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Incontri
Connettività e network per vivere la contemporaneità
e relazionarti con gli altri per Giuseppe Stampone, artista


La giornalista Maria Pia Michieletto, Giuseppe Stampone,
il critico d'arte Livio Garbuglia

Giuseppe Stampone
“Le 18 invenzioni + una del Maestro Giuseppe Stampone”
Galleria Z2O - Sara Zanin
Roma, via dei Querceti, 6
11 gennaio - 29 marzo 2008

M.P.Michiel. “Le 18 invenzioni + una del Maestro Giuseppe Stampone che cambieranno il mondo” è una mostra che sorprende lo spettatore nel titolo, ovvero, per l’uso diacronico del tempo: infatti le 18 invenzioni hanno già cambiato il mondo. L’ironia del titolo si smorza in questa consapevolezza profetica accertata, ed è spiazzante.

Giuseppe Stampone. Tutto nasce sul discorso su chi crea dialogo nuovo o sul dialogo creato da altri riflesso in una sorta di pseudo-Pinocchio. Io sono dell’idea che l’artista debba essere ironico di sé stesso con una coscienza storica e quindi coscienza come conoscenza di tutto quello che c’è stato prima. Detto in poche parole i concetti di questa mostra sono due: il primo è contro questo sistema dell’arte, artigianale, autoreferenziale, manieristico, che presenta forme nuove con contenuti vecchi e il secondo è quello di rinominare una sorta di pseudo-ready-made- duchampiano, una rinascita del diverso. Come dire torniamo tutti a scuola per recuperare quella coscienza storica che è quella dell’artista della tradizione rinascimentale - da cui io vengo, pierfrancescana - in cui si passa dall’artigiano all’intellettuale, dalle arti meccaniche alle arti libere però non citiamo, con copiamo ma usiamo quella memoria storica come coscienza per la contemporaneità. Nel Quattrocento c’era il disegno, c’era il neoplatonismo c’era Marsilio Ficino, Landino, Piero della Francesca, oggi c’è il social network, ci sono le piattaforme, c’è l’arte relazionale. Quindi non ostante il mio maestro sia Derrick de Kerckhove - allievo spirituale di Marshall McLuan - io non sono dell’idea che il medium sia il mezzo per rappresentare la nostra mente. Quindi le 18 invenzioni + una è: se ‘questi’ ci raccontano cazzate – scusa la parola – io esagero. ‘Loro’ ci fanno vedere, ci fanno passare per cose nuove, cose già viste e riviste, dimenticano Piero della Francesca, Fontana, Burri, Rauschenberg, Jasper John, Duchamp, allora io esagero perché a me piace esasperare tutto - da megalomane che sono -. La parte più superficiale di me, mi ha fatto esagerare nel titolo. Mentre per tornare alla rinomina, io non sono contro gli oggetti ma sono contro la cultura che è stata appiccicata a quegli oggetti. Quindi voglio togliere tutti questi anni di compenetrazione dei media che ci hanno raccontato, appiccicato, fatto diventare questi oggetti degli status-simbols, però gli hanno tolto lo spirito. Quindi usare il bianco, riportare tutto all’archetipo per pensare al primo giorno di scuola dove avevamo speranza di un mondo migliore. Il bianco, la tela bianca, per ricostruire, annullare ciò che non mi piace.

M.P.M. L’arca o ‘contenitore universale’ e la croce o ‘strumento polivalente’ non sono propriamente delle ‘invenzioni’ come le intendiamo attualmente ma forse indicano da dove proviene una parte del tuo pensiero. Come entrano però in questo elenco?

Giuseppe Stampone. L’arca o ‘contenitore universale’ è la mia parte sociale, questa è una mostra socio-politica, è una presa di posizione. Il ‘contenitore universale’ è la cultura. La croce è l’educazione che ho ricevuto da piccolo. Io sono credente-anticlericale, mi spiego: credo in Dio, prego tutte le sere, cerco di rispettare il mio prossimo, non credo a volte nelle istitutizoni perché le istituzioni sono fatte da uomini come me quindi come sbaglio io sbagliano loro ma penso che sia anche giusto questo perché è come dire il prete sbaglia, è normale che il prete sbaglia perché se il prete non sbaglia lo elevi a Gesù Cristo. Vengo da una cultura cristiana e cattolica e ne sono fiero perché il mio punto di forza è credere nella spiritualità e quindi la croce è inteso come ‘strumento polivalente’ perché io non voglio educare gli altri. Io tenevo a mettere il ‘contenitore universale’ e la croce però non li volevo imporre quindi è stato un raffreddare il proprio sentimento per riportarlo all’oggettività. Anche il preservativo… ecco una delle cose che mi fa arrabbiare, non posso credere che della gente muoia perché gli si impedisca l’uso del preservativo. Con questa mostra praticamente ho detto come la penso. Non è un attacco al sistema (capire poi qual è il sistema reale!) ma è una denuncia per riflettere su tutto ciò che ci circonda. Condivido la tua domanda sono più che due invenzioni, due simboli, due concetti universali. Sono quelli che fondamentalmente mi appartengono di più e aggiungerei anche il carattere mobile.

