Inaugurazioni
Kokocinski: folgorato sulla strada della pittura
dal Bronzino
Alessandro
Kokocinski
“Kokocinski la potenza dello spirito”
Museo Nazionale del Palazzo di Venezia - Sala del Mappamondo
Roma
19 giugno-27 luglio 2008
M.P.Michiel.
Partendo dalla tua infanzia quando ti sei reso conto che sapevi
dipingere come hai visto la tua vita futura, come ti sei prospettato
un lavoro?
Alessandro
Kokocinski. Guarda questo è molto nuovo perché
io non sono mai stato consapevole di avere la possibilità
o gli strumenti per fare quello che faccio oggi. Indubbiamente
sono figlio d'arte, mia madre aveva frequentato le Belle Arti
e dipingeva, mio nonno era scenografo e sono stato sempre
a contatto con l'ambiente della creatività. Ho avuto
la fortuna di non andare a scuola, ero un analfabeta…
ora è facile raccontarlo... ma quando devi fare la
tua firma e non la sai fare… però disegnavo sempre…
ma diventare artista è l'ultima cosa che avrei pensato.
Lavoravo in un circo, ero un artista circense, nel teatro
e il fatto che oggi sia un pittore mi trova ancora perplesso
e a volte guardo questi lavori e non sembra che li abbia fatti
io. Non è un lavoro, è una vocazione, è
una cosa quasi indispensabile, dipingere, non potrei fare
altro. La rivelazione dell'arte è stata quando sono
partito dal continente Latino-Americano per problemi relativi
alla politica. Sono stato in Cile e per fortuna nel momento
della tragedia cilena mi sono trovato in Europa per una storia
molto lunga ma comunque il fatto è che nel 1972 alla
National Gallery di Londra sono rimasto ‘folgorato sulla
strada della pittura’ dal Bronzino. Le mie conoscenze
pittoriche allora arrivavano a Van Gogh, Gauguin che erano
i i miei riferimenti assoluti dell'arte e oggi mi fanno molta
tenerezza perché non conoscevo la grande arte del Rinascimento.
La prima volta è stato strano perché ho avuto
un palpito molto forte nel cuore, che mi ha toccato profondamente
perché non sono riuscito a capire come una persona
umana potesse realizzare questo tipo di pittura e per me era
inconcepibile anche perché non conoscevo le le tecniche,
praticamente poco o niente di tutto quello che stavo vedendo.
La mia formazione culturale, quella dei miei genitori era
più per la letteratura, conoscevo perfettamente tutta
la letteratura russa e la musica. La pittura russa era molto
limitata nell'Unione Sovietica e solo rivolta al Rinascimento
ma non come in Europa. Il secondo incontro fondamentale per
la mia nascita in questa vita di pittore è stato con
il mio maestro Riccardo Tommasi Ferroni, - dopo nel tempo
fraterno amico - e lui mi ha dato gli strumenti e lo ringrazio
tanto perché quello che vedete è dovuto sicuramente
a lui.
M.P.M.
Quindi qui a Roma?
Alessandro
Kokocinski. Qui a Roma, sì! Non a caso perché,
guarda, io ho girato tutto il mondo, cinque volte sicuramente
in lungo e in largo, credo che non potrei vivere al di fuori
dell'Italia perché è importantissimo per me
vivere in un contesto di bellezza, di armonia, di bellezza
fatta dall'uomo e non dalla natura. Sicuramente ho delle doti
naturali, però senza la disciplina, senza il lavoro
e senza lo studio non sarei mai arrivato a fare quel che faccio.
M.P.M.
Quali altri artisti del passato ti hanno affascinato e di
quali tu avresti voluto carpirne i segreti, esser lui?
