. A tutto questo si aggiunse la persecuzione improvvisa della moglie di Pablo, quella Olga Koklova sposata nel 1920 e dalla quale era separato da dieci anni ma che non si rassegnava al suo destino di donna abbandonata. Aveva, fino ad allora, scagliato il suo risentimento verso Dora Maar, ma quando seppe di Françoise e del piccolo Claude, cominciò a seguirla e ad aggredirla, prima verbalmente poi anche fisicamente finché Françoise, stanca della situazione chiese a Pablo di cambiare casa.

Trovarono infatti una casa, con un ettaro di giardino intorno, chiamata “La Galloise” vicino a Vallauris dove già nel 1946 Pablo aveva iniziato una collaborazione artigianale e artistica con i coniugi Ramiè proprietari della fabbrica di ceramica Madoura, ideando, realizzando, impostando e colorando egli stesso le più incredibili forme di ceramica mai viste prima. Ma nonostante l’impegno e l’innovazione che Pablo immise nella ceramica per lui era “sempre un oggetto ma non sempre un objet d’art”(32) avendo la sensazione che la materia stessa non potesse sopportare il peso dello sforzo creativo che le aveva immesso.

Françoise si accollò tutta la procedura del trasloco ma il problema Olga non era comunque risolto perché la donna, anche se a distanza, continuava a perseguitarla con la sua presenza ovunque andassero. Naturalmente capiva il disagio e il dolore di questa sfortunata creatura ma il suo umore non migliorò e i suoi impegni non diminuirono nonostante la nuova sistemazione. Al che Pablo, vedendola così affranta le disse che la migliore ricetta per una donna insoddisfatta era un figlio: “Un figlio porta nuovi problemi che prendono il posto di quelli vecchi”(33).

Françoise accondiscese ma per motivi diversi da quelli di Pablo: essendo stata figlia unica voleva dare un fratello a Claude e poi ricordava il periodo della gravidanza come un tempo piacevole e sereno in cui le attenzioni di Pablo erano particolarmente dolci, anche perché le sue forme divenivano più appetibili per lui. Ma nemmeno incinta di un mese Pablo accetta, dopo lunghe consultazioni, l’invito ufficiale per il Congresso della Pace a Varsavia e promettendo di stare via pochi giorni se ne allontana invece per un mese tornando da Françoise con un cappotto di pelle marrone per lei e uno bianco per Claude con l’idea, infantile, di farsi perdonare.

Questo era uno dei tanti episodi che disturbavano e immusonivano Françoise ma il vero problema era che la responsabilità della conduzione familiare le cominciava a pesare e avvertiva grande stanchezza fisica che non riusciva a recuperare. Così passarono i mesi della gravidanza fino a quando, durante una visita di controllo, il medico la obbligò a ricoverarsi il giorno stesso. Ma c’era un problema: era il 19 aprile 1949 e Pablo doveva presenziare al Congresso della Pace alla Salle Pleyel di Parigi e pretese, nonostante fosse informato del rischio che correva la sua compagna, di essere prima accompagnato all’inaugurazione e poi consentì che Marcel accompagnasse Françoise in clinica dove alle otto di sera nacque una bimba che venne chiamata Paloma in onore del disegno stilizzato di colomba, simbolo della pace, fatto da Pablo che, in quei giorni, tappezzava i muri di Parigi per il Congresso in corso. Ora Pablo pentito del suo comportamento era felice e orgoglioso che il mondo sapesse della sua piccola Paloma.

Intanto tre settimane dopo essere divenuto padre, Pablo diventava nonno per la prima volta: suo figlio Paulo aveva avuto un bimbo che venne chiamato come lui ma l’evento non scosse Picasso più di tanto né servì ad addolcire e riavvicinarlo al figlio che psicologicamente aveva sempre subito il peso dell’autorità e della fama di un padre così speciale.

