Inaugurazioni
Frammenti ironici di vita e di natura
nell'arte di Paul Harbutt, pittore

Paul Harbutt
“Anatomy”
Galleria Unosunove
Roma, via degli Specchi, 20
1° marzo-14 aprile 2007
M.P.Michiel.
Questa mostra si presenta con grandi tele o
pannelli ricoperti di carte molto particolari, carte scientifico-didattiche
dismesse. Perché questa scelta?
Paul Harbutt.
Queste sono carte scientifiche, della natura, di
elementi microscopici che mi sono state regalate. Mi è
piaciuto molto usare queste tavole come fondo per il lavoro
perché questi sono elementi che vanno insieme e frammentano
sempre nella vita e sono come molecole. Sì, mi interessa
molto la natura perché è una cosa che continua,
come questo scheletro qua… io avevo l’idea che
un giorno tu incontri il destino in qualche posto, non sai
mai come o dove e per me la morte non è una cosa negativa
o macabra o una cosa paurosa. No io l’ho dipinto in
questo modo (ricoperto di porporina rossa n.d.r.) per fare
scintillare come una cosa più leggera come una cosa
da circo. Perché la morte per me è una cosa
che continua e quando sei morto non è che finisce ma
continua. Puoi essere buttato nel mare e diventi una parte
di un pesce. Non sono cose spirituali nel senso puro, è
una cosa della natura. Mi piace molto questo: l’idea
che io possa diventare qualcosa di nuovo, che mi rinnovo.
Queste carte sono bellissime nel senso che sono un frammento
di noi, del nostro mondo, del nostro universo. Queste carte
sono il regalo di un grande collezionista che ho conosciuto
tanti anni fa che si chiama Ferruccio Storni, che ora è
morto, e mi ha dato queste carte in cambio di un quadro. Mi
ha dato 400 fogli di queste carte di lavoro. Poi siccome l’anno
prima erano morti anche i miei genitori ho cominciato a riflettere
sulla mia mortalità e ho deciso di confrontare in questo
modo qui invece che nel modo più negativo.
M.P.M. Infatti
c’è un aspetto ludico… adesso lei ha raccontato
l’incontro del destino però ci sono anche situazioni
o gesti irriverenti come quello tra lei e lo scheletro…?
Paul Harbutt.
Sì è strano che entra nel mio lavoro
il cane che fa pipì, o altre cose. Non è una
cosa che sono cosciente. Sono 30 anni che non abito più
in Inghilterra, però io credo che questa memoria, questa
cultura ha un effetto molto profondo su di me, ma adesso ho
più libertà per far uscire queste cose perché
prima volevo tamponare l’esperienza che io ho vissuto
quando ero giovane, molto negativa, molto deprimente, invece
adesso trovo molto bello, trovo l’ironia e la parte
divertente…
M.P.M. C’è
comunque un richiamo alla cultura pittorica italiana?
Paul Harbutt.
Sì, amo molto, specialmente l’arte del
‘300-‘400. Questa figura di cavaliere per esempio,
era un antenato che stava nel 1620 in America ed io ho trovato
il suo testamento prima che andasse là. Non è
che mi raccontavano in famiglia che andava là ma sapevo
che questo personaggio era in cerca di qualcosa di nuovo,
di qualcosa di speciale e questo dipinto è l’idea
di questo che partiva in cerca dell’acqua. Mi è
piaciuto molto usare nuovi materiali con contrasto tra il
vecchio e il nuovo. Può darsi che nei prossimi quadri
non uso più.
M.P.M.
E’ una pittura dipinta, usata in una maniera originale…
ma l’artista deve saper dipingere?
Paul Harbutt.
Io non penso più a dover dipingere perché
quando voglio fare una cosa non è più una fatica
come quando ero più giovane. Dipingo da quando avevo
12 anni, ho fatto tutta la scuola classica ma io amo anche
molto l’arte completamente astratta perché tu
puoi lavorare come ti senti più comodo. Io insegno
disegno e pittura ma non voglio che i miei studenti disegnino
come me. Mi piace molto di più quando vedo una personalità.
Quella voce là è più bella, più
preziosa. Non è proprio il talento che manca, il talento
ce l’hanno molti studenti, molti artisti, hanno la tecnica
però non hanno… Ho avuto tanti studenti con tanto
talento però disegnano come… non so, come Matisse
però sembrano un ‘pastiche’ di Matisse
invece altri studenti non sanno disegnare però hanno
qualcosa… magari solo come mettono la matita sulla carta.
C’è una personalità dietro e piano piano
si impara la tecnica e con questa personalità, se loro
riescono a liberarsi, fanno il lavoro molto più bello.
Io ho passato la vita ad arrivare a questo punto, ho lottato,
lottato, lottato però tanti giovani artisti sono un
po’ inibiti per questa idea che devono imparare prima
a disegnare. Non credo che questo è vero. Io dipingo
così, questo e il mio modo ma tu puoi usare anche la
macchina fotografica se si senti più tranquillo.
M.P.M.
Grazie a Paul Harbutt, pittore.
M.P.
Michiel
Roma, 1° marzo 2007
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Roma, 1° marzo, personale di Paul Harbutt alla galleria
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