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Festival FotoGrafia
Il punto sulla situazione italiana della fotografia contemporanea per Marco Delogu,
fotografo e direttore artistico

Marco Delogu
“Festival FotoGrafia”
Roma
6 aprile-3 giugno 2007

M.P.Michiel. Marco Delogu, fotografo, ideatore e direttore artistico del Festival FotoGrafia che si svolgerà a Roma dal 6 aprile al 3 giugno. Quali le origini di questo festival, ora alla sesta edizione, in una delle città più fotografate del mondo?

Marco Delogu. L’origine è data dal fatto che a Roma mancava un festival della fotografia e mancava la fotografia. Roma è la città del cinema, della letteratura e in alcuni momenti degli anni ’30 e poi ’60, era anche la città dell’arte contemporanea. Nel 2001 ho avuto l’idea di fare il festival e Veltroni mi ha immediatamente detto di sì e nell’aprile del 2002 abbiamo fatto la prima edizione. Così è nato il festival, molto linearmente.

M.P.M. Il tema di quest’anno è ‘La questione italiana’, ora siccome c’è sempre una questione italiana qualunque sia il punto di vista, a cosa riferisce il titolo? Inoltre una delle mostre che hai curato si intitola ‘E’ il ‘77’ l’anno che ha rivelato le potenti contraddizioni del sistema Italia.

Marco Delogu. ‘La questione italiana’ è il titolo della sesta edizione perché quest’anno il festival è interamente dedicato a fare il punto sulla situazione italiana della fotografia contemporanea in tutti i campi della fotografia d’autore, dal reportage alla fotografia di paesaggio, alla fotografia che è più vicina a quelle che sono le tematiche dell’arte contemporanea di questi ultimi anni. ‘E’ il ‘77’ è una mostra molto complessa su un anno quasi esclusivamente italiano perché il ’77 è stato un fenomeno italiano e non internazionale. Una mostra che noi abbiamo fatto partendo da un’antologica di Tano D’Amico, che è stato il grande narratore per immagini del ’77, seguita da una collettiva di 8 fotografi su vari aspetti del ’77: dalle fabbriche del nord a che cosa era la DC nel ’77, alle prime occupazioni di case da parte di giovani studenti, eccetera. C’è un grandissimo lavoro che abbiamo fatto con Repubblica.it - che è il sito del quotidiano La Repubblica - dove a partire dai primi di gennaio abbiamo iniziato a mettere una serie di foto e abbiamo chiesto ai lettori delle fotografie e sono arrivate oltre duemila fotografie che mano mano pubblicavamo iniziando un’interazione con i lettori. L’ultima cosa, ma non meno importante, la Redazione di ‘Blob’ ha fatto un blob di due ore sul ’77 che vanno dagli scontri di piazza al ‘Mistero Buffo’ di Dario Fo, alla pubblicità della Lines, a Pippo Baudo e Corrado che litigano in trasmissione, a Bob Marley e David Bowie a ‘L’altra domenica’ di Arbore, a tutto quello che è stato quel composito ’77.

M.P.M. Come hai affrontato la supervisione nella scelta dei fotografi che partecipano: hai visionato le loro opere o hai visto i loro curriculum, la loro storia e quindi hai accettato la persona, non tanto l’opera?

Marco Delogu. Un po’ tutte e due le cose, nel senso che sono stato aiutato da una serie di curatori che fanno parte di un board del festival, scelti per il tema ‘La questione italiana’. Io conosco, credo, abbastanza bene il panorama della fotografia italiana, per cui su alcune cose ho chiesto delle nuove produzioni ad una serie di fotografi. C’è una condizione che non si può non rispettare: che tutti i lavori esposti al festival devono essere lavori nuovi, esposti per la prima volta o come lavoro o come concezione di mostra - quando si tratta di collettiva -. Quindi abbiamo visto tantissime cose, abbiamo preso alcune e scartate molte altre, però fa parte della dura selezione di un’idea curatoriale di un festival.

M.P.M. Tantissimi sono comunque i fotografi selezionati ma quale percentuale hai riservato ai ‘maestri’, ai fotografi che oggi fanno ‘scuola’, se c’è una scuola?

Marco Delogu. No, credo non ci sia una scuola italiana di fotografia e questo è un limite ed è un altro dei motivi per cui noi abbiamo fatto un festival sulla questione italiana. Esistono tantissime individualità, esistono un po’… l’unica scuola che ha un valore è quella del paesaggio dove a partire dal lavoro di Ghirri degli anni ’70-’80 si è formato un gruppo di fotografi. C’è chi l’ha conosciuto, Ghirri, e chi invece non l’ha conosciuto ma l’ha preso come maestro e quindi quella è l’unica, forse, scuola che possiamo definire come scuola italiana di fotografia, scuola nel senso più esteso. Per il resto esiste, per esempio, una scuola romana di fotogiornalismo perché tutti i più grandi fotogiornalisti che l’Italia ha espresso vengono da Roma e a Roma tornano ma il problema è che il sistema Italia della fotografia non esiste. Esistono tantissime individualità - che poi viaggiano nel mondo o restano anche a casa loro - però si muovono in modo individuale in un panorama della fotografia in cui ci sono nazioni che hanno un sistema molto forte di musei, fondazioni, patrimoni nazionali, vedi il caso Francia, Germania, Stati Uniti. Questo è il grande limite che noi abbiamo. Non abbiamo un museo nazionale, non abbiamo una rete di musei diffusa, non abbiamo fondazioni che si occupano profondamente di fotografia e questo è un grandissimo problema.