Nonostante ormai fosse chiaro che facevano vita di famiglia, Françoise non poteva mai essere sicura di essere l’unica. Certo, Olga ormai era tenuta a bada ma continuava a mandare lettere di insulti, Dora dopo la crisi depressiva curata dal dottor Lacan scriveva di tanto in tanto, mentre Marie-Thérèse era una presenza discreta ma continua. Françoise capiva bene che le forme di questa donna erano state la fonte continua di ispirazione per almeno nove anni fino a quando era nata Maya. Ma tuttora per Pablo, Marie-Thérèse era sempre disponibile e a disposizione quando e come lui avesse voluto. Tuttavia ora che anche lei era madre di due bimbi, era dispiaciuta del fatto che Maya, la figlia ormai tredicenne di Marie-Thérèse, non potesse conoscere gli altri fratellastri a cominciare da Paulo il primogenito di Pablo.

Così lo propose a Pablo che inizialmente non ne fu entusiasta ma poi pensando che potesse essere divertente, nell’estate del 1949 acconsentì all’incontro. Ricorda Françoise “trovai Marie-Thérèse bellissima (…..) Tutta la serie di ritratti di donna bionda che Pablo dipinse fra il 1927 e il 1935 le rassomigliavano perfettamente. Non aveva nulla della fragilità di una indossatrice di alta moda, perché aveva un fisico da atleta con l’incarnato splendente di salute che hanno le donne svedesi”(34).

Marie-Thérèse doveva essere consapevole di questo e tanto le bastava, anche se non si interessava di pittura, perché durante il primo incontro con Françoise volle mettere in chiaro che non avrebbe mai potuto prendere il suo posto e Françoise di rimando le disse che non ne aveva l’intenzione e che lei occupava solamente un posto vuoto. Non divennero amiche ma di tanto in tanto si riunivano sotto l’egida di Pablo che inizialmente si stranì ma poi trovò piacevole e naturale vedere insieme tutti i suoi figli. Anche Maya, dopo una iniziale ostilità alimentata soprattutto dalla madre, accettò l’amicizia di Françoise apprezzandone il comportamento leale e sincero.

Intanto Pablo, ormai momentaneamente esaurito il suo interesse per la ceramica, volle riprendere a dipingere e a questo scopo comprò una vecchia fabbrica riattandola per due studi, uno per la scultura e uno per la pittura. Françoise aveva il compito di preoccuparsi di riscaldare gli ambienti dalla mattina perché lui vi lavorasse dal pomeriggio non prima di aver atteso alle faccende a “La Galloise”, a Claude, a Paloma e a tutto il resto. Nonostante questi impegni cercava di trovare un po’ di tempo per dipingere, cosa che aveva abbandonato da quando era andata a vivere con Pablo, dedicandosi solo al disegno.

“Continuando a dipingere mi sarebbe stato impossibile lavorare accanto a Pablo senza risentirne l’influsso”(35). Ricominciò col guazzo nel 1948 e un anno dopo con l’olio. Per poter sorvegliare anche i bambini, che pure erano tranquilli, dipingeva a casa, nei momenti liberi dagli impegni quotidiani, quando Pablo era negli studi. Un giorno di primavera del 1949 capitò a Vallauris Kahnweiler della galleria Leiris, per “corteggiare” Pablo come era solito fare e per mercanteggiare con lui, cosa in cui era abilissimo. Un pomeriggio che Pablo non era di buon umore chiese a Françoise di mostrargli qualche suo lavoro che già aveva giudicato positivamente tre anni prima quando la conobbe in rue des Grands-Augustins. Rimase molto soddisfatto tanto che, col permesso di Pablo, la mise sotto contratto esclusivo: i mercanti che volevano Picasso dovevano prendere anche un Gris o un Masson e ora anche un Gilot.

In seguito a questo Kahnweiler le organizzò anche un paio di mostre una alla galleria La Hune e l’altra alla Leiris nel 1952. Françoise racconta nella sua autobiografia che Pablo in questa occasione si dimostrò molto sensibile evitando di presenziare alla vernice per evitare di distrarre l’attenzione dalla giovane pittrice, compagna del grande Picasso.

Finalmente e fortunatamente Françoise potè contare su un introito personale e non sottomesso alla tirannia di Pablo che con il denaro aveva dei rapporti contraddittori e fortemente collegati con la sfera dell’affettività. Françoise sperimentò sulla sua pelle questa ambigua ma chiarissima contabilità affettiva: “In tutta la mia vita non sono mai stata povera come nel periodo in cui ho vissuto con Pablo. Si stenta a crederlo ma è la pura verità. (…..) Obbligarmi a chiedere tutto era uno dei modi in cui lui manifestava il suo potere su di me. Era convinto che se avevo bisogno, dei suoi soldi, poteva comprare anche il mio affetto”(36).

