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Frida Kahlo & Diego Rivera
Realtà dipinte: il colore del dolore

Magdalena Carmen Frieda nasce il 6 luglio del 1907 a Coyoacan (Messico) da Guillermo Kahlo, ebreo tedesco emigrato in Messico, fotografo di mestiere e da Matilda Calderon, messicana. La sua infanzia si svolge interamente intorno alla famiglia e al suo quartiere. All’età di 6 anni Frida è colpita dalla poliomielite che la obbliga a restare a letto per quasi un anno; frequenta poi regolarmente le scuole elementari, il liceo ed anche un corso di disegno con Fernando Fernandez amico del padre e grafico pubblicitario che sottolinea il suo talento offrendole un posto da apprendista.
Diego Rivera nasce l’8 dicembre del 1886 a Guanajuato (Messico) e all’epoca del primo incontro con Frida era un artista affermato ma non ancora così famoso. Aveva svolto la sua formazione artistica frequentando i corsi serali dell’Accademia poi nel 1907 si reca in Spagna nello studio del pittore Eduardo Chicharro poi a Parigi a contatto con le avanguardie europee (conosce personalmente Delaunay, Léger, Chagall), dove espone alla Societé des Artistes Indépendants; successivamente, un viaggio in Italia nel 1921, lo porta a conoscere il Rinascimento italiano sia come esperienza formale che come conoscenza tecnica che suscita in lui meraviglia per la perizia pittorica che consentiva a quegli affreschi di essere apprezzati a così lunga distanza di tempo.
Frida incontra Diego per la prima volta nel 1922, mentre lui preparava il suo primo murales di Stato intitolato La creazione (commissionato dal ministro José Vasconcelos) per l’anfiteatro Simón Bolìvar nella Escuela Nacional Preparatoria di Città del Messico da lei frequentata. Il dipinto, ad encausto su muro, è molto suggestivo e di grande impatto visivo: ritrae attraverso la rappresentazione di allegorie e tipologie umane locali, la creazione della “razza” messicana, attraverso il filtro della cultura cristiana (nella disposizione simmetrica delle figure, nella luminosità del colore filtra come un’eco del Il Parnaso di Raffaello delle Stanze Vaticane).

Diego Rivera,
La Creazione,
1922, encausto su muro, Città del Messico, Scuola Nazionale Preparatoria,
Anfiteatro Bolivar

Raffaello, Il Parnaso, 1509-10, affresco, Roma, Palazzi Vaticani, Stanza della Segnatura

In quell’anno al momento del loro primo incontro tutto deve ancora svolgersi e tutto potrebbe ancora accadere ma il 17 settembre 1925 l’autobus di legno sul quale Frida si trova in compagnia di un amico di scuola si scontra con un tram. Questo tremendo incidente la riduce in condizioni tali da non far sperare i medici per la sua sopravvivenza. Ricoverata alla Croce Rossa, la diagnosi fu: “Frattura della 3a e 4a vertebra lombare, 3 fratture del bacino, 11 del piede destro, slogatura del gomito destro, profonda ferita all’addome provocata da una sbarra di metallo che è penetrata attraverso il fianco sinistro ed è fuoriuscita dalla vagina lacerando il labbro sinistro. Peritonite acuta. Cistite. Si suggerisce un drenaggio”. Il compagno che era seduto vicino a lei le racconterà più tardi, che, dopo l’incidente era inzuppata di sangue e polvere d’oro, che sfuggita di mano ad un passeggero al momento dell’impatto, l’aveva completamente ricoperta!
Questo evento così drammatico è in effetti lo snodo determinante per la sua vocazione artistica. Frida aveva avuto un primo contatto con i colori all’epoca della poliomielite quando il padre le costruì un cavalletto particolare che le permetteva di disegnare nonostante costretta a letto. Dopo il grave incidente del 1925 per sopportare le lunghe ore di immobilità in ospedale Frida inizia a dipingere e questa passione si trasformerà in ossessione: l’ossessione della sua sofferenza in ogni suo dipinto. “…venerdì mi hanno messo il busto e da allora ho vissuto fra tormenti e sofferenze che non si possono paragonare ad alcunché. Mi sentivo soffocare, un dolore tremendo ai polmoni e alla schiena, potevo appena camminare e non riuscivo a dormire per niente. Mi appesero a una sbarra per ore, poi mi fecero stare sulla punta dei piedi. Mi misero in trazione con dei pesi e la mia spina divenne sempre più fragile, allungarono il mio collo come quello di uno struzzo. Sentii il suono delle ossa che protestavano, non mi fu consentito di muovermi per mesi, e, alla fine, non stavo affatto meglio. Tutta quella sofferenza per niente. Non volevo vivere e non volevo morire. Volevo dipingere e fare l’amore. Ogni volta che mi mettevano addosso un busto nuovo usavano getti di aria calda per asciugarlo; comunque, quando andavo a casa era ancora umido. Soffrivo orribilmente. All’inizio i dottori dissero che avrei dovuto tenere il busto per mesi; ma poi, un mese dopo l’altro, l’ho tenuto per anni” (dalla biografia di Elena Poniatowska).

