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52a Biennale di Venezia: Eventi Collaterali
Arsenale Novissimo: incontro con Lucrezia De Domizio Durini curatrice di ''Joseph Beuys. Difesa della Natura. The Living Sculpture”

52a Biennale di Venezia Eventi Collaterali
''Joseph Beuys. Difesa della Natura. The Living Sculpture. Kassel 1977-Venezia 2007. Omaggio a Harald Szeemann''
ideato e curato da Lucrezia De Domizio Durini
Venezia Arsenale Novissimo, Spazio Thetis
10 giugno-17 settembre 2007

M.P.Michiel. Baronessa De Domizio Durini o meglio, dal 2001 Cavaliere al merito della Repubblica Italiana quando e in quale circostanza conosce Joseph Beuys?

Lucrezia De Domizio Durini. La mia idea dell’arte è stata sempre un’idea dell’arte aperta con le altre discipline. Vengo da una famiglia di collezionisti, ho 71 anni e quando ho aperto gli occhi ho visto alle pareti della mia casa, non i crostoni di famiglia, ma i Braque, i Matisse, i Mirò, i Picasso, non certo sempre dei quadri, ma un disegno, una gouache, una grafica, anche un quadro ad olio magari, quindi senza pensare a delle grandi cose ma con un pensiero completamente aperto verso le avanguardie di quel periodo storico. Quindi la mia è una storia reale, che io ho amato tanto, perché mio padre era un uomo eccezionale. Quando ho iniziato – mia sorella è laureata in matematica e fisica – io invece mi sono sempre data all’arte ma principalmente alla scrittura, mi piaceva tanto esprimermi attraverso la scrittura. Quando ho iniziato ad avere un’identità nell’arte, non ho mai visto l’arte messa ad imbuto chiuso, ho sempre visto l’arte disposta a confrontarsi con le altre discipline con la filosofia, con la scienza, la matematica, la musica principalmente – io amo molto la musica – e ho lavorato in questa direzione aperta. Del resto non ho mai amato le metodologie dell’arte. Ho sempre tentato di conoscere gli artisti e le varie ricerche e ho avuto la fortuna di nutrirmi con lo spirito e l’energia di grandi uomini della storia, non solo dell’arte e ad essere testimone di eventi irripetibili. Quindi ho tentato sempre di dare agli altri le esperienze che ho avuto nella vita e anche nello stesso tempo,dare ed avere per costruire situazioni atipiche e coraggiose. Sono una donna molto curiosa ed anche molto intraprendente ma principalmente sono una persona coraggiosa. Coraggiosa di andare oltre i sistemi banali e tradizionali. Questo chiaramente porta a varie conoscenze, però, anche a vari rifiuti della società, dai vari stili politici ed anche tradizionali della vita e della cultura.
Avevo letto alla fine degli anni Sessanta un’intervista su “Flash Art” quando era un giornale di pensiero – parliamo all’inizio quando facevano una specie di grande giornale aperto - di un bravo artista che si chiama Gilardi, ancora oggi vivente, che in quel periodo lavorava nella politica e andando a Düsseldorf aveva fatto una interessante intervista a Beuys. Questo mi incuriosì tantissimo e dissi “non è possibile che un artista” – avendo conosciuto vari artisti, parliamo di Alviani, Ceroli, Rotella, Burri, Fontana e poi tutti gli artisti dell’Arte Povera e i Concettuali italiani, ma erano tutti artisti che vivevano una disciplina, una propria ricerca - quindi, mi sembrava assurdo “che un artista si aprisse alle realtà sociali, si interessasse alle varie problematiche umane, ideologiche della cultura, della vita come la scienza, l’agricoltura, la musica, l’economia, la politica, l’ecologia eccetera si interessasse in definitiva dell’uomo”. Questa intervista mi colpì moltissimo e allora scrissi a Beuys una lunga lettera chiedendo di incontrarlo, perché caso strano il suo pensiero di artista si incontrava con il mio pensiero di operatrice culturale. Beuys mi rispose subito. Ho una grande corrispondenza non solo con Beuys ma con tantissimi artisti perché mi sono sempre ritenuta una collezionista non di opere ma di rapporti umani, ci tengo moltissimo a questa mia definizione: “collezionista di rapporti umani”. Beuys mi rispose che era in giro per il mondo in quel periodo però sarebbe venuto a Napoli – la prima volta in Italia – il 13 novembre 1971 e mi diede un appuntamento alla galleria di Lucio Amelio, un gallerista che oggi non c’è più ma che è stato un grande gallerista, che ho stimato e stimo tantissimo, anzi apro una parentesi: nel prossimo settembre ci sarà una mostra a Milano in omaggio a Lucio Amelio per ricordare il lavoro svolto negli anni . Mazzotta e Bonomi, promotori, mi hanno invitata a partecipare con opere del Maestro tedesco, dato che posseggo un’ingente collezione di lavori, ma essendo impegnata qui a Venezia con l’Evento Beuys in Biennale, mio malgrado sono stata costretta a rinunciare. Ho dato loro dei suggerimenti, come per esempio prendendo l’opera che ho regalato al MART di Rovereto il “Grassello” o facendo collaborare Antonio d’Avossa, l’unico critico italiano che si interessa di Beuys e che dal 1990 ha dedicato completamente lo studio ed il pensiero all’opera di Joseph Beuys . Inoltre ho anche proposto un mio testo… ma credo che l’impostazione della mostra abbia una visione diversa dai miei concetti di collaborazione … Allora per ritornare, il 13 novembre andai a Napoli. Lucio Amelio è stato un grande gallerista che fece conoscere all’Italia i più grandi artisti del mondo come Rauschenberg, Warhol, Richter e tanti altri e quindi andai, anche perché mio marito, che era un biologo ricercatore, ha scritto libri sulla temperatura delle farfalle in volo e studioso anche del plancton marino, in quel periodo faceva delle ricerche personali all’Acquario di Napoli. Così andammo, ma la galleria di Lucio, che era in piazza dei Martiri, era molto piccola ed era un periodo molto caldo – caldo politicamente, parliamo degli anni Settanta - c’era una grande confusione di ragazzi … vedemmo Beuys da lontano… la galleria era piena impraticabile ….andammo via senza poter parlare con Beuys. Il giorno dopo decidemmo di andare a Capri e sul traghetto incontrai Lucio, Beuys, con la famiglia: la moglie Eva e i suoi due figli Wenzel e Jessica allora molto piccoli. Lucio mi chiamò subito, perché ero molto amica, ho aiutato molto Lucio comperavo da lui delle opere, perché non aveva grandi possibilità e tutti quanti noi cercavamo di aiutarlo. Lucio Amelio era una persona eccezionale. Beuys mi vide e mi disse “You are Lucrezia” “Ja, you are Beuys” “Ja”. Così lui fece una TAC a me e io feci una TAC a Beuys. Poi iniziò a parlare con mio marito… si immagini…. mio marito proprietario terriero, scienziato, intellettuale puro… e così cominciammo a parlare di campagna, di piante, di natura e di uomini… e anche della nostra reciproca visione dell’arte. I due giorni che dovevamo passare in vacanza li trascorremmo insieme a Beuys, alla sua famiglia e a Lucio Amelio. Beuys ci invitò poi a Dusseldorf e noi accettammo l’invito. Sono quei soliti inviti che si fanno… Ritornammo a Pescara e dopo una settimana ricevemmo un pacco, dentro c’erano due grandi libri e nella prima pagina dedica… timbri… disegni… I libri erano di suo suocero Wurmbach, uno scienziato, un premio nobel . Deve tenere presente dottoressa che la famiglia Wurmbach era una famiglia veramente di cervelloni, come si dice. La moglie di Beuys è una delle più grandi studiose di Leonardo da Vinci, il fratello della moglie di Beuys è uno ornitologo importantissimo. Quando nacque il libro “Incontro con Beuys” ideato e concepito con la collaborazione di Beuys, un unicum, Beuys volle aprire con l’immagine dei 2 libri inviatici in regalo. Appena ricevemmo questi libri telefonammo… siamo nel 1971 e fino ad oggi sono qui a Venezia per parlare e portare avanti il pensiero di Joseph Beuys.

M.P.M. Quindi la sua era una vita già ricca di eventi aveva fondato un importante centro per l’arte contemporanea a Pescara con artisti e critici del Concettuale, dell’Arte Povera. Che cosa allora le ha portato il pensiero di Beuys che prima non aveva?