Tutte le donne di Picasso assistettero alla nascita di molte delle sue opere ma nessuna come Françoise dovette assistere al furto di giocattoli perpetrato da Pablo per la realizzazione di una scultura. Andò così: nel 1951 Kahnweiler aveva portato a Claude due automobiline che erano sopravvissute al suo desiderio di ridurle a pezzi e un giorno Pablo se ne impossessò perché semplicemente, gli “servivano” per realizzare “Scimmia col piccolo”. Altre sculture erano nate da pezzi ready-made “Cranio di capra e bottiglia”, “Testa di toro”, “Bambina che salta la corda”. Pablo diceva: “Le mie sculture sono metafore plastiche: lo stesso principio vale per la mia pittura. Ho detto che un quadro non dovrebbero mai essere un trompe-l’oeil, ma un trompe-l’esprit. Il mio scopo è di ingannare lo spirito più che l’occhio. Lo stesso vale per la mia scultura”(37).

Questo episodio familiare che intreccia ed interseca la sua vita artistica ci dà, veramente, il senso che Picasso aveva della sua arte e della sua vita: erano interscambiabili perché entrambe erano suoi possedimenti. Claude era suo figlio e i suoi giocattoli erano anche di Pablo ed usarli per la scultura ready-made non significava togliere una gioia ad un bambino ma rimettere in circolo, con altri punti di vista, qualcosa che già lui possedeva. Infatti “durante la sua vita, nessun originale ha mai lasciato i suoi atelier o abitazioni successive. L’artista ha sempre voluto tener con sé i testimoni del proprio percorso creativo, testimoni inattesi, provocanti se non addirittura scioccanti, burloni e magici, da lui considerati forse come dei feticci” (Dominique Dupuis-Labbé, Picasso. La scultura, p. 5 Art & Dossier, Giunti, Firenze, allegato n. 157, giugno 2000).

Un anno dopo la nascita di Paloma, Françoise non era ancora completamente ristabilita e nonostante i suoi sforzi nel rimanere vicino a Pablo i loro rapporti non migliorarono. Era un dejà-vu: la nascita dei figli che lui stesso decideva erano una conquista ma una perdita e un pericolo al tempo stesso. O amava la madre o i figli. O nessuno dei due. Prima del viaggio di Pablo in Polonia non erano mai stati lontani un giorno, ora Pablo cominciava a fare tardi la sera a fare spostamenti anche da solo, con la scusa che Françoise non stava troppo bene o altro. Cominciarono ad arrivare a Françoise notizie di avvistamenti di Pablo con altre donne. Era cominciato il distacco: “Mi ci vollero due anni interi, dal 1949 al 1951 per accettare serenamente tale situazione”(38). La morte della nonna e il riavvicinamento alla famiglia d’origine e soprattutto al padre contribuì a maturare la decisione di lasciare Pablo.

Ma intanto, c’erano le grandi esposizioni per l’ottobre 1952 di Milano e Roma e Pablo le chiese di restare perché lui aveva bisogno di lei anche se continuava la sua vita diurna e notturna senza di lei. Per la prima volta cominciava a far caso alla sua età “…improvvisamente mi resi conto che aveva superato i settan’anni”(39) ma nonostante questo il suo bisogno di essere vincitore non era ancora sopito. Voleva vincere con gli amici, con i mercanti, con le donne, con i suoi figli e nell’arte soprattutto: per lui la vita era una continua corrida. Le sue reazioni cominciarono ad essere inaspettate: a fronte di un passato di segretezza e chiusura ora Pablo raccontava a tutti della sua vita e dei suoi affari dicendo in giro che Françoise voleva lasciarlo ottenendo così la pietà e la commiserazione di conoscenti e amici che si preoccupavano di dissuadere Françoise da quella “cattiveria”.

