52a Biennale di
Venezia: Eventi Collaterali
Arsenale Novissimo: incontro con Lucrezia De Domizio Durini
curatrice di ''Joseph Beuys. Difesa della Natura. The Living
Sculpture”

52a Biennale di
Venezia Eventi Collaterali
''Joseph Beuys. Difesa della Natura. The Living Sculpture.
Kassel 1977-Venezia 2007. Omaggio a Harald Szeemann''
ideato e curato da Lucrezia De Domizio Durini
Venezia Arsenale Novissimo, Spazio Thetis
10 giugno-17 settembre 2007
M.P.Michiel.
Baronessa De Domizio Durini o meglio, dal 2001 Cavaliere al
merito della Repubblica Italiana quando e in quale circostanza
conosce Joseph Beuys?
Lucrezia
De Domizio Durini. La mia idea dell’arte è
stata sempre un’idea dell’arte aperta con le altre
discipline. Vengo da una famiglia di collezionisti, ho 71
anni e quando ho aperto gli occhi ho visto alle pareti della
mia casa, non i crostoni di famiglia, ma i Braque, i Matisse,
i Mirò, i Picasso, non certo sempre dei quadri, ma
un disegno, una gouache, una grafica, anche un quadro ad olio
magari, quindi senza pensare a delle grandi cose ma con un
pensiero completamente aperto verso le avanguardie di quel
periodo storico. Quindi la mia è una storia reale,
che io ho amato tanto, perché mio padre era un uomo
eccezionale. Quando ho iniziato – mia sorella è
laureata in matematica e fisica – io invece mi sono
sempre data all’arte ma principalmente alla scrittura,
mi piaceva tanto esprimermi attraverso la scrittura. Quando
ho iniziato ad avere un’identità nell’arte,
non ho mai visto l’arte messa ad imbuto chiuso, ho sempre
visto l’arte disposta a confrontarsi con le altre discipline
con la filosofia, con la scienza, la matematica, la musica
principalmente – io amo molto la musica – e ho
lavorato in questa direzione aperta. Del resto non ho mai
amato le metodologie dell’arte. Ho sempre tentato di
conoscere gli artisti e le varie ricerche e ho avuto la fortuna
di nutrirmi con lo spirito e l’energia di grandi uomini
della storia, non solo dell’arte e ad essere testimone
di eventi irripetibili. Quindi ho tentato sempre di dare agli
altri le esperienze che ho avuto nella vita e anche nello
stesso tempo,dare ed avere per costruire situazioni atipiche
e coraggiose. Sono una donna molto curiosa ed anche molto
intraprendente ma principalmente sono una persona coraggiosa.
Coraggiosa di andare oltre i sistemi banali e tradizionali.
Questo chiaramente porta a varie conoscenze, però,
anche a vari rifiuti della società, dai vari stili
politici ed anche tradizionali della vita e della cultura.
Avevo letto alla fine degli anni Sessanta un’intervista
su “Flash Art” quando era un giornale di pensiero
– parliamo all’inizio quando facevano una specie
di grande giornale aperto - di un bravo artista che si chiama
Gilardi, ancora oggi vivente, che in quel periodo lavorava
nella politica e andando a Düsseldorf aveva fatto una
interessante intervista a Beuys. Questo mi incuriosì
tantissimo e dissi “non è possibile che un artista”
– avendo conosciuto vari artisti, parliamo di Alviani,
Ceroli, Rotella, Burri, Fontana e poi tutti gli artisti dell’Arte
Povera e i Concettuali italiani, ma erano tutti artisti che
vivevano una disciplina, una propria ricerca - quindi, mi
sembrava assurdo “che un artista si aprisse alle realtà
sociali, si interessasse alle varie problematiche umane, ideologiche
della cultura, della vita come la scienza, l’agricoltura,
la musica, l’economia, la politica, l’ecologia
eccetera si interessasse in definitiva dell’uomo”.
Questa intervista mi colpì moltissimo e allora scrissi
a Beuys una lunga lettera chiedendo di incontrarlo, perché
caso strano il suo pensiero di artista si incontrava con il
mio pensiero di operatrice culturale. Beuys mi rispose subito.
