Inaugurazioni
“La serietà, la sacralità, la drammaticità
con la quale loro sono artisti è quello che a me
interessa” Mauro Panzera, curatore

“Nel Formare
1: Bizhan Bassiri, Jannis Kounellis, Hidetoshi Nagasawa”
Galleria Maria Grazia Del Prete
Roma, via di Monserrato, 21
31 maggio-30 settembre 2007
M.P.Michiel.
Lei ha scritto “Vivo drammaticamente l’arte di
oggi”: è forse una visione neo-romantica che
rivede il concetto stesso della percezione dell’arte
contemporanea? E’ molto forte questo assunto.
Mauro Panzera.
Sì, è forte e voleva esserlo e voleva essere
provocatorio. La drammaticità consiste nel fatto che
oggi sembra che l’arte contemporanea sia il soggetto
privilegiato degli interessi della società contemporanea,
che in verità, sta trasformando l’arte contemporanea
in un grande show. Io credo che questo sia drammatico per
una produzione culturale che richiede invece l’arte
e gli artisti come figure che indicano anche un po’
pazzamente i futuri disastri del presente. Ora una visione
drammatica non è necessariamente romantica, è
la richiesta di una presa di coscienza della radicalità
nella pronuncia degli artisti. Da qui l’intenzione di
richiamare ad un lavoro più puntuale sulla lettura
dell’opera, sull’indagine nei rapporti tra l’opera
e l’artista, visto che stiamo parlando di artisti viventi
che ci possono dare indicazioni, bacchettate, però
siccome sono loro i punti di nascita di queste forme, credo
sia interessante anche ascoltarli. Però ecco non per
ricostruire un mito dell’artista, perché credo
che poi ciò che deve restare, come impegno alla lettura
continua, è l’opera. Semmai quello a cui io non
credo moltissimo è un concetto di forma. Ho intitolato
questo breve testo di proposta ‘Nel Formare’ intendevo
sottolineare l’importanza dell’agire dell’azione
del fare degli artisti. Dal mio punto di vista, questa sottolineatura
ha anche la possibilità di fondare una lettura genetica
nella produzione delle opere d’arte. Detta in maniera
semplice, l’artista cava fuori da sé un universo-mondo
e naturalmente lo incrocia con la cultura, con il sentire,
con il proprio tempo ma poi c’è la figura umana
che ha il ricettacolo di partenza. Quindi c’è
una continuità una identità forte in tutte le
opere di un artista, allora, una lettura genetica può
essere una lettura che permette di andare avanti ma anche
di tornare indietro rispetto alla carriera di un artista e
ritrovare quegli elementi che sono caratteristici di ‘ics’,
‘ipsylon’. Faccio un esempio: io ritengo molto
importante questo ciclo di Jannis Kounellis che chiamiamo
per comodità “le macchie” perché
so che Kounellis da giovane aveva davanti agli occhi il grande
esempio di Pollock e qui la macchia diventa Pollock, diventa
il gesto, diventa un momento radicale dell’arte che
Kounellis ha letto ma ha anche immediatamente capito che non
era più riproponibile, lui non poteva più fare
il pittore come Pollock. A 40 anni di distanza questo momento
di rottura si legge, c’è ancora tant’è
che questo ciclo di opere c’è sempre la macchia,
però c’è il modulo del letto, che è
il suo modulo come supporto e c’è la citazione
quasi di elementi che fanno parte di una sua grammatica. Qui
c’è una barra di ferro tutti elementi che si
ritrovano anche in tutti i labirinti che ha proposto anche
a Milano, in cui tu giri il labirinto e ogni angolo ritrovi
qualcosa che ti riporta al ’65, al ’70, all’85.