Frida Kahlo,
Autoritratto con vestito di velluto,
1926, olio su tela, cm 79,7x60,
Città del Messico,
Collezione privata

Frida riprenderà la sua vita “normale” ma sarà sempre interrotta dai numerosi interventi chirurgici, dalla continua sofferenza alla spina dorsale, che la costringerà appunto ad indossare rinnovati busti di gesso, dalle gravidanze interrotte a causa della sua fragilità ossea; ma nonostante tutto, il desiderio per la vita, per l’arte, l’amore per Diego e la sua passione politica non le consentirono di arrendersi all’evidenza della sofferenza fisica e psichica tanto che nel racconto delle persone che la frequentarono è descritta come una persona di incredibile allegria.
Nel 1928 Frida si iscrive al partito comunista e rincontra Diego Rivera e stavolta s’innamorano. Frida aveva una grande ammirazione per Rivera sia come artista che come uomo socialmente e politicamente impegnato e quando lo va a trovare al ministero della pubblica istruzione, lui, anche se ormai famoso, non si limita ad apprezzare le opere che la giovane artista gli sottopone ma la sprona a continuare poiché ne comprende le potenti qualità espressive a lui precluse. Rivera che sta dipingendo il murales Ballata per la rivoluzione la ritrarrà, insieme ad altri amici (tra cui la fotografa friulana Tina Modotti), con una camicia rossa e una stella sul petto mentre consegna fucili ai rivoluzionari.

Diego Rivera,
Ballata per la Rivoluzione,
particolare,
ritratto di Frida,
murales 1923-28,
Città del Messico,
Segreteria di
Educazione Pubblica

Quando si sposano il 21 agosto 1929 lei ha 22 anni, corporatura minuta, malata da sempre, lui 42, grasso, per niente attraente, un passato sentimentale movimentato, mogli e figli. Eppure nonostante tutto Frida è felice: “quando sposai Diego, una calda felicità scese su di me. Ridevamo, giocavamo insieme, mangiavamo con lo stesso cucchiaio. Era schiavo della mia pittura. Ci ammiravamo e ci rispettavamo l’un l’altra. Io ero la distinta signora Donna Frida Kahlo de Rivera. Noi viaggiavamo, ci prendevamo gioco dei gringos, i nostri due sessi erano avvolti da radici, eravamo indecenti, dalle mie ferite sbocciavano fiori. Ma c’è sempre stata una spina nella mia vita. Diego era un vero macho, aveva altri amori, e io ero una donna vorace. Diventai un vero macho, presi e rifiutai, insegui l’unico che volevo, fui un’amante tenera e violenta. Diego, io sono sola, Diego, ora io non sono più sola” (E.Poniatowska): non sono parole sue, ma avrebbero potuto esserlo.