Ho una grande corrispondenza non solo con Beuys ma con tantissimi
artisti perché mi sono sempre ritenuta una collezionista
non di opere ma di rapporti umani, ci tengo moltissimo a questa
mia definizione: “collezionista di rapporti umani”.
Beuys mi rispose che era in giro per il mondo in quel periodo
però sarebbe venuto a Napoli – la prima volta
in Italia – il 13 novembre 1971 e mi diede un appuntamento
alla galleria di Lucio Amelio, un gallerista che oggi non
c’è più ma che è stato un grande
gallerista, che ho stimato e stimo tantissimo, anzi apro una
parentesi: nel prossimo settembre ci sarà una mostra
a Milano in omaggio a Lucio Amelio per ricordare il lavoro
svolto negli anni . Mazzotta e Bonomi, promotori, mi hanno
invitata a partecipare con opere del Maestro tedesco, dato
che posseggo un’ingente collezione di lavori, ma essendo
impegnata qui a Venezia con l’Evento Beuys in Biennale,
mio malgrado sono stata costretta a rinunciare. Ho dato loro
dei suggerimenti, come per esempio prendendo l’opera
che ho regalato al MART di Rovereto il “Grassello”
o facendo collaborare Antonio d’Avossa, l’unico
critico italiano che si interessa di Beuys e che dal 1990
ha dedicato completamente lo studio ed il pensiero all’opera
di Joseph Beuys . Inoltre ho anche proposto un mio testo…
ma credo che l’impostazione della mostra abbia una visione
diversa dai miei concetti di collaborazione … Allora
per ritornare, il 13 novembre andai a Napoli. Lucio Amelio
è stato un grande gallerista che fece conoscere all’Italia
i più grandi artisti del mondo come Rauschenberg, Warhol,
Richter e tanti altri e quindi andai, anche perché
mio marito, che era un biologo ricercatore, ha scritto libri
sulla temperatura delle farfalle in volo e studioso anche
del plancton marino, in quel periodo faceva delle ricerche
personali all’Acquario di Napoli. Così andammo,
ma la galleria di Lucio, che era in piazza dei Martiri, era
molto piccola ed era un periodo molto caldo – caldo
politicamente, parliamo degli anni Settanta - c’era
una grande confusione di ragazzi … vedemmo Beuys da
lontano… la galleria era piena impraticabile ….andammo
via senza poter parlare con Beuys. Il giorno dopo decidemmo
di andare a Capri e sul traghetto incontrai Lucio, Beuys,
con la famiglia: la moglie Eva e i suoi due figli Wenzel e
Jessica allora molto piccoli. Lucio mi chiamò subito,
perché ero molto amica, ho aiutato molto Lucio comperavo
da lui delle opere, perché non aveva grandi possibilità
e tutti quanti noi cercavamo di aiutarlo. Lucio Amelio era
una persona eccezionale. Beuys mi vide e mi disse “You
are Lucrezia” “Ja, you are Beuys” “Ja”.
Così lui fece una TAC a me e io feci una TAC a Beuys.
Poi iniziò a parlare con mio marito… si immagini….
mio marito proprietario terriero, scienziato, intellettuale
puro… e così cominciammo a parlare di campagna,
di piante, di natura e di uomini… e anche della nostra
reciproca visione dell’arte. I due giorni che dovevamo
passare in vacanza li trascorremmo insieme a Beuys, alla sua
famiglia e a Lucio Amelio. Beuys ci invitò poi a Dusseldorf
e noi accettammo l’invito. Sono quei soliti inviti che
si fanno… Ritornammo a Pescara e dopo una settimana
ricevemmo un pacco, dentro c’erano due grandi libri
e nella prima pagina dedica… timbri… disegni…
I libri erano di suo suocero Wurmbach, uno scienziato, un
premio nobel . Deve tenere presente dottoressa che la famiglia
Wurmbach era una famiglia veramente di cervelloni, come si
dice. La moglie di Beuys è una delle più grandi
studiose di Leonardo da Vinci, il fratello della moglie di
Beuys è uno ornitologo importantissimo. Quando nacque
il libro “Incontro con Beuys” ideato e concepito
con la collaborazione di Beuys, un unicum, Beuys volle aprire
con l’immagine dei 2 libri inviatici in regalo. Appena
ricevemmo questi libri telefonammo… siamo nel 1971 e
fino ad oggi sono qui a Venezia per parlare e portare avanti
il pensiero di Joseph Beuys.