Alessandro
Kokocinski. Il Seicento è il momento storico
nel quale mi riconosco moltissimo sia per il fatto che è
incorporato attraverso Caravaggio - che ha messo l'Uomo al
centro dell'arte e della pittura – e non per una mera
decorazione, lui ha sublimato un pensiero onirico e infatti
ha avuto dei grossi contrasti con i suoi committenti. E’
un'arte di chiaro-scuro che è importantissima perché
ti dà il movimento, ti dà l'emozione come il
sole e la notte come il padre e la madre, sono due elementi
in contrasto per vivere l'emozione dell'arte.
M.P.M.La bella mostra qui a Palazzo Venezia si intitola "Kokocinski
la potenza dello spirito" e a me sembra che rispecchi
anche 'la potenza della carne' che è quello che vedo
in mostra. Come hai imparato questo modo di mettere colore
e invece far pensare noi che guardiamo che sia carne vivente
e invece è colore?
Alessandro
Kokocinski. Io lo faccio e non lo so. Credo che il
momento della creatività - che è bellissimo
e non tutti i giorni succede - è l’ispirazione.
Qui ci sono due o tre quadri su cui ero fortemente ispirato
e conscio fino ad un certo momento, con i suoi limiti per
l'aspetto tecnico-formale ma poi c'è qualcosa che non
mi appartiene più e l'importanza della fede, dello
spirito, del pensiero va oltre la tua mente verso la ricerca
dell'assoluto, verso la crescita di noi uomini. Il mio punto
di riferimento è la classicità greca, il massimo
dell'espressione della bellezza che ha potuto fare l'uomo.
Preferisco cercare un confronto con l’arte greca che
con Andy Warhol, non ci vuole granché, quello lo so
fare con la mano sinistra e parlando al telefono e poi non
mi interessa. Mi interessa confrontarmi con l'apice della
cultura e della potenzialità della cultura dell'essere
umano. La classicità con un figurativo straordinario
ché apparentemente sembra reale ma dopo è finzione,
è oltre il figurativo, è totalmente inventato,
i paesaggi sono inventati, le figure sono assolutamente inventate,
pur avendo una qualità una scrittura straordinaria
della figura umana. I Greci lo facevano però non combaciava
con la realtà come i bronzi di Riace sono straordinari
ma sono dei ‘marziani’ non sono più degli
umani. Questa è la bellezza. Per questo io in qualche
maniera mi rimetto al classicismo ma faccio quello che vivo,
quello che soffro, quello che gioisco ogni giorno, però
vorrei avere la calligrafia per poter comunicare e l'arte
è un mondo fondamentalmente fatto da grandissima disciplina
di grande sforzo, sacrificio e lavoro, è inutile parlare
di libertà, se non hai lo strumento per farlo a che
serve! Uno quando lavora, lavora per sé stesso è
una vocazione. A volte, ti dico, quando esco dallo studio
la sera, dopo aver faticato e lavorato tutto il giorno ringrazio
Dio che mi ha dato questa possibilità di gioire di
questo, anche se non tutti i giorni succede. Però non
me lo propongo sono cose che... ma sai poi anche questo entra
in contrasto con il mondo del mercato, delle gallerie ma io
per fortuna sono abbastanza anomalo perché continuo
a fare quello che amo. Sbagliando, ma non tocca a me dover
giudicare, non mi appartiene.
M.P.M.Gli artisti del passato avevano un senso della fisicità
del corpo, maggiore della nostra anche perché vivevano
l'evento della morte come un fatto - non dico quotidiano -
ma ricorrente a differenza di oggi che la morte è un
evento lontano e asettico. Cosa è stato per te il contatto
con la morte e come si rispecchia in questo modo che tu hai
di trattare il corpo umano?