Frida Kahlo,
Frieda e Diego,
1931, olio su tela, cm 100x79,
San Francisco, Museum of Modern Art

L’intensità del loro rapporto è qui solo accennato in confronto alle tempeste emozionali vissute da questa donna innamoratissima e gelosissima del suo uomo ma consapevole di non poter arrivare a possedere interamente né l’uomo tantomeno l’artista. Frida arriverà a raccontare di essere nata nel 1910 (invece del 1907) per farlo coincidere con l’anno della Rivoluzione messicana, avvenimento storicamente importante per il Messico, per la sua vita e per la scelta artistica di Diego. Questo aneddoto rende la dimensione del suo coinvolgimento che vale per lei ma vale soprattutto per il suo amato Diego il quale imposterà la sua tematica artistica su questo argomento e viene vissuto ed accettato come integrante e inscindibile nella sua vita di messicana discendente degli antichi indios schiavizzati dalle prime truppe di invasori cortesani.


Diego Rivera e Frida Kahlo in Messico in occasione del Primo Maggio 1929,
Collezione Fototeca del INAH e Museo Estudio Diego Rivera

Nel novembre del 1930 la coppia si trasferisce per quattro anni negli Stati Uniti (San Francisco, Detroit, New York) dove Diego trova sia commesse per murales sia accoglienza politica per la mutata situazione di governo messicano.

D. Rivera, Detroit Industry (particolare), 1932,
Detroit, Institute of Arts

D. Rivera, Allegoria della California, 1931, San Francisco, Pacific Stock Exchange, Luncheon Club
D. Rivera, Mussolini, 1933, già a New York, New Workers School

Intanto Frida rimane incinta per la seconda volta ma in una lettera al dottor Leo Eloesser, conosciuto a San Francisco, confida che Diego non desidera avere un figlio ma che lei è decisa a continuare la gravidanza nonostante il medico la sconsigli per motivi di salute. L’aborto spontaneo all’Henry Ford Hospital di Detroit pone risoluzione all’evento e tutta la sua angoscia si legge nitidamente e senza grandi enigmi da decifrare nel dipinto Il letto volante. In un altro dipinto, La mia nascita, traspare ancora il trauma dell’evento: è ritratta sua madre che sul letto immacolato, ma con metà corpo e col volto coperto (era da poco scomparsa), la sta partorendo e si evidenzia ancora il suo dramma di madre mancata guardando invece il ritratto a capo del letto dove è ritratta una “Mater dolorosa” forse di ispirazione rinascimentale.

Frida Kahlo,
Il letto volante,
olio su metallo, 1932, cm30,5x38,
Città del Messico, Collezione privata


Frida Kahlo,
La mia nascita, 1932,
olio su metallo,
cm 30,5x35,
Collezione privata

Inizia in quel soggiorno americano la crisi del loro rapporto per il desiderio di Frida di tornare in Messico e il recalcitrante Diego invece affascinato dal tecnologico progresso del mondo nordamericano. Tuttavia nel 1934 dopo essere tornati in patria vanno a stabilirsi a San Angel dove Diego aveva fatto costruire due edifici, uno piccolo, blu per Frida, uno più grande, rosa, per sé.
Eppure i rapporti tra i due si deteriorano pesantemente. Ancora sofferenze per Frida: un’altra interruzione di gravidanza ma soprattutto il dolore provocato dalla relazione amorosa intrecciata da Diego con la sorella minore di lei, Cristina, che già era stata modella per i suoi murales. Così Frida lascia Diego e va a New York da amiche per tornare quando ormai la relazione di Diego è terminata ma lei acquisisce la consapevolezza del fatto che lui non rinuncerà comunque alle sue avventure extraconiugali e da quel momento anche lei intreccerà relazioni con altri uomini e successivamente anche con donne.

Frida Kahlo,
Ritratto di Diego Rivera,
1937, olio su legno, cm 46x32,
Città del Messico,
Collezione privata

Nel 1937 Frida ha un breve flirt con Lev Trotzkij (assassinato nel 1940 a Città del Messico) il quale era stato, insieme alla moglie Natalia, prima ospiti nella Casa Azzurra e poi vicini di casa.
Intanto la pittura di Frida viene conosciuta e apprezzata da André Breton che con Jacqueline Lamba si erano recati in Messico ed erano stati ospitati proprio a casa dei Rivera. Il fondatore e mentore del Surrealismo europeo riconosce (a tutti i costi) nell’iconografia di Frida il richiamo surreale ma lei dichiarerà: “Pensavano che fossi surrealista ma non lo fui mai. Non ho mai dipinto sogni ho solamente dipinto la mia realtà”.