M.P.M.
Quindi la sua era una vita già ricca di eventi aveva
fondato un importante centro per l’arte contemporanea
a Pescara con artisti e critici del Concettuale, dell’Arte
Povera. Che cosa allora le ha portato il pensiero di Beuys
che prima non aveva?
Lucrezia
De Domizio Durini. Io sono stata come le ho detto
una donna fortunata per una questione culturale, di famiglia,
sociale, economica, ho realizzato tanti sogni. Però
io credo che ognuno di noi ha dei sogni nel cassetto. Beuys
mi ha fatto tirare fuori quel sogno che avevo nel fondo del
cassetto per realizzare me stessa, la mia identità,
il mio modo di vivere e di pensare. La filosofia beuysiana
anche se in una maniera completamente diversa rappresentava
la mia filosofia di vita e di concezione dell’Arte pur
essendo di generazioni diverse, pur avendo cariche completamente
diverse. Con Beuys ho realizzato me stessa. Sono una donna
che benché abbia avuto molte disgrazie personali, molte
morti tragiche, ho realizzato e realizzo me stessa con coraggio,
con il rispetto dell’altro, con una generosità
estrema e con energia e passione vado sempre avanti e sempre,
proprio sempre, senza compromessi, perché la vita è
già un compromesso. Per me non è un lavoro ciò
che faccio o creo, per me l’arte è l’unica
possibilità per esistere.
Forse Beuys aveva intuito subito la mia personalità
e mi ha affidato: “La difesa della natura”,
il quarto e ultimo slogan, l’ultimo grande capolavoro
di Joseph Beuys ed questo che mi unisce indissolubilmente
al Maestro tedesco. Una colossale operazione svolta in Italia
negli ultimi quindici anni della sua vita in cui l’artista
ha sedimentato un ricco percorso operativo e spirituale con
la mia costante collaborazione, in un contesto nel quale il
senza limite gioca un ruolo primario di specularità
tra espansione di pensiero ed energia umana. Il rapporto con
la Natura è sempre stato un tema costante in Beuys.
Un lavoro che iniziò con archetipi disegni nei suoi
primi anni di artista e riprese in Italia negli ultimi anni
della sua vita in difesa dell’uomo e a salvaguardia
della natura. E’ in Italia che il suo concetto di Utopia
Concreta si realizza attraverso la triade delle Piantagioni
Seychelles – Bolognano – Kassel in Utopia
della Terra. La Difesa della Natura di Joseph Beuys non va
intesa solamente sotto un aspetto ecologico, ma va letta principalmente
in senso antropologico. Difesa dell’uomo, dei valori
umani, della creatività. In questi anni, dopo
la scomparsa del Maestro tedesco, molto è stato scritto
intorno al suo lavoro e della sua vita, in numerosi paesi
e in diverse lingue, ma poco o troppo poco e, forse, deliberatamente,
si è detto degli importanti segnali che Joseph Beuys
nei suoi ultimi quindici anni ha lasciato in Italia e specificatamente
in Abruzzo. L’Italia è il luogo dei viaggi desiderati
e realizzati dall’anima romantica nordica, in una linea
che da Goethe passa per Nietzsche sino allo stesso Beuys,
che tuttavia muta radicalmente la condizione contemplativa
di questo topos della cultura tedesca, la ribalta verso una
trasformazione dell’humus. Dal 1971 fino a pochi giorni
dalla sua morte, la sua presenza è stata costante più
che in qualsiasi paese nel mondo. Credo che non sia stata
casuale la continua presenza di Beuys in Italia, sono certa
che la sua fu una precisa scelta culturale dove l’elemento
umano e il materiale natura, nella loro reversibile disponibilità
esercitarono una forte pressione intuitiva sull’uomo
– artista. Joseph Beuys in Abruzzo trovò l’humus
fertile per spandere il suo credo fatto di amore e di fraterna
collaborazione tra uomini liberi e creativi.
