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Il tempo dell’arte per Sigfrido Oliva, pittore, incisore

Roma, Quartiere Prati

M.P. Michiel+Livio Garbuglia. Maestro, ci siamo incontrati al Salone di Maggio (dove lei era presente la scorsa edizione) che quest’anno aveva per titolo “Segnali di Primavera”. Un titolo, direi, inconsueto per l’attualità ma senz’altro collegato ad una percezione del trascorrere stagionale e lineare del tempo. Ecco allora, che cosa è per lei artista il concetto di primavera?

Sigfrido Oliva. Intanto primavera porta alla mente subito un’opera bellissima del Rinascimento italiano che, come sapete, è la “Primavera” di Botticelli. Anche col pensiero, senza avere l’opera proprio fisicamente davanti a noi, possiamo sognare e magari stimolarci a dipingere delle cose fuori dell’ordinario. Ma ovviamente noi siamo pittori di questo secolo e sarà difficile per noi ripetere quello che hanno fatto i grandi maestri del Rinascimento italiano.
La primavera mi dice un sacco di altre cose. Mi dice della luce, mi parla dei colori, mi parla di una stagione che io amo molto. Quindi in qualche modo nei miei quadri i colori di questa stagione vi si trovano tutti.

M.P.M.+L.G. Ogni artista, quindi ha una caratteriale sensibilità nei confronti dell’uso del tempo. Come impiega il suo tempo pittorico? e quanto tempo potrebbe stare senza dipingere?

Sigfrido Oliva. Questa è la più bella delle domande… Rispondo alla seconda parte della domanda per adesso. Spesso trascorro lunghi periodi, cosiddetti morti, che sono i periodi in cui non produco, non disegno, non dipingo, non incido un acquaforte. Ma questi momenti però, non dobbiamo pensare che siano momenti improduttivi, perché ovviamente incameriamo tante cose. Magari trascorro le giornate passeggiando, apparentemente bighellonando per le vie della città, visitando mostre, musei, per ritornare ai maestri, per rivisitarli, per cercare qualcosa che magari ancora non conosco o non ho capito. Durante tutto questo tempo, sicuramente incamero un sacco di materiale che tornerà utile quando riprenderò i pennelli e le tele.
Mentre come impiego il tempo pittorico? Dipingendo! Sembra banale. Per esempio la mattina, quando mi metto davanti al cavalletto e inizio un nuovo lavoro, per abitudine ho fretta di portarlo a termine. Ci sono quadri che finisco in una, due, tre ore e altri che mi porto dietro per un tempo più lungo che può variare da uno a due mesi e anche più. I dipinti che finisco in un’ora, non significa che siano di minor qualità o di minor impegno. Se vi lavorassi più a lungo potrei rovinare l’opera.
Se posso aggiungere, direi che il quadro è finito nel momento in cui non c’è più nulla da fare. E’ come una poesia, l’ultimo verso conclude il canto; nel nostro caso l’ultima pennellata chiude il quadro, lo finisce.

M.P.M.+L.G. Gli artisti del Rinascimento non dovevano avere la nostra stessa idea di tempo, tuttavia anche loro erano “pressati” dalla committenza che reclamava la conclusione dell’opera commissionata, pensiamo all’esempio più alto di committenza pressante, quella di Giulio II per gli affreschi michelangioleschi della volta sistina. Lei è mai stato pressato per la consegna di un’opera?

Sigfrido Oliva. Ecco, io sono nemico del lavoro su commissione. Mi piace dipingere per me, liberamente e poi se un gallerista, un privato, una persona vuole dei quadri miei, può scegliere tra quelli che io ho creato. “Committenza” è una parola così fuori dal mio àmbito creativo, ma questo non toglie che io abbia molta stima di quegli artisti che riescono a lavorare su commissione.

M.P.M.+L.G. Per l’artista scegliere o privilegiare una tecnica significa scegliere anche quale e quanto tempo dedicargli?

Sigfrido Oliva. Certo, ci sono periodi in cui disegno, altri in cui dipingo, altri ancora in cui incido acqueforti. Ecco il mestiere di pittore lo vedo come un insieme di attività che sono appunto la pittura, il disegno, l’incisione, l’acquarello. Un pittore è completo se riesce a districarsi in queste tecniche che sono sue proprie. L’incisione non è un’attività estranea alla pittura, anche se qualcuno lo crede, ma sbaglia a pensarlo.