Ma in realtà Pablo aveva avvertito istintivamente che la sua donna lo rifiutava fisicamente e le sue reazioni istrioniche altro non erano che un tentativo per provocare ed aggredire ancora di più, piuttosto che riconoscere la sua debolezza e impotenza di frone alla nuova realtà: la crudezza della vecchiaia. Françoise confiderà alla Stassinopoulos Huffington che “il nostro rapporto aveva perduto ogni incanto, ogni fascino poetico. Di conseguenza, anche il lato fisico era diventato ripugnante. Non si trattava di un progressivo raffreddarsi e scemare del desiderio, no, questo era un segnale che veniva dal profondo a indicare che qualcosa si era rotto per sempre. E la cosa era tanto più grave in quanto nel nostro rapporto l’aspetto fisico aveva sempre costituito un vincolo fortissimo”(40).

La decisione finale Françoise la prese quando era chiaro che le sue condizioni di salute date le continue emorragie che subiva non potevano procrastinare un intervento chirurgico che prevedeva un ricovero ed una convalescenza che disturbò Pablo in quanto non lo riteneva necessario in quel momento. A questo punto “non mi restava che una cosa da fare: ritornare a Parigi con i bambini (…..) Fino all’ultimo momento Pablo era convinto che sarei tornata sulle mie decisioni. Quando giunse il taxi e io vi presi posto con i bambini e i bagagli era talmente infuriato che non ci disse neppure ‘arrivederci’. Urlò soltanto ‘Merde!’”(41). Era il 30 settembre 1953.

La versione che Françoise scrisse nel 1968 nel suo libro è stata ampliata e corretta nel testo della Stassinopoulos Huffington perché durante il periodo precedente al suo definitivo abbandono di Pablo, Françoise aveva conosciuto a Parigi il filosofo Kostas Axelos e cominciò a frequentarlo in amicizia: “La Grecia era sempre stato un luogo per me pieno di fascino, ed ecco, ora c’era Kostas, giovane, bello il principe-filosofo”(42). In poco tempo il loro rapporto si intensificò e Kostas l’aiutò nella decisione di lasciare Picasso. Françoise ne parlò con Pablo ma lui incredulo gridava che “nessuno lascia Picasso”. Ma Françoise dieci anni dopo averlo conosciuto, invece, lo lascia.

Nel frattempo, il posto lasciato “vacante” da Françoise era stato prontamente occupato da molte donne e particolarmente dalla cugina di Madame Ramiè che era arrivata a Vallauris, a stagione finita, come commessa nella fabbrica di ceramica. Si chiamava Jacqueline Roque, aveva trent’anni, una figlia e da poco era libera dal marito ingegnere con il quale aveva vissuto fino ad allora in Africa e impiegava il suo tempo ad intrattenere, in spagnolo, Monsieur Picasso.

Ma quello che Françoise gli aveva fatto “era un affronto che non aveva mai ricevuto da nessuno. Era la sconfitta, la vecchiaia, la morte”(43) e lui si sfogava con chiunque incontrasse e la corte e la stampa dell’epoca si accanirono contro Françoise. Finché alla fine del 1953 Pablo sfogò in una serie di 180 disegni tutta la sua crisi esistenziale che restano come un bilancio impossibile per la vita di un artista ma necessario e terapeutico per la vita di un uomo.

“In questi disegni, che valgono come confessione, (Pablo) appare non solo vecchio e grottesco ma brutto, deforme, fiacco, patetico nel tentativo di catturare attraverso l’arte quella vitalità che nella vita gli sfugge (…..) Né il talento, né le innumerevoli passioni hanno potuto avvicinarlo al segreto della vita che la giovane donna sembra possedere e dal quale sembra derivare la serenità e l’accettazione di tutto ciò che esiste, compreso quel piccolo vecchio grottesco”(44).

La vita gli stava voltando le spalle: il 3 novembre 1954 gli giunge la notizia della morte di Matisse che a differenza di lui aveva scelto di dipingere la bellezza e la gioia. Poco dopo Paulo il primogenito è in pericolo di vita in un ospedale svizzero. L’11 febbraio 1954 era morta Olga, sola e in ospedale. Pablo non partecipa e non risponde a nessuno di questi eventi. Inoltre Françoise (che nel frattempo si era separata da Kostas), stavolta meno pressata dagli eventi aveva preso la decisione di sposare Luc Simon, l’amico di gioventù, pittore, con cui aveva ideato di fuggire in Tunisia anni prima.