Certo è pericoloso dire che c’è anche
un’autobiografia, però non mi scandalizzerebbe
dire sostenere questa cosa perché effettivamente un
artista è anche una macchina autocoscienze e quindi
rileggersi, ritrovarsi lo trovo del tutto naturale, come del
resto è sempre stato nella storia della pittura. Per
i pittori, quando si costruiva la categoria dello stile, lo
stile era il continuo ritrovarsi dal quadro precedente al
quadro successivo. Adesso non c’è più
questa categoria di stile perché è il contemporaneo
ha rotto delle situazioni, però non è che le
opere che abbiamo davanti agli occhi non sono più opere
d’arte rispetto a Caravaggio, dobbiamo noi cambiare
la grammatica e leggere diversamente questo è il nostro
compito nel presente perché è chiaro che capire
Caravaggio è abbastanza semplice, capire il nostro
contemporaneo, no. Ma non è mai stato semplice capire
il proprio contemporaneo; se ci spostiamo sulla poesia, sulla
musica la situazione è identica. Personalmente amo
molto la musica classica contemporanea – siamo quattro
gatti, chi è che va ad ascoltare Berio -, eppure Berio
è ritenuto un maestro classico, ormai, del contemporaneo
ma è quasi improponibile… Insomma gli artisti
sono poi tutti uguali e nella stessa condizione sia che usino
il pentagramma o la forma o il volume… così è.
Questo è un po’ il mio senso della drammaticità.
M.P.M.
Appunto lei diceva bisognerebbe guardare all’artista
che vede oltre, che ci insegna a guardare oltre l’orizzonte
visibile. Però molto spesso alcuni critici, e sappiamo
i nomi, sono più “mediatici” degli artisti
stessi. Quindi passa più la visione del critico che
non quella dell’artista. Questa è un’anomalia
del contemporaneo, però?
Mauro Panzera.
Mah, io credo che si dovrebbe tornare a ragionare sul concetto
di sistema dell’arte. Il sistema dell’arte è
una cosa che esiste e che ha delle regole di funzionamento.
Però all’interno di questo sistema dell’arte
c’è anche l’invenzione di una nuova figura
che non c’era nella tradizione storica dell’arte,
che è quella del curatore. Il curatore è un’invenzione
del contemporaneo; ora il mestiere del curatore non è
tanto quello di leggere la singola opera ma è quello
di proporre un insieme di opere che abbiano efficacia di immagine
e possibilmente che abbiamo anche una capacità di successo
a livello mediatico, quindi di informazione. Per fare questo
bisogna avere alle spalle anche la catena delle gallerie d’arte
potenti, di musei che fanno opinione e anche della stampa
che fa opinione. Allora succede che nel sistema dell’arte
c’è spazio per tante figure… io capisco
che l’informazione abbia una grande responsabilità
perché è un po’ come la divulgazione scientifico,
non è che se non sei un genio matematico, non sei Einstein…
c’è un modo per capire qualcosa. Un conto è
fare un lavoro di comunicazione, un altro conto è trasformare
la lettura critica di un’opera in una informazione.
Allora se si fa questo passaggio si fa un guaio serio perché
l’opera non ha niente di cui informare, non c’è
l’intenzione di informare, anche se sappiamo che un
contenuto informativo c’è in qualsiasi essere
umano quindi anche in un’opera d’arte. Se queste
distinzioni slittano, succede che allora il pezzo giornalistico
può diventare molto più efficace per promuovere
un artista di un saggio che lo ricostruisce in profondità.
Però davanti a questa situazione pregherei tutti di
fare il proprio mestiere: che ciascuno faccia il direttore
di museo se direttore di museo, che il critico sia critico,
il bravo giornalistico se giornalista. Per esempio mi faccio
una piccola pubblicità: da un paio di anni stampo a
mie spese un foglio d’arte, un foglio piegato a un sedicesimo
e ne faccio tre numeri all’anno quando va bene. Metà
di questo foglio è occupato dal dialogo con un artista,
non è un’intervista è un dialogo, cioè
è un dialogo che faccio con l’artista e che registro.