M.P.M.
A quando risale il contatto di Beuys con l’antroposofia
di Steiner e quali sono stati gli insegnamenti fondativi per
lo “stile” beuysiano?
Lucrezia
De Domizio Durini. C’è un grafico, molto
importante, fatto da Beuys, nella sua casa di campagna a Wert,
quando passammo la Pasqua insieme nel 1975. É un lavoro
scritto da Beuys con penna rossa e come lei sa Beuys è
un simbolico, quindi la scrittura in rosso è una scrittura
importante, indica energia, dove Beuys scrive e descrive tutti
i libri importanti che gli sono stati utili per poter apprendere
i pensieri di grandi filosofi, scienziati, antropologi, ecc.
Beuys poteva nascere solo e soltanto in Germania, come Warhol
in America. Beuys è imbevuto di tutto il Romanticismo
tedesco, dalle filosofie che i vari filosofi avevano concepito.
Però qual è la grandezza di Beuys? Le dico anche
in relazione a Steiner dato che ne stiamo parlando. Perché
Beuys è molto vicino a Steiner, anzi può essere
considerato il padre per Beuys. Ma qual è la grande
differenza tra l’Antroposofia di Steiner e quella di
Beuys? Steiner crea il Goetheanum, Beuys crea la Free International
University. Questo vuol dire tutto. Cioè il lavoro
di Steiner è elitario, è chiuso mentre il lavoro
di Beuys è verso il mondo, si rivolge alle problematiche
sociali, guarda sempre verso il futuro, quindi possiamo dire
che Beuys apprende non solo da Steiner ma anche da Shelling,
Novalis, Goethe, Holderlin, dai grandi del passato ma sedimenta
antropologicamente il passato, lo mette in analisi comparata
con le realtà del tempo presente, per creare un futuro
migliore. Da non dimenticare che Beuys è un artista
che non lavora nello spazio, lavora per il tempo! Quello che
stiamo facendo qui ogni giorno alla Thetis, lo dimostra, è
in relazione con la realtà nella vita contemporanea.
E questo mio attivo e concreto Progetto lo dimostra ancora
di più!
È necessario pensare a tre grandi momenti rivoluzionari
e storici dell’arte: il primo è rappresentato
da Leonardo da Vinci, il secondo dagli impressionisti francesi,
il terzo da Beuys. Joseph Beuys rompe con la tradizionalità
dell’arte. Personaggio atipico rispetto le correnti
artistiche – invano si è cercato di inserirlo
ora nel Minimalismo, ora nell’Arte Povera, prima tra
i Performers, poi tra i Concettuali, - Beuys è riuscito
a rivestire la sua stessa persona di arte, e l’arte
della sua persona. Questo significa molto di più della
mai sopita idea di unità tra l’arte e la vita.
Beuys, ponendo se stesso all’interno dell’opera
d’arte, intende sottolineare il potere antropologico
di tutta l’arte. Joseph Beuys è uno tra i più
emblematici e significativi personaggi della storia dell’arte
mondiale del secondo dopoguerra. Beuys è l’artista
che più di ogni altro ha saputo e voluto incarnare
la figura umana del superamento dell’arte, tendendo
i propri sforzi in direzione del territorio utopico dell’energia
naturale e della comunicazione spirituale: la realtà
come spettro fenomenologico delle possibilità umane.
L’arte di Joseph Beuys è ancora tutta da approfondire,
da leggere, da studiare.
M.P.M.
In effetti è inclassificabile…
Lucrezia
De Domizio Durini. …non è una questione
di inclassificabilità è un unicum fenomenologico
e non bisogna mai dimenticare che Beuys non ha creato
nessun metodo, ha lavorato l’intera sua vita per il
miglioramento dei metodi esistenti nella società.