E qui accadde l’episodio che in sostanza spinse Françoise ad iniziare la procedura legale per il riconoscimento della paternità di Picasso sui suoi figli. Mentre Françoise era a Venezia con il neo-marito, Claude, Paloma e Maya erano nella nuova residenza La Californie per l’estate e lì Paloma ebbe un attacco di appendicite che Maya aveva prontamente telegrafato a Francoise che si precipitò constatando che Paloma non era ancora ricoverata in ospedale. Da quel momento iniziò la guerra aperta: guerra legale, di ripicche, di rifiuti di Pablo verso tutti coloro che erano con Françoise a cominciare da Maya che se ne andò via e da quel 1955 non rivide più il padre. Il 1958 fu l’ultima volta per Marie-Thérèse. Nel 1961 Françoise riuscì nella sua battaglia legale ma il 1963 fu l’ultima volta che i due ragazzi videro il padre. Il tentato suicidio di Claude è il gesto estremo di un rifiuto paterno senza ragione e senza perché.

Cosa era accaduto? Partita Françoise da Vallauris Pablo si sentiva solo (anche se non lo era fisicamente) e infelice e la presenza di Jacqueline, questa piccola donna che lo riveriva chiamandolo “Monseigneur” e che gli baciava la mano in segno di sottomissione rappresentava per lui la capitolazione. Nonostante la trattasse con disprezzo Jacqueline si era votata a servirlo e ad assisterlo, trascurando persino la figlia adolescente. E lui che aveva avuto delle dee doveva ora accontentarsi di una “pezza da piedi”.

Era una presenza continua, costante e presente ogni volta che Pablo aveva bisogno e quando non voleva ricevere qualcuno si parava dietro lo schermo di Jacqueline come aveva d’altronde sempre fatto anche con le altre. Questo fino al 2 marzo 1961 quando, Pablo per colpire Françoise nella sua lotta per il riconoscimento di paternità da poco avuta, la sposò a sorpresa nel municipio di Vallauris. Da quel momento iniziò un sistematico isolamento affettivo nei confronti di tutti perpetrato da Jacqueline con il chiaro intento di averlo tutto per sé. “Ma Jacqueline, in definitiva, era solo uno strumento nella lotta tra tenebre e luce che per anni, aveva dilaniato la sua vita e la sua anima, Picasso aveva scelto di schierarsi dalla parte delle tenebre e di rinnegare la luce”(45).

Così, Françoise ormai persa ogni speranza di conciliazione di Pablo con i figli, assillata anche da problemi finanziari, dato che già dal 1956 Kahnweiler aveva rescisso il suo contratto con lei, Françoise si decise a pubblicare, inizialmente negli Stati Uniti e (dopo un’altra battaglia legale) anche in Francia la sua incredibile “vita con Picasso”.

Nel 1967 a Picasso intimarono lo sfratto per lo studio di rue des Grands-Augustins e per Pablo fu peggio di un lutto nonostante fossero 12 anni che non lavorava più in quello studio. Ma intanto era morto anche Sabartès. Nel 1970 il Bateau-Lavoir è distrutto da un incendio. Tutto crolla, la sua vita, la sua virilità, la sua integrità! Dal marzo 1968 produce 347 acqueforti con scene di bordelli definite “erotica” dove l’erotismo è soltanto un fantasma di passaggio.

Ancora tra il 1970 e il 1972 realizza 156 acqueforti ispirate ai lavori di Degas ancora con scene di bordello. Il 30 giugno 1972 realizza un autoritratto ed è l’ultimo. Confidò a Pierre Daix: “Ieri ho fatto un disegno. Credo di aver messo a fuoco qualcosa… E’ diverso da tutto il resto”(46). Era diverso perché non c’era la maschera della menzogna. E’ il ritratto vero, quello dell’anima quello che non poteva più nascondere ma che in realtà non aveva mai nascosto a chi aveva avuto occhi per vederlo: il dolore che aveva seminato intorno a sé nella vita e nell’arte, la distruzione e la disintegrazione della vita e della pittura. Questo era ed è il ritratto di Picasso.

