Inaugurazioni
Chiaroscuri ironici nel bianco e nero di Milton Gendel,
fotografo americano-romano

Milton Gendel
"Milton Gendel. Fotografie"
Galleria Francesca Antonacci
Roma, via Margutta, 54
28 novembre-20 dicembre 2006
M.P.Michiel.
Lei è stato studente alla Columbia University
ed ha conosciuto Andrè Breton ‘inventore’
del Surrealismo…
Milton Gendel.
…"pontefice" del Surrealismo…
M.P.M. …sicuramente,
ma lei era molto giovane, aveva circa vent’anni ed ora
abbiamo vissuto tutto il secolo con il Surrealismo alle spalle:
oggi pensa che l’umanità artistica era pronta
a ricevere questi impulsi così profondi e per certi
versi devastanti?
Milton Gendel.
Se la cosa ha preso, vuol dire che era pronta!
M.P.M. …ah,
mi sembra logico, molto logico… tuttavia molti artisti
non sono riusciti a comprendere fino in fondo le potenzialità
per le difficoltà di capire una nuova visione della
realtà.
Milton Gendel.
Le dico subito, in America fino all’arrivo
di questa ondata di artisti, non soltanto surrealisti, ma
anche come Chagall che è semi-surrealista ma non proprio,
hanno incontrato un’arte americana che era chiamata
‘Regionalismo’. Contadini, campi, pescatori…
anche Rothko ed altri che sono conosciuti per ben altra arte,
io li ho conosciuti prima e dipingevano barche, pescatori;
allora l’impatto di questi artisti che arrivavano da
Parigi era fortissimo. Ha aperto un altro orizzonte. La pittura
andava dall’astratto all’onirico ed era quasi
una novità per l’America che non era tagliata
fuori, perché tutti guardavano Parigi e c’era
qualcuno che lavorava come gli europei, ma come cosa massiccia
ci voleva questo influsso di altri e così persone come
Motherwell e de Kooning più o meno indigeni si sono
associati.
M.P.M.
E’ stato anche uno dei primi sostenitori critici dell’arte
di Alberto Burri. Per quale motivo?
Milton Gendel.
Per quale motivo? Perché era affascinante.
Come arte, come persona era un signore dell’Umbria di
Città di Castello, medico, che poi ha avuto la sua
illuminazione mentre era prigioniero di guerra nel Texas e
dipingeva paesaggi texani ma a Roma è diventato una
specie di San Francesco per il recupero delle cose misere,
stracci, sacchi… ne ha fatta arte e questo è
molto interessante. Invece il mio reportage su di lui su ‘Art
News’ (‘Burri makes a picture’, n. 8,
dicembre 1954 n.d.r.) era tra i primi.
M.P.M.
Tra i grandi personaggi dell’arte da lei fotografati
c’è Peggy Guggenheim: quando l’ha conosciuta
era già famosa, era già quell’ereditiera
che aveva comprato la casa dei Leoni a Venezia?
Milton Gendel.
L’ho conosciuta a New York quando è
arrivata dall’Europa con un aereo carico di artisti,
tra cui il suo futuro marito Max Ernst… sì penso
che sia stato su quel volo. Lei è arrivata con la figlia…
io ero molto amico della figlia. Non è che sia stata
molto apprezzata a New York perché era una signora
che faceva delle feste, dava dei pranzi per gli artisti. All’epoca
i collezionisti non erano così eroici come sono diventati
più di recente.
M.P.M.
Erano pionieri, erano appassionati.
Milton Gendel.
Non facevano veramente parte del mondo dell’arte.
Acquistavano arte. Ora le cose sono diverse.
M.P.M.
Più difficili?
Milton Gendel.
No, fanno molto parte del mondo dell’arte perché
il collezionista dà anche certi indirizzi.
M.P.M.
Molte sue fotografie sono su Roma, sul dopoguerra, sulla ricostruzione.
C’è un episodio che ricorda in quegli anni che
le fece capire che l’arte stava ‘rinascendo’?
Milton Gendel.
Non stavano così le cose perché non
era mai morta!
M.P.M. Grazie
a Milton Gendel, fotografo.
M.P.
Michiel
Roma, 27 novembre 2006
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Roma, 27 novembre, foto e l’autore: Milton Gendel alla
galleria Francesca
Antonacci
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