Beuys per primo ha capito che l’uomo aveva messo da
parte tutte le problematiche umanitarie e l’uomo si
era dato totalmente alle problematiche scientifiche, queste
hanno portato ad un’alta tecnologia e poi al consumismo
e il consumismo alla perdita dei valori umani. Quindi Beuys
cinquant’anni prima ha capito che l’uomo stava
perdendo identità. Beuys ha risvegliato e risveglia
nella coscienza di tutti gli uomini l’identità
di essere un vero uomo. La crisi dell'uomo contemporaneo,
la perdita di identità, sono le motivazioni essenziali
che hanno impegnato tutta la vita dell'uomo e dell'artista
Joseph Beuys. Egli ricercava attraverso la realtà una
via di accesso alla verità, che non è nel trovarla
nell'arbitraria invenzione del sistema in cui viviamo, ma
esiste già nel mondo; l'uomo non deve fare altro che
riscoprirla, attraverso se stesso e nella natura. Quindi l'uomo
e la natura, con l'animo riconciliato, costruiranno un mondo
vero. Questo è il concetto del pensiero beuysiano Joseph
Beuys ha posto l'uomo al centro della sua ricerca artistica,
l'uomo e l'energia creativa dell'uomo. In questo senso il
Maestro tedesco si è occupato di politica, di economia,
di agricoltura, di ecologia e di tutti quei problemi che coinvolgono
quotidianamente l'individuo.
Ho sempre considerato Beuys come un diamante. Un
diamante presenta molte facce; ogni faccia rende visibili
per trasparenza le altre, pur nella sua compattezza e unità.
Per comprendere quindi l'opera di Beuys e poterne dare un
giudizio, è assolutamente necessario non limitarla
in chiave formale, ma considerarla profondamente nella sua
totalità, analizzando la complessità delle sue
articolazioni, gli aspetti di attenzione per il sociale e
per tutte le sue implicazioni, in modo da comprendere la vera
motivazione del suo agire e la finalità della sua arte.
M.P.M.
Tuttavia per introdurre il suo lavoro nella storia dell’arte,
anche il suo operato va in qualche modo classificato, quindi
come nascevano queste sue performances che lei ha vissuto,
ha visto farsi?
Lucrezia
De Domizio Durini. Intanto per comprendere le performances
di Beuys bisogna capire che tutto il lavoro di Beuys va diviso
in quattro grandi periodi. Beuys, come le ho detto in precedenza,
avendo capito che l’uomo stava perdendo identità,
ha messo l’uomo al centro del suo lavoro e l’energia
libera e creativa che tutti gli uomini posseggono su questa
terra. Quindi il primo grande slogan di Beuys è “Tutti
gli uomini sono artisti” questo all’inizio è
stato malignamente interpretato dai critici specialmente dai
critici italiani. Beuys non voleva dire che tutti gli uomini
sono dei pittori ma che tutti gli uomini hanno una energia
creativa, che messa in atto porta un bene per sé stesso
e un bene fruttifero per la società. Beuys per far
comprendere la sua filosofia e il suo fare, ha usato l’unico
mezzo possibile che era il simbolismo. Beuys è stato
il più grande simbolista della storia dell’arte.
In tutta l’opera di Beuys vi è una forte connotazione
simbolica, che in parte va a riunirsi all’interesse
scientifico in senso sperimentale e in parte confluisce nella
zona intuitiva e creativa dell’uomo. Basterebbe soffermarsi
sul suo abbigliamento da considerarsi come uniforme: il cappello,
segno sapienzale e iniziatico, il giubbotto da “pescatore
di anime”, che rimanda alla figura dello sciamano e
del Cristo, il frammento di lepre sul petto, similitudine
che fissa il principio del movimento e della metempsicosi,
jeans, segno della rivoluzione dei costumi, gli scarponi,
segno di dinamicità, del viandante. In questo senso
simbolico, i materiali beuysiani rivestono una gamma assai
varia. Perché i simboli, le metafore, rendono più
chiara al fruitore un’idea. Anche il suo stesso abbigliamento
era un uniforme simbolica e sempre per ricordare la sua filosofia
fatta di solidale e libera collaborazione fra gli uomini.
