Inaugurazioni: 12 dicembre
2009
Mariastella Margozzi: con Rolando Monti
abbiamo bisogno di ricucire un tessuto

Mariastella Margozzi direttore del museo e curatore della mostra, Paolo Monti figlio dell'artista, Arianna Marullo co-curatore
Rolando Monti. Dal tonalismo all'astrazione lirica
Museo Boncompagni Ludovisi*
Soprintendenza alla Galleria nazionale d'arte moderna
via Boncompagni, 18 - Roma
13 dicembre 2009 - 28 febbraio 2010
M.P.Michiel.
Recenti studi hanno posto l'attenzione su nomi che, anche se molto attivi nel contesto artistico romano, sono poi passati inosservati. Rolando Monti è tra questi artisti, come si è focalizzata l'attenzione su di lui?
Mariastella Margozzi. Attraverso l'archivio Monti quindi attraverso il figlio dell'artista con il quale siamo entrati in contatto per rintracciare documenti relativi ai rapporti dei vari artisti negli anni Trenta e della Scuola romana. Mi ha colpito la grande mole di opere presso questo archivio, di lavori poco conosciuti. Rolando Monti è un artista -come molti del resto- noto in quegli anni nel gruppo della Scuola romana per il fenomeno del tonalismo, insieme a Cavalli, a Capogrossi, e a Melli poi, ma di fatto piano piano è stato ignorato dalla critica nelle esposizioni nonostante abbia continuato ad operare fino alla morte (1991) per tutti gli anni Ottanta cambiando stile, cambiando soggetto, cercando di aggiornare il proprio stile al mercato, rimanendo però legato a un gruppo che era ritenuto ormai obsoleto. Nonostante i favori dei critici come Argan, Giuseppe Gatt, Nello Ponente, che hanno scritto molto favorevolmente ancora negli anni Novanta, proprio sull'evoluzione di questo artista, di fatto è rimasto sconosciuto anche nelle monografie della Scuola romana degli anni Ottanta.
M.P.M. Come molti suoi coetanei che a metà secolo rompono con la tradizione e non si sottraggono alla forza delle avanguardie anche Monti si lascia irretire. Chi è stato l'artista che lo ha traghettato verso la modernità se c'è stato per lui un artista che lo ha ispirato?
Mariastella Margozzi. Negli anni subito dopo la guerra, quando anche la Scuola romana, quella più informata, quella più “d'avanguardia” possiamo dire -intendendo quella corrente di opposizione al Novecento quel tipo di arte ritenuto di regime- nell'ambito della Scuola romana si esaspera l'espressionismo figurativo e subito dopo la guerra il richiamo più forte diventa chiaramente Picasso tant'è che nel 1953 ci sarà una grandissima mostra e questo neo-cubismo picassiano è presente in alcune opere di Monti tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta. Ma un artista che per sensibilità cromatica è a lui molto affine, che sente e che elegge a punto di riferimento, questo artista è Matisse. Infatti ci sono tutta una serie di opere ispirata a Matisse -non a caso un artista dell'ambiente 'fauve'- e comunque un ambiente in cui il colore, il colorismo e le tonalità cromatiche hanno una capacità espressiva evocatrice particolare. Quindi Picasso ma soprattutto Matisse. Poi negli anni Cinquanta in modo piuttosto repentino dà inizio alla sperimentazione informale materica perché il mercato in quel momento ha bisogno di cancellare il passato, la figura, la composizione, la prospettiva. Un periodo -dal ‘55 al ‘60- di sperimentazione non così convinto, è quasi una volontà di mettere confusione nella tavolozza a ricreare un pasticcio cromatico che abbia un senso quasi escatologico di rinnovamento tant'è che dopo questa fase negli anni Sessanta inizia di nuovo un percorso geometrico di approvazione di una forma geometrica -non più figurativa che aveva abbandonato definitivamente- però ritrova una forma che è quella geometrica da questa nell'ultimo periodo ha composizioni personali e originali che sono su due piani: due tele praticamente sovrapposte e distanziate da pochi centimetri sulle quali dipinge in trasparenza motivi decorativi geometrici o come lo definiamo “astrattismo lirico”. C'è, in queste opere, un richiamo alla poesia, alla liricità del colore e delle forme completamente avulso da qualsiasi riferimento figurativo e anche geometrico.
M.P.M. Per tornare all'oblio e alla dimenticanza: a parte il discorso artistico e critico potrebbe essere anche una dinamica di relazioni politiche o anche sociali non così forti per poterlo poi tramandare?
Mariastella Margozzi. C'è sicuramente un'evoluzione della storia dell'arte che “conta” che ha un'attenzione maggiore, è inevitabile. Tantissimi artisti hanno operato negli anni Trenta e Quaranta in un paese come l'Italia dove la cultura artistica era molto sostenuta -questo non bisogna dimenticarlo- cioè nel Ventennio venivano fatte 360 mostre l'anno tra sindacali, regionali, cittadine, provinciali, le varie edizioni delle Quadriennali, la Biennale di Venezia, c'era un fermento enorme, perché si riteneva che l'arte dovesse crescere perché potesse essere didatticamente utile alla società. Ovviamente c'erano varie componenti, vari fenomeni culturali, a Torino, la Scuola romana, erano poi assolutamente divergenti anche per idee politiche. Ma succede che dopo la guerra lo Stato abbandona l'arte, deliberatamente abbandona gli artisti, li abbandona come committenza, non c'è bisogno di commissionare grosse opere, non c'è più disponibilità ma neanche voglia di creare questi “vivai” -li chiamavano allora- di artisti. L'arte comincia ad essere molto selettiva e la selezione va anche sulla qualità che chiaramente vuole mettere a fuoco il cambiamento totale. Ma se di tutto questo gruppo di Tonalisti romani chi va avanti è Capogrossi è perché è una grossa personalità e un artista più grande questo noi lo dobbiamo rilevare. Il fatto che noi possiamo mettere l'accento su vari artisti dimenticati -come Monti- non vuol dire che improvvisamente scopriamo che erano dei grandi, vuol dire che abbiamo bisogno di ricucire un tessuto e da questo tessuto emergono poi delle eccellenze e Capogrossi è uno di questi però il tessuto esiste.
Rolando Monti pur nel suo sperimentare, essere all'avanguardia e anche sul mercato non raggiunge un'eccellenza, questo non vuol dire che non sia un bravo
artista. Dopo la guerra il referente è il mercato e il mercato vuole l'artista che sia riconosciuto internazionalmente e riconoscibile nella sua continuità e artisti come Monti che sperimentano non riescono -se non alla fine del percorso- a trovare una propria identità nel contesto astratto e informale, però a quel punto, subentra il problema dell'età. Avremmo potuto fare una mostra solo sul Tonalismo e sugli anni Trenta e Quaranta ma questo avrebbe significato far morire artisticamente Monti negli anni Cinquanta mentre quello che a noi interessa -proprio perché non siamo nel mercato- è dare la possibilità di leggere un percorso di grande serietà, di grande impegno, fino alla fine.
M.P.
Michiel 
Roma, 12 dicembre 2009
Mostra in collaborazione con l'Archivio Monti di Roma
*Museo Boncompagni Ludovisi per le Arti Decorative,
il Costume e la Moda dei secoli XIX e XX
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