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Inaugurazioni
"La mia arte come un applauso alla vita. Un applauso alla vita di chi guarda" per Renato Mambor, artista

Renato Mambor
“Un doppio insopportabile”
Scuderie Villa Aldobrandini, Frascati (Roma)
20 aprile-10 maggio 2008

M.P.Michiel. Questa mostra con opere inedite ‘Un doppio insopportabile’ con la cura di Massimo Riposati sul tema della dualità che cosa mette in mostra ma soprattutto cosa è diventato o è sempre stato ‘insopportabile’?

Renato Mambor. Insopportabile è la divisione, il fatto che quando vediamo un’altra persona la vediamo differente da noi, come se fosse un’altra cosa. Invece, penso proprio che ci sia una connessione tra tutte le cose, sia tra le persone e la natura. Questo è quello che accade nel profondo, cioè: noi con gli occhi, con la consapevolezza, non riusciamo a vedere questa unione, invece se fossimo consapevoli – per questo faccio arte – che ci fosse questa unione, ci sarebbe meno egoismo, più altruismo, più empatia. Ecco perché è insopportabile, nel senso che è ora di finirla con questa cultura cartesiana del bene e del male, se scegliere una cosa o sceglierne un’altra. Possono convivere. Cioè il principio è che le cose, in effetti, come noi le vediamo, sono separate. Se io guardo l’oggetto si crea una distanza, un tempo e quindi questo in effetti esiste, però noi dobbiamo capire che dietro la dualità c’è l’unità, c’è lo stare insieme. Tu vedi tante isole, però nel profondo c’è la terra che unisce e il mondo dovrebbe capire questa consapevolezza poi le cose cambierebbero. Tutto quello che sta accadendo in questo momento è proprio perché non c’è la consapevolezza dell’unità ma c’è la separazione, e non lo dico soltanto io, ci sono dei movimenti di persone che fanno volontariato o ci sono degli studi, delle discipline, la scienza stessa lo dice. Tu pensa alla teoria quantistica che ha scoperto che veramente la luce si manifesta in due forme a seconda di come viene osservata o come onda o come particella. Ma in effetti la luce è la luce, cioè tutti e due gli effetti messi assieme. Questo concetto di unicità si deve diffondere e allora questo applauso che io faccio allo spettatore per capovolgere ancora una volta la contemplazione. La mostra parte dal centro ed anche qui c’è un doppio che sono delle fotografie fatte nel 1969 che non volevano essere opere d’arte – ancora non c’era questo concetto -. Io facevo delle foto perché una volta avevo visto Scanavino e gli ho detto ‘guarda un giorno vengo al tuo studio e vedo come lavori e poi faccio delle fotografie usando il mio corpo come se fosse la presentazione di un tuo lavoro’ ed ho iniziato così facendo questa cosa. La cosa bella - e ci terrei che tu lo scrivessi - e che l’allestimento è un’invenzione di Massimo Riposati che ha creato questa struttura, un interno, che sono realtà psicologiche che impediscono le azioni ed è tutto un lavoro psicologico uscito dopo il 1969, dopo il lavoro freddo, concettuale. Da lì, che è l’interno, esco fuori in esterno.

M.P.M. In catalogo dici ‘Vorrei che la mia arte fosse un applauso alla vita’ questa frase fa pensare ad una messa in scena teatrale ma anche un senso religioso dell’esistenza, qual è il tuo rapporto con la fede?

Renato Mambor. …Proprio questo, è un teatro rovesciato. Quando andiamo a teatro siamo noi che applaudiamo la finzione, la messa in scena, qui io applaudo la verità che sta nell’uomo nella sua vita, non tanto nella sua quotidianità, ma quella vita che lo fa muovere e che esiste dappertutto. Applaudo alla vita dello spettatore, che si deve sentire come rallegrato. Come se io dicessi ‘come sei bella’ per lodarti e invece non lo si dice, perché noi tendiamo ad uccidere le immagini dei nostri amici dicendone male, è un fatto culturale e riguarda sempre la separazione. Sto cercando di assottigliare questa divisione: tu stai lì io sto qui. Noi siamo tutti e due parte dell’universo. La gente va allo stadio e si spara, s’ammazza, non capiscono, non vedono che non c’è un nemico ma c’è uno che sta guardando uno sport come lo vedi tu. Ci deve essere una rivoluzione culturale e più che rivoluzione culturale una rivoluzione individuale… e questo si rifà alla tua domanda…

M.P.M. …si, sulla fede nella vita con un senso religioso che non deve necessariamente essere definito cristianamente ma dato che la nostra cultura è impregnata di questo pensiero volevo sapere qual è il tuo riferimento.

Renato Mambor. …di nuovo la dualità del bene e del male, no è più vicino al pensiero buddista e alla pratica buddista.

M.P.M. Molto è stato scritto sul periodo della cosiddetta ‘Scuola di Piazza del Popolo’ ma se tu tornassi a quegli anni e vedessi quel ragazzo che eri, che voleva diventare pittore, che cosa gli diresti di ‘non’ fare?

Renato Mambor. Tutti direbbero che tutto quello che è stato fatto è stato fatto bene. In effetti forse è mancata un po’ di cultura, di autoanalisi su sé stessi. Si spingeva molto sulla qualità della vita… non tanto del piacere nel senso della vita bella, si andava al mare, si stava la sera insieme, molto romano, molto far le cose, con gli amici, con le proprie donne, fare una vita con una grande qualità. Forse è mancata la riflessione etica. Eravamo molto spinti… però nel lavoro… era più importante il lavoro che la vita e qualcuno c’ha rimesso la pelle... Però era simpatico Renato da piccolo… era uno molto spiritoso, scherzoso, facevo i film, mi divertivo, ero uno con una mia caratteristica… ero un bel casinaro…

M.P.M. …infatti rivedersi giovani è come vedere un’altra persona…

Renato Mambor. …ah sì… io quando mi guardo in quelle foto lì dico ‘non sono io, non sono assolutamente io quel ragazzotto di periferia’…

M.P.M. …e cosa gli diresti oggi?