Quindi anche per le sue performances ha usato materiali simbolici
dove l’energia libera dell’uomo e la collaborazione
sono segni evidenti. Strinse, nei primi anni settanta, un
rapporto di intesa con l’ideatore di Fluxus, l’americano
Georg Maciunas, e partecipò a diverse esibizioni pubbliche
del gruppo. Fra coloro che aderirono al progetto Fluxus, val
la pena di ricordare Nam June Paik, Wolf Vostell, Merce Cunningham,
John Cage e Daniel Spoerri, Charlotte Moorman, Robert Filliu,
Bazon Brock. Con Fluxus, Beuys condivise l’idea dell’arte
come strumento di coscienza. Quindi: l’arte è
dappertutto ed è per tutti. In parallelo, incominciò
l’attività espositiva in proprio, presentando
azioni, lavori di scultura e disegni. Desidero ricordare alcuni
titoli, ormai celebri, “Come spiegare i quadri ad
una lepre morta” del 1965, “Eurasia”
e “Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda”,
del 1966, “Vakuum Masse”, del 1968, “Voglio
vedere le mie montagne” del 1971. Tutto ciò
servì a precisare la sua identità artistica,
mai completamente assimilabile a situazioni precostituite
e consolidate. Mi fa anche piacere ricordare dato che abbiamo
parlato del Fluxus, Merce Cunningham un mio caro amico, con
il quale sto lavorando ad un libro. Due anni fa sono stata
invitata al Lincoln Center di New York per il suo cinquantesimo
anniversario, Merce mi ha dato materiali rarissimi, fotografie,
disegni anche di questo straordinario personaggio ci sarebbe
tanto da parlare. Beuys nel movimento Fluxus restò
solo tre anni, perché il movimento era circoscritto
su se stesso, non c’era comunicazione secondo i concetti
beuysiani. Il mio progetto di Intercomunication Project ha
avvicinato Beuys a me ed io a Beuys. Quando io ho incontrato
Beuys, Beuys era già famoso in tutti i musei del mondo.
Beuys si è interessato al mio progetto di intercomunicazione
poiché sapeva che dando a me l’eredità
del suo quarto grande slogan “Difesa della Natura”
avrebbe avuto per sempre una protezione culturale e una leale
diffusione del suo pensiero. Non bisogna dimenticare che per
Beuys la fotografia e la firma erano un’estensione del
suo pensiero, quindi firmava tutto. Le reali opere di Beuys
devono essere catalogate in libri editi prima della sua morte,
tutte le altre sono “souvenir”. Vorrei anche puntualizzare:
Beuys è innanzitutto uno Scultore. Nel mio libro (per
cui ho preso un premio) “Beuys Scultore di Forme. Beuys
Scultore di Anime” ho definito Joseph Beuys il più
emblematico scultore del XX secolo: Scultore di forme,
Scultore di anime.
Per le sculture formali Beuys ha usato tutti quei materiali
che chiamo “Visibili” e che metaforicamente
indicano energia, calore (rame, feltro, grasso, vino…)
mentre per realizzare la sua Scultura sociale – Living
Sculpture – si è servito di materiali “Invisibili”
(parole, gesti, intuizione, odori, rumori, suoni, comportamento…)
affinché si attuasse un processo di solidale collaborazione
tra differenti uomini e sempre nel rispetto della libertà
e della creatività umana.
Si potrà quindi comprendere che i materiali usati per
le sue opere, azioni e discussioni non hanno alcuna relazione
con quelli adoperati dall’Arte Povera o dai Minimalisti
americani; essi oltrepassano il puro processo rappresentativo
e interpretano il flusso dell’energia umana nel senso
naturale e primitivo, il flusso della vita e della morte,
dell’uomo e della socialità dell’arte.
Si comprende quindi come l’arte per Beuys fosse tutt’uno
con la vita. Questo significa Arte Antropologica.
Questo concetto divide la nuova arte da quella tradizionale,
divide il passato dal presente.Un’arte quella di Beuys
che guarda costantemente il futuro: il futuro dell’arte,
il futuro dell’umanità. La Scultura Sociale
di Beuys è intesa come un processo permanente di continuo
divenire dei legami ecologici, politici, economici, storici
e culturali che determinano l’apparato sociale. Solamente
attraverso la “Living Sculture” è
possibile scardinare il miserabile sistema in cui l’uomo
contemporaneo è incappato. Una collaborazione fatta
da uomini liberi di differenti razze, origini, religioni,
ceti sociali, culturali ed economici.