Frida Kahlo,
Autoritratto con scimmia,
1938, olio su tela, cm 40,6x30,5,
Buffalo, Albright-Knox Art Gallery

E’ del 1938 la sua prima mostra personale alla Galleria Levy di New York dove riscuote un notevole successo di vendita dei suoi quadri a personaggi del mondo dell’arte e del cinema. E’ in questo contesto che le viene commissionato da Clare Boothe Luce (editrice di “Vanity Fair”) il quadro Il suicidio di Dorothy Hale, una giovane attrice che si era gettata (vestita da gran sera) dalla finestra di un grattacielo per difficoltà economiche che non le consentivano più lo stile di vita dispendioso fino allora sostenuto. Frida dipinge l’evento con la descrittività e la lucidità di un ex-voto senza però il lieto fine, tanto da essere definito “raccapricciante dipinto” dalla sua amica committente.


Frida Kahlo,
Il suicidio di Dorothy Hale,
1938-39, olio su fibra,
cornice dipinta, cm 60,4x48,6,
Phoenix, Phoenix Art Museum

Inizia in quel periodo la sua relazione amorosa e appassionata con il fotografo Nickolas Muray.
L’anno dopo va a Parigi per realizzare una mostra promessa da Breton, e nonostante la mostra venne poi realizzata (il Louvre acquistò Autoritratto “The Frame”) Frida rimane molto delusa dai personaggi che ruotavano intorno al carismatico Breton (eccetto Man Ray che la aiutò): “Non ti puoi immaginare che figli di puttana siano questi individui. Mi fanno vomitare. Sono così maledettamente intellettuali e decadenti, che non riesco più a sopportarli” scrive a Nickolas.


Frida Kahlo,
Autoritratto "The Frame",
1938, olio su alluminio e vetro,
Parigi, MNAM, Centre Georges Pompidou

Dopo il ritorno in Messico, Diego convince Frida a concedere il divorzio ma per Frida è un’altra sofferenza da assorbire e in Le due Frida si rivela tutta la drammaticità della scelta subita con i suoi due cuori dipinti a vista, con perizia anatomica collegati da un’arteria, e mentre una delle Frida ha in mano un ritratto di Diego bambino, l’altra tiene serrata a fatica l’arteria finale con una pinza da chirurgo ma inevitabilmente il sangue sgocciola sulla bianca gonna già ricamata a fiori rossi.

Frida Kahlo, Le due Frida, 1939,
olio su tela, cm 173,5x173,
Città del Messico, Museo de Arte Moderno
Frida Kahlo, Autoritratto dedicato al dottor Eloesser, 1940, olio su tela, cm 59,5x40 Collezione privata