M.P.M. C’è una mostra già in corso al Museo Bilotti ed è la selezione del Premio Alcatel-Lucent di fotografi provenienti da sette città europee che sono definiti in comunicato-stampa scelti perché si distinguono proprio per la loro 'irriducibile singolarità’: è ancora vera questa affermazione per la fotografia contemporanea?

Marco Delogu. Beh, senz’altro, nel senso che l’unica grande differenza è l’autenticità della singolarità dei lavori. Per noi tutta la retorica della fotografia, sia quella più impegnata - diciamo socialmente, che è anche coperta da ipocrisia - sia della fotografia che vuole solo scandalizzare, non ci interessa assolutamente niente. A noi interessa una fotografia autoriale, fuori dalle commissioni più commerciali. Non facciamo fotografia di moda o di pubblicità, quindi la ‘singolarità’ di ogni autore è assolutamente importante, fa parte della profondità dell’autore stesso che ci propone una cosa che soltanto lui ci propone o per lo meno soltanto lui ci propone in quel modo.

M.P.M. Ora una domanda più personale: quanto tu sei innamorato dell’immagine, perché penso che un fotografo sia innamorato dell’immagine, ovvero cosa cerchi nella fotografia, la verità dell’attimo o il gioco della ‘messa in scena’?

Marco Delogu. No, guarda io per fortuna sono innamorato di altre cose, però mi piace… logicamente è la cosa a cui penso tutto il giorno ma non mi interessa la forma. Rispetto al mio lavoro di fotografo io vedo tantissime immagini dentro la mia testa e ogni tanto riesco a portare quello che vedo in quella dimensione alto e basso, riesco a ricostruirle… per il resto credo che tutto il problema dell’attimo fatale, eccetera, sia assolutamente desueta. Non mi interessa assolutamente il problema che è molto più mentale che pratico. Per quanto mi riguarda posso anche adesso, in una conversazione con te dirti ‘io il tuo ritratto l’ho già fatto’ poi forse un giorno lo metterò su carta, però ce l’ho già, non mi interessa girare intorno alle cose e cercare di capire la naturalezza, la verità. Penso che siano problemi molto più profondi che legati alle due dimensioni dell’immagine fotografica.

M.P.M. Da quello che ho visto, sembrerebbe non esistere una vera critica della fotografia in Italia: è talmente immediata e autentica da non averne bisogno?

Marco Delogu. No, questo credo di no. Ne ha tantissimo bisogno, questo è un altro grande problema italico perché tranne rari casi non esiste una vera e propria critica della fotografia. Esistono delle meteore che durano pochi mesi, che fanno tre o quattro mostre con uno pseudogiornalista che dice ‘è arrivata la nuova…’. Bisogna costruire un punto di riferimento, una critica e un sistema di critica che sia quello, perché è difficilissimo costruire una scuola italiana di fotografia perché è tutto un po’ allo sbaraglio: un po’ fa parte del sistema italico, un po’ sei da solo di fronte a tutto. Però è vero che la maggior parte dei quotidiani nazionali non hanno una critica seria ma siano autoriferiti e che esiste spesso una critica inventata su due piedi. Io non conto più di dieci nomi in tutta Italia - e forse sono anche tanti - che scrivono su quotidiani o riviste dei quali mi fido - delle volte anche in contraddizione altre volte no - ma che mi piacerebbe essere recensito per il mio lavoro personale o per il Festival.

M.P.M. La storia della fotografia è anche la storia dell’arte che è una storia ‘virtuale’ di immagini a questo virtuale si aggiunge, ora, quella del web: secondo te più immagini ci sono e più ci è data occasione di conoscere, invece, la realtà?

Marco Delogu. No io non credo, credo che tutto debba essere preso per il meglio. Io sono assolutamente favorevole alle possibilità che il digitale può dare, assolutamente favorevole al web, però penso che la storia della fotografia sia una storia totalmente legata alla storia dell’arte e credo che il problema non sia la quantità ma la qualità e il pensiero che c’è dietro alle immagini e la qualità delle immagini. Credo che questo sia l’unica cosa che conta e il perché le persone fanno quel lavoro lì. Io che vivo a Roma da 46 anni ho sentito la necessità di andare a fotografare le statue romane perché probabilmente ero ossessionato da quei visi o perché con tutta la mia formazione di sinistra avevo sempre evitato di parlarne, avevo sempre tacciato di fascisti tutti quelli che avevano fatto la bonifica nell’Agro Pontino. Confrontarsi con quelle cose con la mente completamente aperta, quella è la cosa più bella della fotografia. Tra l’altro a differenza di altri media ha un’immediatezza pazzesca ed evita una cosa che spesso in Italia si presenta come cultura dell’alibi. Se io faccio una cosa, se un fotografo fa una cosa, la fa perché l’ha voluta fare perché gli è entrata nella testa. Se non la fa è perché non la vuole fare.

M.P.M. Grazie a Marco Delogu, fotografo.

M.P. Michiel
Roma, 3 aprile 2007

   
   
   
   
   
Foto © MPMichieletto

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