M.P.M.
Sono saltate molte domanda che volevo farle perché
vedo che lei mi ha risposto in maniera molto larga ed esauriente…
Lucrezia
De Domizio Durini. …anche perché le
ho detto solo il primo e l’ultimo slogan poi ci sono
altri due slogan di Beuys: “La rivoluzione è
dentro di noi e nelle nostre idee risiede l’unica rivoluzione
possibile”: “La rivoluzione siamo noi”
è il secondo slogan del Maestro tedesco. Solo nel nostro
comportamento e nella comprensione vi è “evoluzione”.
In questo secondo slogan Beuys intende che “L’evoluzione
siamo noi” e ci porta allo studio di due grandi concetti
beuysiani la sofferenza e la comprensione. Beuys diceva che
la sofferenza è terapeutica. Il raggiungimento della
libertà, per l’uomo, per una nazione, per il
mondo intero, deve procedere di pari passo con il raggiungimento
della non violenza Beuys toccò anche nella sua arte
tutte le problematiche dell’economia innestate sulle
tematiche sociali e culturali della vita.
Il terzo slogan di Joseph Beuys “Kunst =Kapital”
si rivolge alla cultura quale primario capitale della società.
La prima grande economia nasce dalle capacità dell’uomo.
Concetti che il Maestro tedesco ha sviluppato nell’intera
sua vita, con tutti i mezzi e con la sua stessa persona. Beuys
ha proposto l’istruzione come fonte primaria del corpo
sociale creando formule pedagogiche di estrema importanza
per la rinascita di una nazione civile come gli Uffici
per la Democrazia Diretta e la F.I.U. (Free International
University). Desidero ricordare anche Joseph Beuys nell’Appello
per l’Alternativa e Azione Terza Via – Iniziativa
promozionale – Idea e tentativo pratico per realizzare
una alternativa ai sistemi sociali esistenti nell’Occidente
e nell’Oriente.
M.P.M.
Ecco quindi cosa si aspetta da questa partecipazione alla
Biennale di Venezia a trent’anni di distanza da Kassel?
Lucrezia
De Domizio Durini. Dunque io non mi aspetto niente
specialmente dalla cultura italiana. Ho invitato nella Conferenza
Permanente dei 100 Giorni sia le persone che hanno conosciuto
e lavorato con Beuys. che quelle del “post-Beuys”.
Ho invitato 180 persone. La Free International University
di Berlino, di Londra, di Amsterdam e qui lei vede che ci
sono delle realtà tutto quello che facciamo è
registrato, videofilmanto e fotografato. Abbiamo avuto personaggi
della scienza e dell’arte, che sono venuti dalla Francia,
da Londra, dal Giappone come dagli U.S.A. Abbiamo avuto i
disabili, i malati mentali, i bambini dai 2 ai 5 anni che
con la loro formazione hanno fatto pitture. Abbiamo avuto
tre gruppi di extracomunitari, abbiamo in continuazione lavori
per 100 giorni. Dall’Italia non mi aspetto niente perché
l’Italia è in un degrado totale, vive una crisi
spirituale, intellettuale e culturale totale. Non abbiamo
istituzioni. Per quanto mi riguarda la Biennale di quest’anno
è il massimo del degrado che ci possa essere non è
accettabile che nei giorni del vernissage si faccia la Fiera
dell’Arte siamo arrivati troppo in basso… Se poi
dovessi parlare della rappresentanza italiana allora veramente
bisogna vergognarsi di essere rappresentati come le “Veline”in
TV… Non è Lucrezia De Domizio Durini che lo dice.
Le faccio leggere i giornali francesi o tedeschi ma questo
dipende che non ci sono più operatori culturali seri,
professionisti, appassionati d’arte. Con la morte di
Harald Szeeman è finita l’epoca dei grandi uomini.