M.P.M.+L.G. C’è invece una tecnica, quella dell’incisione (ricordiamo oggetto delle sue ultime esposizioni alla galleria Lombardi “Il segno e l’acido” e alla galleria Perera) che richiede uno sforzo di razionalizzazione del tempo, conteggiato ai minuti altrimenti il processo di erosione degli acidi può stravolgere il risultato. Qui la capacità di manipolare il tempo deve essere eccellente e non permette “ripensamenti”. Come si concilia questa diversa qualità del tempo con il suo temperamento?

Sigfrido Oliva. Ogni attività creativa implica anche una parte di lavoro manuale che nell’incisione si esplica in maniera più evidente. Per esempio, quando incido so di andare incontro ad un impiego manuale del lavoro. Bisogna sapere che la lastra, una volta disegnata con gli aghi, va immersa negli acidi e controllata continuamente perché non si “brucino” i segni. L’immersione della lastra metallica può avere una durata variabile da pochi minuti a un’ora o più. Questi sono i cosiddetti “tempi di morsura” da cui dipende la riuscita o meno dell’opera grafica. La lastra può essere riincisa in fasi successive e condotta a termine dopo una serie di immersioni nell’acido. Tuttavia, qualche volta, alla fine di tutte queste operazioni, lunghe e laboriose, può accadere che il lavoro non sia riuscito.

M.P.M.+L.G. Kandinsky diceva che l’artista deve essere, “figlio del suo tempo”: è ancora valido questo concetto insieme a quello di “avanguardia” cioè di anticipatore di una cognizione di cui il resto dell’umanità non ha ancora coscienza?

Sigfrido Oliva. L’artista, diciamo d’avanguardia o meno, anticipa sempre qualche cosa, rivoluziona in qualche modo gli schemi precostituiti. Non c’è dubbio. Non occorre però, per fare questo, di essere pittori astratti o incomprensibili. Anche i grandi maestri del Rinascimento, che non trasgredivano nel senso letterale del termine erano in qualche modo trasgressori, senza per questo insanguinare la pittura.
Il concetto di avanguardia è valido sempre e comunque, ma questo sapranno meglio riconoscerlo i posteri. Non dobbiamo pensare solo ai pittori che fanno cose incomprensibili, che tagliano le tele o le bucano alla maniera di Fontana, no! Ogni artista, secondo me, il vero artista è in qualche modo rivoluzionario senza bisogno di stravolgere il senso della pittura e dell’arte.

M.P.M.+L.G. Il tempo è sicuramente un concetto astratto, tuttavia possiamo accorgerci del suo passaggio confrontando ciò che abbiamo realizzato appunto nel tempo. La sua pittura si è fatta, sempre nel tempo, più tonale, più velata, con colorazioni molto chiare, cromie pastellate. Come è arrivato a questo particolarissimo risultato che consente anche di identificare a colpo sicuro, la paternità di un suo lavoro?

Sigfrido Oliva. Devo dire, in tutta coscienza, che da ragazzo ho dipinto con i colori più belli di questo mondo. Ho dipinto come gli Espressionisti, con il rosso, il blu, il verde, alla maniera dei Fauves. Insomma ho dipinto con i colori violenti che generalmente usano i giovani, i bambini, i malati di mente, come van Gogh, e anche i dilettanti. Questo perché i colori sgargianti, purtroppo, sono riconoscibili da tutti. Però mano mano che l’artista cresce, cresce con lui la consapevolezza che esistono tantissimi colori, che la tavolozza è infinita, che le possibilità cromatiche sono milioni. Allora, scopre il vero linguaggio della pittura fatto di grigi, di turchesi, di mezzitoni, insomma di colori tonali e silenziosi, senza bisogno di gridare, di strillare, di urlare necessariamente a colpi di rosso, di blu, di giallo.

M.P.M.+L.G. Soggetti privilegiati nei suoi quadri sono paesaggi e personaggi femminili. Che cosa attira la sua attenzione quando decide di apprestarsi ad un lavoro decidendo per l’uno o per l’altro soggetto?