Renato Mambor. …gli direi di essere un po’ più consapevole, di studiare. Devi pensare che avevamo pochi strumenti di consapevolezza. Oggi tanti fanno yoga, autoanalisi… tutti gli amici che conosco fanno di queste pratiche di autocoscienza, autodeterminazione, quindi lo strumento c’è oggi…

M.P.M. Non ho potuto fare a meno di leggere ‘Fiato d’artista’ di Paola Pitagora e mi ha colpito che lei racconti della sua mancanza di consapevolezza del senso di ciò che tu e gli altri andavate facendo, dice: ‘io devo confessare che della sua opera e di quella degli altri, comprendo qualcosa solo oggi’. Se non l’ha capito una persona innamorata, che ti stava vicino, certo per gli altri comuni mortali sarà stato ancora più complicato. Oggi questo divario tra l’artista e il pubblico è veramente profondo: insomma questo è sempre un problema dell’arte contemporanea?

Renato Mambor. Sì, questo è un problema dell’arte contemporanea ma è più un problema di come noi vediamo l’arte contemporanea. E’ come se noi avessimo delle idee e andassimo a vedere l’arte con queste idee sperando che coincidano! L’importante è, invece, trovarci un’altra cosa. E’ quello. Se non capisci una cosa vuol dire che è diverso da quello che pensi. Pure Patrizia quando m’ha conosciuto non è che fosse una studiosa d’arte. L’arte si comprende vivendola, abitandola, standoci, magari non la decodifichi nel linguaggio specifico dell’arte, però capisci immediatamente che una cosa è meglio di un’altra. E’ un problema visivo, fare l’allenamento con l’occhio a ciò che è giusto e profondo. Quando ho visto la prima volta un quadro di Rotkho ho capito, e io stavo facendo il figurativo, ma ho capito che era cento volte più importante, poi ho cambiato. Non era per una cultura ma era per un’approccio empatico con le cose e anche se c’era ignoranza, c’era un capire le cose con gli occhi, mangiare con gli occhi le cose… a seconda delle persone che tu frequentavi potevi essere più o meno bravo. Per questo il gruppo di ‘Piazza del Popolo’ è stato importante perché c’era gente di grande qualità e mangiando l’uno all’altro è venuto fuori un buon lavoro. Quando vedi questo quadro coperto (Occhio segreto, 1999) chiunque capisce che c’è un segreto, che c’è un’occultazione, capisce che è voluta la cosa, che c’è qualcosa da nascondere, che è importante invece vederla. Cioè a volte uno non lo sa, che lo sta capendo, il quadro. E’ più un pregiudizio. Perché il quadro lo si deve vedere, invece la gente chissà… pensa che lo deve… capire. Quando tu vedi Applauso (2008) vedi delle energie che vanno a toccare una parte indivisa. Se tu piano piano leggi gli elementi specifici linguistici pertinenti, l’opera esce fuori, parla e se la guardi senza sapere niente, se stai lì un bel po’, lo capisci lo stesso. Perché è il quadro che ti dà le informazioni. Devi essere un po’ ignorante.

M.P.M. Negli anni novanta torni alla pittura, il colore, la presenza umana…

Renato Mambor. Ma è sempre il tema dell’Osservatore, più o meno. Per far capire qual è il pensiero profondo noi dobbiamo anche essere capaci di vedere più in senso lato; l’altra cosa è che noi vediamo le cose che già conosciamo e amiamo riconoscere quelle cose. Invece lo sguardo ti può aiutare a capire più in profondità la tua vita, se eserciti un vedere particolareggiato. Per esempio se tu vedi, ora, all’esterno del museo, incominci a guardare l’albero, vedi come si muovono e in che direzione le foglie, un po’ gialle, colori diversi, il marrone, il verde… in questo momento la tua consapevolezza si allarga, entri un una forma di meditazione. Cioè stai più con te che non con la tua mente! Allora questo lo fa la pittura quando hai questo atteggiamento, cioè quando stai più con te, con la tua parte più profonda che non con la tua mente. Io lo sto facendo in pittura ma la scienza e le altre discipline hanno confermato quello che io dico.

M.P.M. Lo scorso febbraio si è svolta a Roma la nuova fiera d’arte contemporanea cosa ne pensi?

Renato Mambor. Mah, io non l’ho vista, ma… ho un’idea molto spregiudicata dell’arte. Non è importante… dire che non è importante, è contraddittorio perché fare una mostra in questo spazio non è come farlo in un mercato, è diverso. Però il quadro è come se fosse una pianta di fiori, la pianta permane nella sua bellezza anche se la metti a casa di un delinquente. Quindi lo spazio è importante però non ha la capacità di trasformare le cose. Se l’opera è talmente forte, resiste a qualunque ambiente, a qualsiasi uso che se ne fa. A volte questi quadri così belli vanno a finire a gente che ha solo i soldi. A me va bene perché poi rimane nella vita, nel tempo e poi magari lo compra qualcuno che è felice di avere un Mambor!

M.P. Michiel
Frascati, 20 aprile 2008

   
   
   
   
   
   
Foto © MPMichieletto

Il video dell'inaugurazione:

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