Questi uomini sono o degli artisti falliti che si mettono
a fare i curatori o sono dei personaggi che hanno dietro un
back-ground di fabbriche, di industrie, non hanno niente a
che fare né con l’arte, né con la passione
della cultura. Sono o da una parte politicizzati o dall’altra
parte appartengono al capitalismo italo-americano. Questa
Biennale è un reportage di tutto quello che noi abbiamo
déjà-vu nelle televisioni e nei newspaper di
tutto il mondo. E’ degradante la maniera in cui è
stata concepita anche a livello estetico. Sono stata a Kassel
ho visitato minuziosamente Documenta 12 è elegante,
è professionale, anche se ha le stesse problematiche
culturali perché non si parla altro che di guerra,
però lo sanno fare in maniera estetica Noi invece siamo
dei “cheap”, miserabili portatori di virus, un
virus che ha invaso tutta l’Italia, uguale alla politica
sia di destra che di sinistra. Io ho avuto la fortuna in 71
anni di liberarmi dei due grandi plagi che occupano tutte
le menti umane: le politiche e le chiese! Noi viviamo in uno
stato di degrado morale etico e culturale. La politica è
debole, gli uomini non hanno più valori, perché
non c’è valore negli uomini che ci governano
e che ci hanno governato. E’ da 50 anni che noi viviamo
il degrado! Non importa quello che sceglie la Francia, la
Germania, la Spagna però scelgono. E’ vero che
tutto il mondo è in crisi, perché la crisi oggi
è mondiale, è vero che ormai stiamo vivendo
nella globalizzazione. Harald Szeemann nella Biennale del
2001 aveva prevista questa attuale globalizzazione ma il problema
in Italia è degli operatori culturali e non degli artisti.
Finché ci sarà una sola pianta, ci sarà
l’arte. Conosco bravi artisti che io chiamo “Artisti
del silenzio” che non hanno voluto cedere al potere
del critico legato al Capitalismo italo-americano o al potere
politico dei critici. Questa è la problematica. Allora
cosa mi aspetto, mi aspetto una sola cosa: che quando non
ci sarò più si parlerà del lavoro che
ho fatto e forse anche di Lucrezia De Domizio Durini. Io non
lavoro per il presente, lavoro per il futuro e di tutto quello
che stiamo facendo qui a Venezia uscirà un grande libro.
Ho editato un libro che porta l’omonimo titolo che ho
dato all’Evento Beuys: “Joseph Beuys. Difesa della
natura. The Living Sculpture. Kassel 1977-Venezia 2007.
Omaggio a Harald Szeemnann”. È un libro che ha
come scopo primario portare alla luce “la comunicazione”
nervo vitale di Joseph Beuys e ha anche come scopo di fissare
la partecipazione di 180 relatori che sono stati invitati
attraverso video e discussioni. Il 13 maggio del 2008 rileggeremo
a Bolognano nella Piantagione Paradise rileggeremo tutto il
nostro lavoro svolto a Venezia. Sono grata a tutti i relatori
che sono venuti da molti paesi del mondo e tutti autogestiti
finanziariamente. Sono grata alla Thetis che mi ha permesso
di realizzare un sogno divenuto realtà invitandomi
a curare questo mio progetto, un progetto che si sposa con
il lavoro della Thetis per protezione dell’ambiente
e delle acque. Un progetto che ho gestito senza alcun sponsor,
un progetto di vita e d’amore per il futuro dell’arte,
per il futuro della società.
M.P.M.
Per chiudere questa lunga intervista le vorrei fare l’ultima
domanda-sintesi su Beuys qual è il progetto che rappresenta
la sua vita, il suo compendio?
Lucrezia
De Domizio Durini. Beuys ha realizzato attraverso
la “Difesa della Natura” il più grande
capolavoro sociale risvegliando nell’uomo la coscienza
dei valori umani. Tutto il Terzo millennio ha le radici del
pensiero beuysiano. Finchè esisterà una sola
pianta e un solo uomo sul pianeta terra vivrà l’Arte
Regale di Joseph Beuys.
M.P.
Michiel
Venezia Biennale, 19 luglio
2007
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