M.P.M. Questa mostra è definibile multidisciplinare: c’è il disegno, la parola scritta, la scultura, l’installazione e la performances: si percepisce la complessità della rappresentazione nella unicità del messaggio e il contemporaneo ci sta educando a questo. Riferito ad un contesto più ampio della comunicazione secondo te la tendenza a questa varietà comunicativa è necessaria per essere più incisivi o nasconde di fondo la frammentazione della stessa idea o peggio un vuoto di contenuti?

Giuseppe Stampone. Innanzitutto questa è una mostra da visitare in due luoghi. La mostra in galleria non aveva senso senza Santo Spirito e viceversa. Sono due momenti concettuali e mentali totalmente diversi ma sincronizzati a livello sequenziale e didascalico. Faccio un esempio, in questa mostra c’è proprio la volontà della coscienza della dimensione storica il tavolo che diventa il primo input quello che racconta la progettazione, la prima cosa che ho fatto quando sono venuto in questo spazio che l’opera è nata qui, non nel mio studio. Mi piace annusare lo spazio. Non posso pensare un’opera, un disegno, senza creare una metamorfosi, uno stato di trasfigurazione con lo spazio ché ha una propria memoria storica. Tutto è nato proprio dalla volumetria della galleria stessa, una galleria così particolare come questa t’impone da subito un progetto e quindi il tavolo che diventa il racconto di tutta la mostra, il disegno, il bozzetto i 18 disegni, il modellino scultura. Qui c’è tutto il procedimento mentale di quello che deve essere per me l’artista, la conoscenza della memoria storica, la manualità, la sperimentazione e lo studio come Leonardo ci ricorda ‘l’arte è cosa mentale’. Quindi io non credo nel disegno divino, credo in una genetica data da qualcuno che poi deve essere lavorata da grezzo per raggiungere proprio l’oro…

M.P.M. …l’opera deve essere completata…

Giuseppe Stampone. …sì, è assurdo reputare un ragazzo di 35 anni un artista. Non mi definisco artista sono contro il concetto di artista. A 60 o 70 anni puoi essere definito artista, nel momento in cui hai creato un dialogo nuovo. Ci divertiamo a fare le star e a chiamarci artisti però l’artista vero è quello che crea il dialogo nuovo. Non sono romantico io sono per il nichel, vengo dalla concezione delle avanguardie storiche dal ready-made duchampiano ma anche dal Futurismo storico – ‘il tempo e lo spazio morirono ieri’ -. Però il mio nichel è una sorta di provocazione. Oggi vogliono farci passare per la comunicazione estetica, relazionale, televisiva, ma l’artista non è il comunicatore o il pubblicitario. Vedo anche tante fiere… le fiere non hanno senso, sono morte… ragazzi c’è un’autoreferenzialità da oggetti di arredamento. L’arte per me è diversa. Quindi il primo stadio è la ricerca, il creare, a livello concettuale una simbiosi con la gallerista Sara Zanin, conoscerla, parlarci, usare il suo spazio perché sono incroci di storie. La ‘+ una’ era invece questa installazione neo-dimensionale a Santo Spirito in Sassia dove c’era questo tavolo formato gigante nello spazio meraviglioso come quello e lì attivando e rispettando quello che è lo spazio, c’era il network. Insomma per vivere la contemporaneità, dopo essere andato a scuola, devi relazionarti con tutti gli altri. Oggi gli altri sono la connettività e il network.

M.P.M. Infatti ‘+ una’ è la rete internet e di questa invenzione ancora non sappiamo bene dove ci porterà e cosa ci succederà ma già intravvediamo conseguenze mai sperimentate prima dall’Umanità. Forse ‘Diomira’ il network da te fondato è una di queste possibili conseguenze?