Alessandro
Kokocinski. Beh il corpo umano lo tratto perché
lo sento molto, per quale motivo specifico, non lo so. E’
un meccanismo di una bellezza straordinaria, l'uomo o la donna
in quanto armonia, quindi fare i corpi umani finché
mi riconosco in loro è così. La morte l'ho vissuta,
purtroppo, anche da vicino: amici che sono morti anche davanti
a me. Ho avuto una vita fino a 20-23 anni abbastanza diversa,
non ho fatto la vita di un ragazzo normale che studiava, non
ho fatto scuole, facevo politica, ero operaio, ero un anarchico
filosoficamente parlando e allora mi gestivo la vita nel bene
e nel male… e la morte... con il tempo, sicuramente
la sento come... oggi non avrei paura... da una parte, anche
per questo uno fa arte ‘come i fiori, per non morire,
faccio l'artista’, per scacciare in qualche maniera
la morte e la realtà, per oltrepassare la morte faccio
la pittura perché ho terrore... del... nulla. Questo
sicuramente mi disturba. In Oriente, dove ho vissuto diversi
anni, hanno un'idea filosofica della morte che non ci appartiene
e non posso tradire il mio DNA europeo greco-giudaico come
cultura. Per noi la morte è una presenza inevitabile,
una tragedia come tale. Confrontata con il mondo dell'Oriente,
dove la morte è un passaggio, un momento della vita
è un’idea che mi piace ma è lontana da
me. Noi la viviamo come una tragedia con tutto quello che
comporta, anche se negli ultimi anni ho avuto le morti di
carissimi amici - e stranamente, guarda il destino, i miei
genitori non li ho visti morire, molti dei miei cari amici,
negli ultimi anni, non li ho visti moire - e non avere la
certezza del fatto compiuto mi dà il senso che la tragedia
diventa un atto più leggero. Sarà che il destino
mi sta portando per un altro verso e non mi fa trovare di
fronte a questi fatti così terribili.
M.P.M.Sono tutti concordi - come non esserlo - sulla grandezza
e bellezza della tua pittura, della tua arte. Ma in passato
hai trovato critici che non hanno apprezzato le tue opere
o che hanno detto cose che in quel momento tu hai riconosciuto
essere veritiera?
Alessandro
Kokocinski. No, no, no guarda al massimo mi ricordo
nel 1983 di Duccio Trombadori che scrisse su ‘L'Espresso’
o ‘Panorama’ su una grande mostra alla galleria
La Gradiva a Roma, dove ha indubbiamente elogiato la pittura
però ha criticato i titoli... mi ha fatto ridere…
mi piace scrivere i titoli, inventarli, fanno parte del mio
mondo.
M.P.M.In questa mostra ci sono quadri che hanno un'ispirazione
mitologica e poi in fondo c'è questa "Mater dolorosa"
di Alberto Sughi? Perché questo innesto?
Alessandro
Kokocinski. La mitologia in questo caso è
un riferimento perché l’uomo, in questi duemila
anni, non ha fatto altro che distruggere tutto, pensieri,
idee, ha consumato in maniera veramente terribile. Per fare
un esempio: io come figlio di gitano sono anche un buon ballerino
- infatti ho più amici musicisti che pittori - e nel
1996 ho fatto uno spettacolo musicale con Lina Sastri "Cuore
mio" ed è stato l'inizio di un uso e abuso della
musica tzigana… non ne potevo più. Ecco annullare
con il consumo quello che può essere una cosa bella
è odioso e l'unico luogo rimasto libero è la
mitologia forse perché è troppo grande, è
troppo bella, è una fonte infinita e spero non si esaurisca.
Io mi sono avvicinato con molto rispetto più che altro
perché era un riferimento per la pittura, è
stato uno sposalizio tra la mitologia e l'arte e questo è
stato un pretesto, però devo dire che l’ho fatto
con molto pudore. Non è che ho pensato a ricreare o
ad illustrare una mitologia ho pudore di questo. Mi è
servito per entrare in un mondo magico.
M.P.M.Alberto Sughi invece?
Alessandro
Kokocinski. Ecco Alberto Sughi. Ho avuto la fortuna
di conoscerlo quando sono arrivato a Roma nel '72. Dipende
sempre dagli incontri con grandi uomini e io ho avuto questo
privilegio, ho conosciuto Raphael Alberti, grande poeta, ho
conosciuto due papi, Paolo VI grande amico, ha battezzato
mia figlia, ho conosciuto negli ultimi tempi Pasolini, Gassman.
