Inaugurazioni
L’astrazione come crescita interiore, come forma
di progresso per Ilir Zefi, pittore

Ilir Zefi
“Crash!”
Galleria Russo
Roma, via d’Alibert, 20
2-29 febbraio 2008
M.P.Michiel.
Hai frequentato l’Accademia di Belle Arti a Tirana,
qual era l’atmosfera che respiravi come allievo?
Ilir Zefi.
Ho un doppio feeling, un doppio sentimento sull’accademia
perché da una parte – devo ammettere oggi - la
ricordo come una scuola abbastanza seria che dava l’occasione
di conoscere in modo serio, però, fin troppo rigido.
Era una scuola di realismo socialista, che voi conoscete,
cioè l’Albania era sotto il sistema, c’era
poi questo mio conflitto caratteriale che aveva bisogno di
più spazio. Sono nato anche con un nome, Ilir, che
significa “libero” e mi sono sentito stretto con
seri problemi a gestire la mia natura, che usciva fuori dalle
linee del realismo. Il mio era un realismo di forma ‘espressionista’
ma era un termine che un po’ terrorizzava ma senza drammatizzare
troppo perché sono cose superate da tempo ormai. Però
la scuola era questa, c’era una sorta di conflitto anche
per motivi di comportamento… non era solo l’arte.
M.P.M.
Poi nel 1992 sei arrivato in Italia in maniera avventurosa…
Ilir Zefi.
…avventurosa… sì… ma si sono un po’
confusi il mio sogno d’artista con la necessità
e questo l’ha resa un po’ avventurosa. Da una
parte venivo per un altro motivo (non amo più dirlo
perché l’ho detto in altre occasioni) e poi dall’altra
parte il mio sogno d’artista ma non mi piace vantarmi
di tutta questa avventura… ma sì io ho fatto
due viaggi dall’Albania uno con l’aereo da cittadino
e l’altro con gommone nel giro di un anno …sì
è vero.
M.P.M.
E cosa ti ha colpito, dal punto di vista artistico, in Italia?
Ilir Zefi.
Purtroppo non ho avuto l’occasione di concentrarmi subito
nell’arte… non è stato facile capire che
cosa succedeva a livello artistico in Italia.
M.P.M.
Cosa conoscevi dell’Italia?
Ilir Zefi.
Conoscevo i Futuristi, Modigliani, i classici, il Rinascimento
italiano… quelli sono italiani da ricordare sempre,
poi venendo qua ho conosciuto altri artisti, però è
stato un processo lungo. L’Italia ha avuto dei periodi
felici e periodi meno. Quello che mi ha colpito è stato
un po’ quello che colpisce non solo gli artisti, la
storia, l’architettura, il paesaggio, tutto quello che
si respira in Italia.
M.P.M.
Della tua esperienza formativa a Tirana che cosa ti porti
ancora dietro?
Ilir Zefi.
Mah, è una bella domanda, mi chiedo anch’io quanto
mi porto dietro… spero solo quello che è buono.
Il rapporto con la storia, in un certo senso, ma è
una storia che per la scuola, per quel sistema, finiva presto,
arrivava fino agli Impressionisti: questo era un dramma ma
fino lì era serio. Era molto seria l’attenzione
verso la storia, verso il classicismo e tutto quello che è
successo, però il dramma del socialismo - ma non vorrei
dedicare tanto tempo a questo tema – è che l’insegnamento
si fermava nel tempo dove iniziava una certa pittura che poi
si è dimostrata arte con gli Impressionisti ma anche
dopo gli Impressionisti. Però la scuola che ho fatto
ci ha dato una rigorosità classica, la conoscenza del
mestiere ma senza esagerare senza pompare troppo.
M.P.M.
Da noi questi insegnamenti si sono un po’ persi…
Ilir Zefi.
…sì, si è perso un po’
dappertutto perché si è pensato che non importa
più la modernità richiede altri tempi, è
legato alla velocità ad altre cose.
M.P.M.
L’arte che hai imparato all’Accademia e dipinto
ancora qualche anno dopo che sei andato via secondo te non
risponde più all’esigenza del contemporaneo o
non risponde più alle tue esigenze? O meglio l’arte
astratta è una necessità del mondo dell’arte
o è una tua necessità?
Ilir Zefi.
Guarda… c’è un border-line molto sottile
tra queste due cose ma non è questo il problema, il
problema è che bisogna vedere un po’ il passato
degli artisti, artisti seri, gli artisti seri hanno un passato
serio. Io credo che non ci sia astrazione senza la figurazione,
come non c’è figurazione seria senza l’astrazione.
Però l’astrazione è un’esigenza,
l’astrazione è legata ad una crescita interiore,
è una forma di progresso e non è detto che sia
definitivo. Nel concettuale si lavora con la figura ma con
altri mezzi con la fotografia, con video, con la scultura,
con performances, e altre forme. La pittura per qualche motivo
esiste sempre c’è liberalismo, c’è
pittura di moda, c’è stato il pop, c’è
stato di tutto, non è questione di astrazione o figurazione.
M.P.M.