La morte arrivò per Pablo l’8 aprile 1973 di mattina. Nessuno dei suoi familiari poté offrirgli l’ultimo saluto. Tutti vennero rifiutati. Solo Paulo mezzo stordito dall’alcool di cui era ormai vittima, seguì il corteo funebre. Venne sepolto a Vauvenargues. Pablito, il nipote figlio di Paulo anche lui rifiutato, la mattina del funerale inghiottì soda caustica morendo tre mesi dopo. Nel 1975 per cirrosi epatica toccò a Paulo.

Ma Françoise continua la battaglia legale per il pieno riconoscimento di tutti i figli nell’asse ereditario; così nel 1974 Claude, Paloma e Maya ottengono il riconoscimento dell’eredità insieme a Jacqueline, Marina e Bernard (gli altri figli di Paulo), dividendosi un patrimonio complessivo di 260 milioni di dollari (cifra stimata per difetto).

Il 20 ottobre 1977 Marie-Thérèse all’età di 68 anni si impicca nel garage della sua casa a Juan-les-Pins. Il 15 ottobre 1986 anche Jacqueline decide alle tre del mattino di spararsi un colpo alla tempia dopo aver adempiuto a tutte le formalità riguardanti la sistemazione e l’esecuzione testamentaria dell’eredità di Pablo.

M.P.Michiel

Note

(*) Il titolo riferisce ad una doppia serie di nove incisioni Sogno e menzogna di Franco I e II con riferimento ai danni della dittatura franchista, realizzate l’8 gennaio 1937 dal racconto di Josè Bergomin sui bombardamenti di Madrid. Il dittatore è sarcasticamente rappresentato quale “bestia” che instaura il regime di terrore e morte.

Note

(1) Arianna Stassinopoulos Huffington, Picasso, creatore e distruttore, p. 402, Rizzoli, Edizione BUR Supersaggi, Milano, 1997 (titolo originale Picasso, creator and destroyer, New York, 1988).
(2) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 10.
(3) Françoise Gilot, Carlton Lake, Vita con Picasso, p. 9, Umberto Allemandi & C., Torino, 1998 (titolo originale Life with Picasso, McGraw-Hill, Maidenhead, Berkshire, 1964).
(4) Gilot-Lake, cit., p. 8.
(5) Gilot-Lake, idem, p. 25.
(6) Gilot-Lake, idem, p. 9.
(7) Gilot-Lake, idem, p. 10.
(8) Gilot-Lake, idem, p. 10.
(9) Gilot-Lake, idem, p. 11.
(10) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 245.
(11) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 244.
(12) Gilot-Lake, cit., p. 14.
(13) Gilot-Lake, idem, p. 18.
(14) Gilot-Lake, idem, p. 18.
(15) Gilot-Lake, idem, p. 22.
(16) Gilot-Lake, idem, p. 31.
(17) Gilot-Lake, idem, p.39.
(18) Gilot-Lake, idem, p.40.
(19) Gilot-Lake, idem, p.41.
(20) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 254.
(21) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 252.
(22) Gilot-Lake, cit., p.52.
(23) Gilot-Lake, idem, pp.81-82.
(24) Gilot-Lake, idem, p. 84.
(25) Gilot-Lake, idem, p. 104.
(26) Gilot-Lake, idem, p. 110.
(27) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 281.
(28) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 287.
(29) Gilot-Lake, cit., p. 124.
(30) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 298.
(31) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 298.
(32) Gilot-Lake, cit., p. 230.
(33) Gilot-Lake, idem, p. 225.
(34) Gilot-Lake, idem, p. 249.
(35) Gilot-Lake, idem, p. 266.
(36) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 324.
(37) Gilot-Lake, cit., pp. 333-334.
(38) Gilot-Lake, idem, p. 350.
(39) Gilot-Lake, idem, p. 362.
(40) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 347.
(41) Gilot-Lake, cit., p. 374.
(42) Stassinopoulos Huffington, cit., p. 354.
(43) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 357.
(44) Stassinopoulos Huffington, idem, pp. 357-358.
(45) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 401.
(46) Stassinopoulos Huffington, idem, p. 422.

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