Ho conosciuto quel mondo bellissimo che era a Roma negli anni
'70 e sono cresciuto in questo mondo di bellezza straordinaria,
un paradiso terrestre perché uscivi ci si trovava,
ti veniva a trovare a studio Alberto Moravia, si viveva in
maniera, così, naturale e in questo mondo io avevo
una fame vorace di pittura e mi ricordo che mi sono avvicinato
a tutte le persone molto più grandi di me perché
avevo bisogno di maestri - è triste non avere i genitori
- infatti non ho amici della mia generazione, artisti, perché
loro stavano alla ricerca di cose e sperimentalismi che a
me non interessavano. Se sono a Roma, la città più
bella del mondo, fatta da artisti, vivendo con artisti, il
mio alimento era crescere, formarmi. Ho lasciato il Latino-America
con grande sacrificio e qualcosa doveva giustificare tutto
ciò, non potevo mettermi a fare sperimentalismi che
non mi appartenevano. Con Alberto Sughi, uno dei grandi uomini
artisti straordinari e uomo di grande pensiero, tuttora oggi,
ogni tanto, si parla normalmente, come parlo con te di questo
che stiamo parlando, ed è bellissimo perché
c'è questo recupero della memoria, essere come bambini,
scoprire le cose che ti fanno vivere, che ti fanno crescere.
L'importante è non invecchiare cresce fino all'ultimo,
questa è la differenza che abbiamo con gli animali:
noi siamo coscienti di tutta questa bellezza.
M.P.M.E con Riccardo Tommasi Ferroni come è stato il
rapporto?
Alessandro
Kokocinski. Tommasi Ferroni straordinario e…
purtroppo non c'è più anche se adesso ci sarà
a fine luglio, una grande mostra a Forte dei Marmi che inaugurerà
un museo con catalogo De Luca e io ho scritto una lettera
a Riccardo ma non ad una persona che non c'è più
- perché lui continua ad essere tuttora per me - anche
perché quando Riccardo se ne è andato, ero in
Sud America e allora per me sta ancora qui. E' una presenza
molto bella anche se ovviamente mi manca. Questo è
un omaggio che vorrei fare a questo grande amico fraterno.
All'epoca ci prendevano per fratelli - lui aveva venti anni
più di me – io ero il fratello minore, ci si
divertiva moltissimo e persino in una mostra ci hanno preso
per fratelli e noi, galeotti e molto eleganti, sorridevamo
sotto i baffi. Questo lo racconto nella lettera perché
il valore dell'amicizia, quello, non scompare mai...
M.P.M....è un'altra forma di amore...
Alessandro
Kokocinski. Guarda per me oggi, che non ho più
vent'anni, l'amicizia è fondamentale, è forte
e ha radici così grandi che quasi fanno paura. Sono
fiero di questo, ne sono ricco.
M.P.M.Tu hai realizzato alcune opere di carattere cristiano,
qual è il tuo senso religioso oggi?
Alessandro
Kokocinski. Oggi devo dire che la religione è
un conflitto molto forte. E' difficile darti una risposta
in poche parole. Devo dire che sono perplesso perché...
per me Dio è tutto. Nei miei primi anni ho vissuto
nella foresta a nord dell'Argentina dove Dio era il sole,
la luna e gli elementi della natura ed era giustificato perché
era quello che ti faceva vivere ma è riduttivo e allora...
dare una definizione di Dio... è un elemento meraviglioso
che ci muove a noi stessi, mi fa pensare a qualcosa di sublime,
è un parametro per cercare di migliorare. Questo è
Dio: cercare di fare il meno male possibile. Vorrei fare questo,
semmai dopo il peccato, soffro per i sensi di colpa perché
so dov'è il bene e dov'è il male ma in senso
laico. Mi confondono per religioso ma non lo sono, io sono
un uomo... vorrei essere un uomo libero ma libero con rispetto
sociale delle persone.