Si ritroveranno a San Francisco, lui per dipingere un murales per la Golden Gate International Exposition, lei in cura dal dottor Eloesser (a cui dedicherà un Autoritratto) e in quell’occasione Diego le chiede di risposarlo e Frida accetta a condizione di contribuire con il suo lavoro alle spese comuni e a non avere più rapporti sessuali. Così Diego la risposa lì a San Francisco l’8 dicembre (giorno del suo compleanno) 1940.
Con maggiore consapevolezza dei suoi desideri profondi e vitali Frida si dedica totalmente a dipingere gli autoritratti nelle più svariate versioni. In contrapposizione alla pittura di Rivera, quella dei mille ritratti dei murales, quella dell’impegno comunista e sociale, quella dei racconti epici, quella dei grandi eventi della "Storia", quella dei racconti di un’umanità sofferente (non solo messicana) attraverso le epoche fino ai giorni contemporanei, in contrapposizione a tutto questo, la pittura di Frida è quella dei suoi mille autoritratti di piccole dimensione (“devozione privata” si direbbe in Europa), del suo personale impegno comunista e sociale, della sua umanità ugualmente sofferente (forse anche di più), dei piccoli eventi personali, del suo eroismo vitale nei confronti del suo destino di solitudine nel dolore. La pittura di Frida è di piccole dimensioni ma è grande come quella dei murales di Diego. In Diego c’è la forza e la bellezza della grande superficie dipinta, in scuole, banche, edifici pubblici, teatri, in Frida c’è la profondità e la dirompenza di energie pulsionali sessuali così potenti da non poter essere facilmente incanalate nella sola vita necessitando la pittura come liberazione dall’ossessione del pensiero del dolore e della morte. La pittura di Diego è una pittura consapevole del suo ruolo nella vita e nella storia, quella di Frida è un pittura che attraverso la sua pratica percorre un cammino di autoconoscenza. La loro complementarietà era il collante che univa queste due personalità artistiche così antitetiche da compensarsi o oscurarsi l’uno con l’altra. La fama che Frida ha ricevuto nel tempo dopo la sua morte forse ha superato il tributo che Diego ricevette in vita.
Nel 1940 partecipa con Le due Frida alla mostra organizzata da Breton e dedicata al Surrealismo internazionale a Città del Messico. Molte altre volte sarà presente ad altre mostre collettive in patria e negli Stati Uniti. Ora la sua fama è indiscussa (ma limitata sempre ad una cerchia di privilegiati conoscitori), molte furono le commissioni di autoritratti o di ritratti e nel 1943 le venne offerta anche una cattedra per insegnare pittura (gratuitamente per gli studenti disagiati) dal ministero della pubblica istruzione al fine di “rivoluzionare” anche la forma delle lezioni: gli studenti affiancavano alle lezioni teoriche tradizionali le uscite per le strade e per le campagne per verificare dal vivo la realtà messicana. Successivamente dovette progressivamente allentare la frequenza delle lezioni per i continui dolori alla schiena, sofferenza puntualmente documentata in La colonna rotta, del 1944 dove lei è, come sempre, frontalmente ritratta, quasi intera, con al posto della colonna vertebrale una colonna classica spezzata in più punti e con una raffica di chiodi infilzati nelle sue carni a guisa di un San Sebastiano rivisitato femmina.



Frida Kahlo,
La colonna rotta,
1944, olio su tela, cm40x30,7,
Città del Messico,
Collezione privata

Dal 1942 inizia a scrivere un diario (forse a causa della morte del padre nel 1941) dove appunta oltre ai pensieri quotidiani la ricostruzione della sua vita dall’infanzia corredandolo di immagini e vignette.
Nel 1946 Frida riceve il secondo premio per i dipinto Mosè con il quale aveva partecipato alla mostra d’arte annuale al Palacio de Bellas Artes.



Frida Kahlo,
Mosè,
1945, olio su fibra dura, cm40x75,6,
Collezione privata

Nonostante avesse subito un nuovo intervento chirurgico alla colonna vertebrale partecipa ugualmente alla cerimonia per l’assegnazione dei premi, la stessa in cui venne conferito al pittore José Clemente Orozco il premio per l’arte e la scienza. L’ultima operazione gli procura due enormi cicatrici nella schiena (“questi figli di puttana di chirurghi”) che immancabilmente vengono riprodotte nel dipinto Albero della speranza sii solido, in cui si ritrae seduta ma sanata con il busto in mano e una bandiera col motto di speranza del titolo stesso e sullo sfondo il suo corpo malato e straziato su una barella d’ospedale col viso rivolto verso un paesaggio pietrificato e queste due Frida hanno per sfondo unificato due inconciliabili momenti del giorno e della notte. E’ interessante notare come l’artista prenda ispirazione dal simbolismo della cultura messicana antica per trasferirla nella sua personale, carnale esperienza di sofferenza. Al contrario della simbologia europea, il sole, quale astro irraggiante vita e vitalità, quello di Frida è il sole azteco che si nutre del sangue dei corpi sacrificati e dei malati: ecco allora che la Frida con i tagli sulla schiena, si pone sotto questo sole crudele di natura maschile. Di converso, la luna, intesa come luce riflessa dal sole e quindi insufficiente e ingannevole per il mito europeo è per la mitologia azteca, invece, il simbolo sì della femminilità ma quale rinascita e speranza, e difatti lei stessa si pone risanata sotto questa vivida luna piena.