Sigfrido Oliva. La bellezza. E’ su questo elemento fondamentale che elaboro la mia pittura. “La bellezza salverà il mondo” diceva Paolo VI citando Dostojeski.

M.P.M.+L.G. Nelle sue opere la forma si concreta nella sostanza della poesia umana, aleggia un senso poetico che sembra provenire da lontano, come se la memoria di una vita parallela, una vita ideale, abitasse contemporaneamente la sua vita quotidiana e concreta e non avesse altro spazio e luogo se non quello della pittura.

Sigfrido Oliva. Sicuramente. C’è sempre poesia nella pittura. La volontà di mettere un colore vicino ad un altro nasce dall’esigenza di trovare un’armonia cromatica, proprio come quando il poeta cerca di mettere insieme delle sillabe per costruire un verso. Non c’è dubbio.
L’altra vita parallela alla mia, sono i maestri del passato con i quali mi incontro spesso e dialogo in una continua frequentazione. I maestri sono per me, un punto di riferimento, da sempre! Certo, nei miei quadri non si vede Caravaggio, ma sicuramente qualche cosa di lui vi si trova, come anche di Antonello da Messina oppure qualche altro grande. A volte rifaccio dei disegni, proprio dai grandi. Tempo fa’ ho eseguito 40 e più incisioni da Goya, Daumier, Grozs e Maccari di cui hanno parlato ampiamente Maurizio Fagiolo Dell’Arco e altri.

M.P.M.+L.G. La capacità di osservare è una delle qualità primarie di un artista e Leonardo diceva che il pittore “è signore di ogni sorta di gente e di tutte le cose” perché le sa riprodurre. Lei sente questa signoria sulle cose nel suo talento artistico?

Sigfrido Oliva. E’ primaria oltre che essere signoria. Senza la capacità di osservare non c’è poesia, non c’è pittura. Non c’è artista che non osservi qualunque cosa, anche la vita delle formiche può essere interessante, persino una pagliuzza trasportata da un luogo all’altro dalla formica ci può interessare, ci può essere utile. Noi siamo degli spioni nati, dei “guardoni”, nel senso che stiamo lì ad osservare per cercare di scoprire qualcosa che ci può essere utile nella nostra poesia, nella nostra pittura. Delle volte vedo delle persone per strada e le fermerei, vorrei dire “aspetti, non si muova sa che oggi potrei fare un bel quadro!”. Ma questo non è possibile.

M.P.M.+L.G. Dalla sua biografia sappiamo che, come logico, iniziò adolescente a disegnare e a frequentare la locale scuola di arti e mestieri: c’è un ricordo primigenio, primordiale che le fece capire che questa era la sua strada?

Sigfrido Oliva. Sì, ora vi racconto qual cosa che mi pare sia poco nota. C’è eccome! Non so in che modo, mi capitò per le mani, quando avevo 8-9 anni, una rivista “Storia Illustrata”. Credo di averla ancora fra i miei libri. In questa rivista c’era un servizio su Van Gogh. Io rimasi davvero entusiasmato davanti ai quadri di questo pittore, la Carovana con gli zingari, I cipressi. Insomma i quadri di Van Gogh, mi hanno stimolato a dipingere uno degli autoritratti di questo pittore, esattamente quello che lo rappresenta con l’orecchio fasciato. Ma già da bambino, mia madre ricorda, che sporcavo i muri, disegnavo sulle pareti di una delle stanze del terrazzo, paesaggi, volti a memoria, proprio a 7-8 anni, ragazzino, bambino. Poi ho cominciato a frequentare verso i 12-13 anni i corsi presso la scuola di Arti decorative dove si imparava a disegnare da stampe di grandi maestri.

M.P.M.+L.G. Grazie al Maestro Sigfrido Oliva.

M.P. Michiel + Livio Garbuglia
Roma, 26 maggio 2006

(*) L’atelier del Maestro Sigfrido Oliva è situato all’interno di un palazzo del 1915 di proprietà della famiglia Zevi.

 
     
1.2. L'artista Sigfrido Oliva nel suo studio e con il critico d'arte Livio Garbuglia.
Foto © MPMichieletto

 

L’opera di Sigfrido Oliva è consultabile su questo sito nella voce “Artisti contemporanei”.

 

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