Lucrezia De Domizio Durini. Io sono stata come le ho detto una donna fortunata per una questione culturale, di famiglia, sociale, economica, ho realizzato tanti sogni. Però io credo che ognuno di noi ha dei sogni nel cassetto. Beuys mi ha fatto tirare fuori quel sogno che avevo nel fondo del cassetto per realizzare me stessa, la mia identità, il mio modo di vivere e di pensare. La filosofia beuysiana anche se in una maniera completamente diversa rappresentava la mia filosofia di vita e di concezione dell’Arte pur essendo di generazioni diverse, pur avendo cariche completamente diverse. Con Beuys ho realizzato me stessa. Sono una donna che benché abbia avuto molte disgrazie personali, molte morti tragiche, ho realizzato e realizzo me stessa con coraggio, con il rispetto dell’altro, con una generosità estrema e con energia e passione vado sempre avanti e sempre, proprio sempre, senza compromessi, perché la vita è già un compromesso. Per me non è un lavoro ciò che faccio o creo, per me l’arte è l’unica possibilità per esistere.
Forse Beuys aveva intuito subito la mia personalità e mi ha affidato: “La difesa della natura”, il quarto e ultimo slogan, l’ultimo grande capolavoro di Joseph Beuys ed questo che mi unisce indissolubilmente al Maestro tedesco. Una colossale operazione svolta in Italia negli ultimi quindici anni della sua vita in cui l’artista ha sedimentato un ricco percorso operativo e spirituale con la mia costante collaborazione, in un contesto nel quale il senza limite gioca un ruolo primario di specularità tra espansione di pensiero ed energia umana. Il rapporto con la Natura è sempre stato un tema costante in Beuys. Un lavoro che iniziò con archetipi disegni nei suoi primi anni di artista e riprese in Italia negli ultimi anni della sua vita in difesa dell’uomo e a salvaguardia della natura. E’ in Italia che il suo concetto di Utopia Concreta si realizza attraverso la triade delle Piantagioni Seychelles – Bolognano – Kassel in Utopia della Terra. La Difesa della Natura di Joseph Beuys non va intesa solamente sotto un aspetto ecologico, ma va letta principalmente in senso antropologico. Difesa dell’uomo, dei valori umani, della creatività. In questi anni, dopo la scomparsa del Maestro tedesco, molto è stato scritto intorno al suo lavoro e della sua vita, in numerosi paesi e in diverse lingue, ma poco o troppo poco e, forse, deliberatamente, si è detto degli importanti segnali che Joseph Beuys nei suoi ultimi quindici anni ha lasciato in Italia e specificatamente in Abruzzo. L’Italia è il luogo dei viaggi desiderati e realizzati dall’anima romantica nordica, in una linea che da Goethe passa per Nietzsche sino allo stesso Beuys, che tuttavia muta radicalmente la condizione contemplativa di questo topos della cultura tedesca, la ribalta verso una trasformazione dell’humus. Dal 1971 fino a pochi giorni dalla sua morte, la sua presenza è stata costante più che in qualsiasi paese nel mondo. Credo che non sia stata casuale la continua presenza di Beuys in Italia, sono certa che la sua fu una precisa scelta culturale dove l’elemento umano e il materiale natura, nella loro reversibile disponibilità esercitarono una forte pressione intuitiva sull’uomo – artista. Joseph Beuys in Abruzzo trovò l’humus fertile per spandere il suo credo fatto di amore e di fraterna collaborazione tra uomini liberi e creativi.

M.P.M. A quando risale il contatto di Beuys con l’antroposofia di Steiner e quali sono stati gli insegnamenti fondativi per lo “stile” beuysiano?