Dopo di che lo sbobino e il testo ritorna all’artista,
che ci riflette, lo corregge, aggiunge, quando finalmente
ritiene di aver espresso il suo pensiero le sue caratteristiche
artistiche nel modo più corretto e preciso, si stampa.
E’ un lavoro che ti porta via il triplo tempo rispetto
a quello del giornalista ma dopo due anni l’artista
rilegge il dialogo e dice, sì mi riconosco in questo
pensiero, allora l’intervista, come mezzo critico, non
è molto efficace. Come mezzo giornalistico è
bene che ci sia l’intervista con l’artista - dal
punto di vista giornalistico - però è bene che
ci sia un dialogo con l’artista. Sono due mestieri diversi
ciascuno sceglie che mestiere fare, libertà soprattutto.
Ecco è un po’ questo il panorama che vedo oggi.
Poi c’è un'altra cosa da aggiungere che in Italia
- siccome siamo un po’ Terzo Mondo eh! rispetto all’arte
contemporanea – non c’è una divisione dei
compiti. Lei sa che un direttore di museo americano non scriverà
mai un testo su un catalogo di un artista se non è
un catalogo del museo. Perché c’è un’etica
professionale. In Italia siccome non c’è una
diversificazione dei ruoli allora c’è chi più
o meno fa tutto e diventa poi una figura sfaccettata molto
ricca, per forza lo trovi da tutte le parti! Ecco questo non
credo sia un segno di modernità, penso sia una carenza
nello sviluppo del sistema.
M.P.M.
L’ultima domanda sugli artisti Bassiri, Kounellis, Nagasawa:
come si integrano l’uno con l’altro dato che sono
diversissimi per nazionalità, vita, età, come
si collegano in questo progetto ‘Nel Formare’?
Mauro Panzera.
Il collegamento è intanto esteriore, nel senso che
sono io che decido di invitare questi artisti, è il
mio giudizio su questi tre artisti che li collega; poi naturalmente
c’è un aspetto che mi sembra abbastanza evidente,
tutti e tre gli artisti hanno un rapporto con la materia d’arte
che è importante che parla da sé e sono tutti
e tre, se non scultori, però hanno molto usato il pensiero
spaziale. Naturalmente poi se si mette in parallelo Kounellis
e Nagasawa, Kounellis tira fuori il senso della materia e
Nagasawa tira fuori il senso della leggerezza della materia;
però tutto sommato c’è anche una civiltà
che questi signori hanno alle spalle: uno è greco,
uno giapponese quindi è chiaro che quando Nagasawa
tocca la materia pensa al vuoto, lavora sul vuoto e con Kounellis
c’è tutta la cultura greca. Ma anche Bassiri,
che è un persiano, anche se l’Accademia l’ha
fatta in Italia, ma è persiano e tutto questo suo pensiero
delle forze ctonie, delle forze sottoterra, compresse che
possono essere scatenanti che in qualche maniera prendono
forma nel vulcano. Così come questa linea che da sottoterra
va in cielo in tutte queste opere che parlano del sole, il
disco solare, quindi una cosmologia che è anche un
pensiero degli inferi. Queste verticalità credo che
siano molto forti ed espressi artisticamente in maniera molto
efficace. Poi non vorrei giocare troppo su queste assonanze/vicinanze
perché sono tre personalità ben definite e devono
restare ben definite, non è un avvicinamento di stile
che voglio fare, l’avvicinamento è il loro atteggiamento
rispetto all’arte: la serietà, la sacralità,
la drammaticità con la quale loro sono artisti è
quello che a me interessa e che li lega. Questo è un
po’ il senso.
M.P.M.
Grazie a Mauro Panzera, curatore.
Mauro Panzera.
Grazie a voi.
M.P.
Michiel
Roma, 31 maggio 2007
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| Foto
in alto: 1. Bizhan Bassiri con la gallerista Maria
Grazia Del Prete. 2. Hidetoshi Nagasawa. |
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| Foto
© MPMichieletto |
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