Tonelli ha titolato ‘Crash!’ questa mostra
che è una parola che ricorda l’America poi tu
dal 2005 vivi a New York ma questa parola ricorda anche l’impatto
che la cultura pop americana ha avuto sulla cultura europea.
Come è stato invece il tuo approccio da albanese verso
la cultura americana passando per quella italiana?
Ilir Zefi.
Dico subito che io non ho nessun amore per il pop. Io sono
un anti-pop, non ho niente di pop. Warhol è un artista
che non mi piace. Certo lui e le cose che ha fatto hanno segnato
l’epoca ma non sono stato io a mettere lui nei musei,
l’avrei lasciato anche fuori. E’ una mia opinione,
può sembrare donchisciottesca ma non mi interessa.
La parola ‘crash’ è una parola che vuol
dire ‘incidente’. Poteva essere intitolata in
un altro modo. E’ stato giustamente titolato ‘Crash!’
perché con Tonelli c’è stata una conversazione,
una discussione negli ultimi anni, una coincidenza ma non
si tratta del ‘crash’ di cui ha parlato il pop.
Per me il crash è una situazione nella pittura, nell’arte,
nella materia. Mi interessa molto il pensiero di un signore
che ho scoperto per caso in America che si chiama Paul Virilio
uno dei più grandi filosofi esteti del nostro tempo,
che penso pochi conoscono. La sua idea di ‘crash’
è stata affiancata un po’ a questa nostra idea
dello scontro anche nell’arte. Poi la pittura io la
faccio e la distruggo, la faccio e la distruggo, una specie
di tortura a me stesso. C’è uno scontro di situazioni,
di luoghi, a volte di memoria, di materia, di pittura. Non
so poteva anche essere intitolato ‘motion’, ho
scelto la parola ‘crash’ perché devo abbastanza
al paesaggio americano, allo spirito americano e poi sono
molto legato al jazz, amo la musica e suono anche - non da
professionista - amo il jazz, amo il funk, però il
fenomeno ‘crash’ non è un fenomeno solo
americano. Non è Warhol sono altri artisti che amo.
M.P.M.
Ho letto che sei attratto da De Kooning ma oltre a lui
quali altri artisti ti interessano?
Ilir Zefi.
Ma non è che sono attratto da De Kooning ho maledettamente
una specie di feeling con lui. C’è una strada
da percorrere e le strade di alcuni artisti sono parallele
alle nostre, è un artista grandissimo ma c’è
dell’altro… posso andare nel passato… anche
se non amo molto i pittori amo più i musicisti jazz.
Io amo John Coltrane amo Miles Davis, Steve Coleman gente
del jazz. Considero grandissimi pittori che hanno segnato
la storia De Kooning, Pollock ma sono nello stesso tempo dei
problemi, sono dei problemi seri per tutti i pittori, per
gli artisti che lavorano. E’ drammatico sceglierne uno.
Insisto sulla musica, non è il momento storico, oggi
avrei difficoltà a trovare dei pittori, dei nomi ed
essere sincero fino in fondo o avere qualche motivo per esaltarmi.
Ci sono stati periodi felici dove la pittura ha dato dei nomi
importanti come Bacon e dopo è venuto la Pop-art e
dopo alcuni artisti come Basquiat, Schnabel per dirti. In
questo momento per l’arte concettuale posso nominare
Maurizio Cattelan, bravissimo, e non posso ignorarlo ma poi
ci sono ragioni che io non condivido. Io sono per un’arte
fisica, per un’arte di contatto. E’ più
facile per me parlare di jazz perché la musica la seguo
nei locali di New York, vado nei posti dove si fa ‘groove’
si fa ‘live-music’. Insomma non ho l’esigenza
di fare un nome.
M.P.M.
Attualmente come realizzi le tue opere rispetto a prima
e cosa dai di più in questo modo?
Ilir Zefi.
Sai c’è una cosa che è rimasta, in un
certo senso, come prima. Tanti i cambiamenti ma una cosa è
rimasta come prima: faccio pittura dal vivo. E’ una
pittura senza progetto, è basata sull’improvvisazione
ma anche su una riproposizione: il quadro viene distrutto
spesso, coperto, cancellato, riproposto, è una autotortura
che risponde bene agli stati del tempo, così è
un po’ unire, riappacificare la storia della pittura.
Io sono anche scontento, per natura, di quello che faccio
e come tanti artisti cerco però di dimenticare quello
che ho imparato. E’ troppo complessa questa storia!
ma io lo faccio ancora dal vivo, nel senso che quando realizzo
un quadro è molto importante la zona o il mio studio,
i giri che faccio, la mia corsa con la bicicletta, la mia
guida folle, tutto questo conta però non sono elementi
presi in prestito dalla realtà. È tutto trasformato
in un segno, una sorta di ricreazione della lingua, un parallelo
anche con le lingue miste. C’è colore sempre
in mezzo, c’è la tela, ci sono strati cancellati,
a volte c’è malumore a volte no. Non è
una pittura cromatica!
M.P.
Michiel
Roma, 2 febbraio 2008
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