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Inaugurazioni
Capogrossi: emblematica qualità tra segno,
colore, spazio per Claudia Terenzi, curatrice


Da sinistra: Paola Argan e Claudia Terenzi

“Capogrossi. Il segno organizzato”
Galleria Emmeotto
Roma, via Margutta, 8
19 aprile-20 giugno 2007

M.P.Michiel. Giuseppe Capogrossi un artista che ha avuto un’articolata biografia, nasce proprio nel 1900 e attraversa mezzo secolo trattando il figurativo in maniera tradizionale, nel senso del ‘suo’ tradizionale, poi nel 1950 si presenta a Roma con una mostra che nessuno, probabilmente, si aspettava da lui e che viene definita quasi uno scandalo o addirittura da Lorenza Trucchi, ‘una mezza rivoluzione’. Ma, per capire oggi, dov’era lo scandalo?

Claudia Terenzi. Lui aveva una storia di artista collegata alla ‘Scuola Romana’, storia di grande qualità tra l’altro, un pittore di grande qualità, perché Capogrossi, legato alla Scuola Romana - che va fino agli anni della guerra o della fine della guerra - è veramente un personaggio di primo piano. Un pittore tonale, con una ricerca accurata, proprio del colore, dei rapporti di colore, nella tradizione ma con una sua singolarità, dopo di che, come altri artisti della ‘Scuola Romana’, anche Mafai per esempio, superata la fase della guerra, si rendono conto che in fondo il loro linguaggio - che era il linguaggio degli anni ’30 e addirittura della fine degli anni ’20 – era un linguaggio che ormai non aveva più un significato, come aveva avuto in precedenza. C’è sempre una storia anche legata alla realtà, legata alla cultura del momento, legata al trauma della guerra che ha cambiato tante cose e quindi c’è questo suo passaggio, prima per un periodo abbastanza breve attraverso il post-cubismo - come molti altri artisti italiani - e romani anche. Questo passaggio è un tentativo di aggiornamento su quello che era la cultura internazionale cioè di fronte una chiusura a cui loro come artisti di ‘Scuola Romana ‘ si erano ribellati ad una cultura di regime ma avevano cercato un proprio linguaggio legato ad alcuni sentimenti interni alla realtà. Però Capogrossi si rende conto che c’è qualcosa su cui bisogna aggiornarsi, allora ci sono questi due o tre anni di post-cubismo che sono più o meno dal ’45-’46 al ’48. Non è un artista che aderisce a delle ‘scuole’. In quegli anni si formò in Italia un gruppo che si chiamava ‘Fronte Nuovo delle Arti’ in cui molti artisti italiani - non solo romani - ricercavano un linguaggio aggiornato, moderno e cercano di svincolarsi da quella che era una tradizione più isolata, più legata all’Italia. Lui non partecipa al ‘Fronte Nuovo delle Arti’ però ha questo passaggio post-cubista, per cui rompe con una serie di raffigurazione, pur legata al passato, e cerca degli elementi di spazio, di rottura dello spazio tradizionale, mantiene alcuni elementi di tonalismo però inserisce… qui, per esempio, c’è un quadro che lo fa capire abbastanza bene, inserisce degli elementi tipici del cubismo, le lettere, alcuni tagli prospettici, che non sono la prospettiva tradizionale, poi però nel ’47-’48 – soprattutto nel ’48 – comincia questo passaggio ad una vera forma di astrattismo di segno che lui ritrova, riscopre, analizza, diventa un segno, io non direi simbolico, direi quasi emblematico, della sua pittura. Io non vedo, come altri hanno visto, una simbologia, ma secondo me ha ragione Argan quando parla di un elemento emblematico, strutturale della pittura. Argan addirittura accenna ad una sorta di strutturalismo, cioè ricercare un elemento che rimette in discussione continuamente l’idea dello spazio e del segno, questo prima con la mostra, le prime opere astratte nella ‘Galleria del Secolo’ in gran parte in bianco e nero, via via con un arricchimento continuo di colore e quindi questo segno che varia continuamente, diventa un elemento che rompe. Nel testo ho fatto riferimento ad un artista anche molto lontano da lui, come è stato Malevich, in cui però un elemento vago in comune è quello prima di tutto di questi segni che si muovono liberi nello spazio, cioè non c’è più un elemento geometrico c’è un elemento di struttura stessa del segno che crea uno spazio diverso.

M.P.M. Il titolo della mostra è “Il segno organizzato” che sembra riferito più che ad un artista ad un ricercatore empirico, perché questi segni sembrano provenire intuitivamente dalla spirale del DNA?

Claudia Terenzi. Mah, anche, anche, c’è un elemento anche scientifico, ma c’è soprattutto un intervenire di nuovo sullo spazio, sullo spazio attraverso il colore, attraverso il segno. La grande idea, che poi è proprio sua, nel senso che Capogrossi è un artista diverso dagli altri, forse anche per questo non ha aderito a dei gruppi perché certamente è un artista astratto, però con un’astrazione sua. Quindi, questo bisogno di ritrovare un elemento che è continuamente modificabile, cioè questo segno, che è stato criticato… la forchetta… interpretato nel senso più negativo, in realtà gli dà un elemento strutturale di continua variazione. La cosa straordinaria è la possibilità continua di variazione.

M.P.M. Infatti di lui si dice che la quantità come ripetizione muta la qualità, questa è una frase che gli appartiene?

Claudia Terenzi. Sì gli appartiene. La qualità… poi questo segno diventa anche materia, diventa non solo colore, ma diventa materia. Per esempio, avete visto nella mostra ci sono anche i collages, cioè la ricerca di un elemento, anche di sovrapposizione - qui non sono esposti -, ma ci sono anche dei quadri in cui proprio l’elemento è quasi tridimensionale, è scavato. Sono degli emblemi che ritrovano la loro matrice nella quantità e nello spessore del supporto cioè la ricerca di un segno che è qualità e quantità... Perché dicevo Malevich, perché parlava - per il Suprematismo - di… come posso dire, di elementi aerei, volatili, cioè che non avevano mai questa precisa geometria ortogonale ma che ritrovava in uno spazio alto, supremo in qualche modo.

M.P.M. Nelle sue opere figurative sicuramente si percepisce la presenza della ‘bellezza’ come concetto proprio che appartiene al mondo dell’arte, invece nelle opere con questo emblema, dove, bisogna ricercare la bellezza, in quale ambito? Non più nella tonalità, nella corporeità, in cosa si riconosce? Come dirlo a chi non lo conosce e vorrebbe comperare un suo quadro?

Claudia Terenzi. …Secondo me è proprio nella qualità del rapporto tra segno, colore e spazio. C’è questo totale cambiamento del concetto di spazio rispetto alla pittura tradizionale. Qui il segno muta continuamente e mutando crea uno spazio sempre nuovo ed un’emozione sempre nuova perché un elemento di emozione c’è, ovviamente.

M.P.M. Grazie a Claudia Terenzi, curatrice.

M.P. Michiel
Roma, 19 aprile 2007

   
   
   
   
   
   
Lorenza Trucchi, Paola Argan, Claudia Trenzi, Netta Vespignani
Foto © MPMichieletto

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