Tavolo per l'arte
contemporanea
Audizione giovani artisti per l’Indagine conoscitiva
per l’arte contemporanea alla Commissione Cultura
della Camera dei Deputati: Simone Pellegrini, artista
 |
foto ©
MPMichieletto |
M.P.Michiel.
Siamo arrivati, per l’Indagine conoscitiva
per l’arte contemporanea, all’audizione del
26 luglio nella quale sono stati ascoltati, quali rappresentanti
dei giovani artisti, i Masbedo, Marzia Migliora e Simone
Pellegrini. Riguardo a questa audizione dalla quale sei
reduce, Simone Pellegrini, che cosa hai esposto, qual è
stato il tuo pensiero nell’attualità della
situazione dell’arte contemporanea?
Simone Pellegrini.
Ognuno di noi ha, naturalmente, esposto la cosa che
gli stava più a cuore, il mio passo è stato
concentrato su un aspetto che secondo me è fondamentale
e cioè: il sistema dell’arte lo si può
penetrare da più parti, passando attraverso un critico,
passando attraverso una galleria, una fondazione, un ente
pubblico, eccetera. Il grosso problema, per quanto riguarda
il mio percorso, che è un percorso attraverso le gallerie
private, è che la mia opera - ormai come quella di
molti altri artisti che ha un suo mercato, un suo collezionismo,
una sua riconoscibilità dal punto di vista delle fiere
- non è assolutamente riconosciuta da fondazioni, enti
pubblici, musei. Il grande discrimine che si sviluppa tra
tutto ciò che è pubblico e tutto ciò
che è privato è, secondo me, un aspetto gravoso
del sistema o per lo meno è un momento fallace del
sistema. Non si può ritenere di essere qualchecosa
e anche di non esserlo, perché se un sistema per parte
ti riconosce e per parte ti tace evidentemente sei in una
condizione tragica, perché sei in cima a questo discrimine
e in una linea di divisione. Quindi quello che io faccio,
esiste esteticamente, esiste artisticamente, realmente esiste
e se sì chi lo conferma? Sul mio conto, direi che lo
confermano tutti quei collezionisti, tutto il mercato che
si è sviluppato e affermato solo ed esclusivamente
per parte di gallerie private, e, basandosi sulle loro potenzialità
economiche hanno deciso di credere su un artista giovane -
cosa che oggi è assolutamente difficile - nel senso
che le gallerie private preferiscono occuparsi di artisti
“arrivati” perché il movimento dei soldi
è più elevato, perché l’unica possibilità
per pontificare con gli enti statali è quella di trattare
un artista fortemente costoso, perché evidentemente
è quello che muove economie, è quello che, se
rientra in una dimensione museale, provoca un maggiore reflusso
economico alla galleria di rappresentanza. Lavorare su un
artista giovane significa lavorare in prospettiva, significa
attendere una specie di rivelazione, qualcosa che può
accadere ma può anche non accadere, evidentemente.
M.P.M. Quindi,
quali le aspettative per il futuro riguardo l’audizione
di oggi?
Simone Pellegrini.
L’impressione è che le cose si stiano
muovendo giusto adesso, la sensazione è appunto che
tutto quello che per me è assodato - le dinamiche strutturali,
almeno - mi sono tanto chiare quanto sembrano essere sconosciute
ai signori che oggi per la prima volta si occupano di questa
cosa. Il grande passo credo sia proprio il fatto che se ne
occupino. Mi auguro che si muovano nella direzione giusta,
perché è veramente un sistema molto articolato
ed è chiaro che uno dei primi moventi è quello
economico e probabilmente passando per quella strada loro
sapranno alcune cose. Mi auguro che, naturalmente, pur passando
per quella strada sappiano tutelare l’artista, che è
sempre un personaggio molto scoperto, rispetto al sistema.
Mentre l’artista penetra questo sistema, affinché
possa essere riconosciuto, il problema è che lo fa
veramente a “carne viva”, non ha niente che lo
protegga, assolutamente niente, e non ci sono assicurazioni
per lui, è un percorso veramente solipsistico. Pur
preservando questo andamento solipsistico, è chiaro
che un sistema deve strutturarsi in modo da poterlo riconoscere
e tutelare e poterlo far vivere ma non sopravvivere o vivacchiare.
Ecco.
M.P.M. In
relazione al “sistema dell’arte” di cui
parlavi prima, come rapporti il tuo lavoro con gli interlocutori
del mondo dell’arte?
Simone Pellegrini.
Diciamo appunto che, essendo uno di quegli artisti
che vuole passare attraverso il sistema, cerco di rapportarmi
nel migliore dei modi con il sistema della critica, con il
sistema delle gallerie e con tutta quella parte di sistema
che vuole confrontarsi con me ma devo dire che questo non
è un fronte unito, è chiaro che i critici hanno
le loro preferenze, anche i galleristi hanno le loro preferenze
ma il problema grande - che riguarda il mio lavoro, probabilmente
molto poco alla moda, nel senso che non cavalco certamente
l’ultima onda perché mi occupo del disegno –
è quello di riuscire a fare un percorso solitario,
una specie di viottolo all’interno di questo sistema
e di poter affermare che si può fare strada in questo
viottolo, che l’arte è così grande, che
veramente l’arte è così grande, da poter
includere anche un percorso alternativo che non sia solo il
mio perché veramente ce ne sono tanti in questo senso.
M.P.M. E
invece come ti rapporti con chi non si occupa professionalmente
d’arte, con quello che dovrebbe essere il pubblico,
la gente, la loro reazione, che domande ti fanno, cosa noti
che interessa alla gente del tuo lavoro?
Simone Pellegrini.
Io noto una cosa… il mio lavoro è una
specie di “biblia pauperum”, una specie
di elaborazione fatta per racconti successivi, quindi la componente
narrativa è molto forte, seppure ci sia anche una componente
esistenziale particolarmente marcata e certi tratti espressionistici,
però, l’andamento un po’ medievale, lo
rende molto vicino a questa “biblia pauperum”
di cui parlavo. Qual è il rapporto che hanno i
fruitori: troppo spesso pur trovandosi di fronte a questa
parte narrata, vogliono da te capire il motivo e questo io,
ad esempio, non l’ho mai compreso, nel senso che secondo
me, ad un’opera bisogna lasciare lo spazio, fare in
modo, che riconosca il fruitore e questo lo determina solo
il tempo che gli si concede. Se si dà il tempo ad un’opera,
allora l’opera riesce... la mia non è un’arte
concettuale o per lo meno non è quella che dal sistema
viene definita tale, proprio perché è molto
più narrativa che altro, e il rapporto che può
stabilire con il fruitore può essere ben più
profondo, ma troppo spesso non ci si vuole scomodare, si vuole
restare al proprio posto e capire cosa sta accadendo dall’altra
parte. Io credo, invece, che la prima cosa che deve fare l’artista
è scomodarsi e credo che la stessa cosa sia da pretendere
da parte del fruitore.
M.P.
Michiel
Roma, 26 luglio 2007
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