Giuseppe Stampone. Allora ‘Diomira’ è nata un anno e mezzo fa nella mia testa e oggi è rappresentata da dieci bravissimi professionisti, collabora con 21 paesi nel mondo e stiamo creando tantissime cose. Diomira è una città fantastica che ognuno di noi ha dentro la propria anima, basta solo riscoprirla. Diomira è la città ideale di ognuno di noi. Non sono per la collettività, sono contro la cultura di massa, c’è differenza tra la collettività e la connettività. La prima tende ad annullare l’identità di ognuno di noi, la connettività tende a valorizzare il proprio io. L’io, si va a relazionare con tutti altri, però il noi non annulla l’io ma lo valorizza. Quando il mio io entra in internet si va a connettere, va a valorizzare degli altri pixel che non annullano la mia identità. La società di massa vuole togliere la faccia all’essere umano, la collettività è una concezione da pseudo-borghese da radical-chic cioè siamo tutti uguali… Oggi noi (io e te) ci stiamo connettendo perché attraverso la tua memoria storica, attraverso i tuoi studi, la tua storia hai creato un tuo mondo - che è quello delle domande - il tuo mondo non viene annullato da me ma anzi rispettato da me, potenziato da me e tu potenzi me. Internet viene vista o manipolata in modo collettivo per monopolizzare l’identità degli uomini, ma quello che stiamo creando noi è quello di connettere l’io che non venga annullato. Piccolo esempio: ho fatto un intervento con diecimila scolari che sono quelli da sensibilizzare. sull’educazione ambientale e sulla didattica con degli acquerelli sul bene dell’acqua e sul suo spreco. Dopo un anno ho realizzato un evento dove li ho tutti riuniti in un'unica edizione ed ho fatto fare loro una bottiglia come autoritratto di sé stessi. L’uomo che è contenitore d’acqua ha al suo interno 70% d’acqua se tu tagli l’acqua all’essere umano l’uomo muore. La bottiglia d’acqua decontestualizzata è l’autoritratto del bimbo se tu sprechi l’acqua sprechi la vita di un bimbo. Così 80 scuole che l’hanno fatto si sono ritrovate un unico cerchio… è come immaginare Bernini a San Pietro dove la Chiesa accoglie i propri fedeli così 80 scuole e tanti bambini che si prenderanno cura del mondo. Non solo l’atto estetico e ambientale ma quello scientifico della conoscenza. Adesso creiamo una mostra e tutti i soldi che verranno raccolti da questa iniziativa serviranno a realizzare due pozzi d’acqua in Burkina Faso. Non solo un anno di sensibilizzazione per le nuove generazioni sono solo un anno di percorso didascalico ed estetico ma vai anche a finanziare dei progetti umanitari. Questo è il network.

M.P.M. Le ‘tavole disegnate’ con le invenzioni sono veramente deliziose e ricordano molte cose di sapore nostalgico di un passato scolastico ormai scomparso o desueto. Ma c’è un preciso ricordo della tua esperienza di piccolo scolaro a cui ti sei ispirato? E poi chi era il tuo ‘maestro Stampone’?

Giuseppe Stampone. Ho avuto una maestra che si chiamava ‘maestra Vanna’ che è ormai morta 15 anni fa… ha avuto una storia un po’ infelice, innamorata di un uomo con due figli si è poi sposata con questo uomo che è morto dopo 5-6 mesi dal matrimonio… ma lei ci ha sempre dato molto affetto. Io vivevo nel paese e a 5 anni sono andato in depressione perché ho capito, di colpo, che un giorno avrei fatto a meno dei miei giocattoli… tutti che mi dicevano ‘devi diventare grande’ e io pensavo che non potevo vivere senza giocattoli, quindi il Pinocchio è come la mia stanza fantastica e l’incoerenza che io ho. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto in maniera seriamente giocosa. Posso anche smettere domani di fare questa cosa e faccio altro. Ho avuto un infanzia stupenda e privilegiata due genitori fantastici che tuttora sono al mio fianco. Mio padre e mia mamma si sono sorbiti tutti gli stress di questo mondo dell’arte ma sono anche i miei riferimenti e alla fine mi piace pensare che il mondo è fantastico.

M.P. Michiel
Roma, 14 febbraio 2008

   
   
   
   
   
   
Foto © MPMichieletto

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