Frida Kahlo,
Albero della speranza sii solido,
1946, olio su fibra dura, cm55,9x40,6,
Parigi
Collezione Daniel Filipacchi

E’ il principio dualistico del dio della luce (maschile) e del dio delle tenebre (femminile) che si presentano contemporaneamente che lottano continuamente e incessantemente e questa lotta mantiene l’equilibrio del mondo cosicché questo principio spesso lo ritroviamo nei doppi ritratti di Frida o nei ritratti con Diego o con Diego al centro della sua fronte come anche il concetto della morte che nell’antico pensiero azteco era comprensivo della rinascita stessa.

Frida Kahlo, Pensando alla morte,
1943, olio su tela, cm 44,5x36,3
Collezione privata
Frida Kahlo, L'amoroso abbraccio dell'Universo,
1949, olio su tela, cm 70x60,5,
Città del Messico, Collezione privata

Nel 1947 Diego esegue una splendida pittura che decora la hall dell’Hotel Prado nel Central Park di Città del Messico intitolato Sogno di una domenica pomeriggio al Alameda Central. In questo murales che scorre lungo la parete della hall in una sequenza di personaggi maschili e femminili in relazione o in contrapposizione alla Rivoluzione messicana, Diego inserisce il ritratto di Frida che tiene in mano il cerchio orientale dello Yin e dello Yang e il suo autoritratto col corpo di bambino che è tenuto per mano da uno scheletro vestito da donna.

Diego Rivera,
Sogno di una domenica pomeriggio, 1947
al Alameda Central,
Città del Messico, Hotel statale del Prado

Diversi sono i ritratti che Diego realizza su Frida, soprattutto come si è visto nei murales ma molti di più sono quelli che Frida realizza su Diego. Piccoli ritratti, ma significativi del suo stato d’animo o del suo pensiero ininterrotto su Diego che si esprime nella pittura pulita e nitida con incrollabile fede in un amore profondamente e dolorosamente sentito nei più semplici pensieri quotidiani come nelle grandi azioni pubbliche comuni. Nel consueto stile dell’autoritratto Frida inserisce il volto di Diego al centro della sua fronte sia in Diego nei miei pensieri del 1943, che in Diego e io del 1949. Un ritratto particolare Frida lo realizza per il cinquantottesimo compleanno di Diego e si tratta del Doppio ritratto: Diego e io del 1944: metà volto è Diego l’altra metà è Frida, emblematico omaggio al proprio uomo, di una donna che si sentiva parte carnale di lui come fosse la sua anima, inscindibile dal suo corpo pur essendo un corpo distinto. Ancora l’elemento dualistico del sole e della luna sullo sfondo simboleggia la loro complementarietà mentre la conchiglia e la lumaca sono i simboli della loro analogia sessuale nella diversità.

Frida Kahlo, Diego nei mieri pensieri, 1943,
olio su fibra, cm 76x61,
Città del Messico, Collezione privata
Frida Kahlo, Doppio ritratto: Diego e io, 1944, olio su fibra con cornice di conchiglie,
cm 26x18,5, Città del Messico, Collez. privata

Nel 1950 Frida viene ricoverata in ospedale a Città del Messico e vi rimarrà per nove mesi così di nuovo le venne approntato un cavalletto da ospedale per permetterle di dipingere pur sdraiata nel letto. Da allora e per gli anni successivi Frida allenterà progressivamente la sua attività pittorica e soprattutto realizzerà sempre meno autoritratti. L’ultimo Il marxismo guarirà gli infermi del 1954 l’anno della sua morte è un manifesto che compendia la sua speranza personale con quella della storia degli eventi mondiali: lei sempre col busto ma libera dalle stampelle sostenuta però dalle sagge mani dell’ideologia marxista e la colomba della pace si contrappone all’avvoltoio-America preso per il collo.

Frida Kahlo, Diego e io, 1949,
olio su tela, cm 28x22,
Chicago, Collezione privata
Frida Kahlo, Il marxismo guarirà gli infermi, 1954 c. olio su fibra, cm 76x61,
Città del Messico, Collezione privata

Per il resto le sue pitture si limitano a nature morte che realizza sempre più faticosamente e tecnicamente confuse e approssimative. Il suo tempo è ormai occupato sulla sedia a rotelle o nelle lunghe permanenze a letto a causa degli antidolorifici.
Nel 1953 la sua seconda e ultima personale allestita dalla sua amica Lola Alvarez Bravo è un grande successo di critica e di vendita ma le condizioni di Frida sono così gravi che presenzierà alla inaugurazione su un letto trasportata dall’ambulanza. Poco dopo subirà l’amputazione di metà gamba e questo ultimo trauma la sprofonderà in una cupa depressione annotando nel suo diario propositi suicidi per il grande dolore.
La sua ultima apparizione pubblica è del 2 luglio 1954 ad una manifestazione di protesta politica antiamericana e Frida vi partecipa portata con la sua sedia a rotelle ma ormai la sua voglia di vivere è sempre meno forte. Nella notte del 13 luglio di questo anno a causa di un’embolia polmonare Frida muore nel suo letto. Dopo il funerale a cui partecipò una moltitudine di persone, Frida venne cremata come era nelle sue volontà e le sue ceneri sono tuttora conservata in un vaso in stile precolombiano nella casa dove aveva vissuto e che divenne museo il 12 luglio del 1958, che lo stesso Rivera, scomparso il 24 novembre del 1957, aveva lasciato “al popolo messicano”.

M.P. Michiel


Frida e Diego all'ospedale ABC, in Messico, 1950

P.S.: L’anno dopo la morte di Frida, Diego Rivera sposa Emma Hurtado, sua agente dal 1946.

Sulla vita di Frida Kahlo è stato realizzato il film Frida, (2002), regia di Julie Taymor, con Salma Hayek, Antonio Banderas, Valeria Golino

TERMINE COLLEGATO: Muralismo nella rubrica "Glossarte"

Bibliografia

Marco Rosci, Rivera, murales a Città di Messico, Istituo Geografico De Agostini, Novara, 1982.
Elena Poniatowska, Diego, I am not alone: Frida Kahlo, in "Frida Kahlo: the Camera Seduced", edizioni La Chambre, Gand 1992.
Martha Zamora, Frida dei dolori, in “Art e dossier”, pp. 4-10, Gruppo Editoriale Giunti, numero 83, ottobre 1993, Firenze.
Carolina Brook, Diego Rivera, in “Art-Dossier: Orozco, Rivera, Siqueiros. Muralismo messicano”, pp. 20-35, Gruppo Editoriale Giunti, Firenze, Inserto redazionale allegato al numero 83, ottobre 1993 .
Andrea Kettenmann, Frida Kahlo 1907-1954. Sofferenze e passioni, Bededikt Taschen, Koln, 1994.
Hayden Herrera, Frida Kahlo 1907-1954, Rizzoli Art Series.
Lea Vergine, Frida Kahlo, in “L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940”, pp. 339-344, Il Saggiatore, Milano, 2005.
Martha Zamora, Frida Kahlo, Lettere appassionate, editore Abscondita.
Frida Kahlo: un autoritratto intimo, a cura di S.M. Lowe, Milano 1995.
H. Herrera, Frida, Vita di Frida Kahlo, a cura di M. Nadotti, Milano 1998.
Frida Kahlo e i capolavori della pittura messicana, catalogo mostra, Roma 2001.
Frida Kahlo, Lettere appassionate, a cura di Martha Zamora, Milano 2002.
Achille Bonito Oliva, C. Sanfo, Frida Kahlo, Milano 2003.
R. Tibol, Frida Kahlo: una vita di arte e di passione, Milano 2003.

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