Lucrezia De Domizio Durini. C’è un grafico, molto importante, fatto da Beuys, nella sua casa di campagna a Wert, quando passammo la Pasqua insieme nel 1975. É un lavoro scritto da Beuys con penna rossa e come lei sa Beuys è un simbolico, quindi la scrittura in rosso è una scrittura importante, indica energia, dove Beuys scrive e descrive tutti i libri importanti che gli sono stati utili per poter apprendere i pensieri di grandi filosofi, scienziati, antropologi, ecc. Beuys poteva nascere solo e soltanto in Germania, come Warhol in America. Beuys è imbevuto di tutto il Romanticismo tedesco, dalle filosofie che i vari filosofi avevano concepito. Però qual è la grandezza di Beuys? Le dico anche in relazione a Steiner dato che ne stiamo parlando. Perché Beuys è molto vicino a Steiner, anzi può essere considerato il padre per Beuys. Ma qual è la grande differenza tra l’Antroposofia di Steiner e quella di Beuys? Steiner crea il Goetheanum, Beuys crea la Free International University. Questo vuol dire tutto. Cioè il lavoro di Steiner è elitario, è chiuso mentre il lavoro di Beuys è verso il mondo, si rivolge alle problematiche sociali, guarda sempre verso il futuro, quindi possiamo dire che Beuys apprende non solo da Steiner ma anche da Shelling, Novalis, Goethe, Holderlin, dai grandi del passato ma sedimenta antropologicamente il passato, lo mette in analisi comparata con le realtà del tempo presente, per creare un futuro migliore. Da non dimenticare che Beuys è un artista che non lavora nello spazio, lavora per il tempo! Quello che stiamo facendo qui ogni giorno alla Thetis, lo dimostra, è in relazione con la realtà nella vita contemporanea. E questo mio attivo e concreto Progetto lo dimostra ancora di più!
È necessario pensare a tre grandi momenti rivoluzionari e storici dell’arte: il primo è rappresentato da Leonardo da Vinci, il secondo dagli impressionisti francesi, il terzo da Beuys. Joseph Beuys rompe con la tradizionalità dell’arte. Personaggio atipico rispetto le correnti artistiche – invano si è cercato di inserirlo ora nel Minimalismo, ora nell’Arte Povera, prima tra i Performers, poi tra i Concettuali, - Beuys è riuscito a rivestire la sua stessa persona di arte, e l’arte della sua persona. Questo significa molto di più della mai sopita idea di unità tra l’arte e la vita. Beuys, ponendo se stesso all’interno dell’opera d’arte, intende sottolineare il potere antropologico di tutta l’arte. Joseph Beuys è uno tra i più emblematici e significativi personaggi della storia dell’arte mondiale del secondo dopoguerra. Beuys è l’artista che più di ogni altro ha saputo e voluto incarnare la figura umana del superamento dell’arte, tendendo i propri sforzi in direzione del territorio utopico dell’energia naturale e della comunicazione spirituale: la realtà come spettro fenomenologico delle possibilità umane. L’arte di Joseph Beuys è ancora tutta da approfondire, da leggere, da studiare.

M.P.M. In effetti è inclassificabile…

Lucrezia De Domizio Durini. …non è una questione di inclassificabilità è un unicum fenomenologico e non bisogna mai dimenticare che Beuys non ha creato nessun metodo, ha lavorato l’intera sua vita per il miglioramento dei metodi esistenti nella società.
Beuys per primo ha capito che l’uomo aveva messo da parte tutte le problematiche umanitarie e l’uomo si era dato totalmente alle problematiche scientifiche, queste hanno portato ad un’alta tecnologia e poi al consumismo e il consumismo alla perdita dei valori umani. Quindi Beuys cinquant’anni prima ha capito che l’uomo stava perdendo identità. Beuys ha risvegliato e risveglia nella coscienza di tutti gli uomini l’identità di essere un vero uomo. La crisi dell'uomo contemporaneo, la perdita di identità, sono le motivazioni essenziali che hanno impegnato tutta la vita dell'uomo e dell'artista Joseph Beuys. Egli ricercava attraverso la realtà una via di accesso alla verità, che non è nel trovarla nell'arbitraria invenzione del sistema in cui viviamo, ma esiste già nel mondo; l'uomo non deve fare altro che riscoprirla, attraverso se stesso e nella natura. Quindi l'uomo e la natura, con l'animo riconciliato, costruiranno un mondo vero. Questo è il concetto del pensiero beuysiano Joseph Beuys ha posto l'uomo al centro della sua ricerca artistica, l'uomo e l'energia creativa dell'uomo. In questo senso il Maestro tedesco si è occupato di politica, di economia, di agricoltura, di ecologia e di tutti quei problemi che coinvolgono quotidianamente l'individuo.
Ho sempre considerato Beuys come un diamante. Un diamante presenta molte facce; ogni faccia rende visibili per trasparenza le altre, pur nella sua compattezza e unità.
Per comprendere quindi l'opera di Beuys e poterne dare un giudizio, è assolutamente necessario non limitarla in chiave formale, ma considerarla profondamente nella sua totalità, analizzando la complessità delle sue articolazioni, gli aspetti di attenzione per il sociale e per tutte le sue implicazioni, in modo da comprendere la vera motivazione del suo agire e la finalità della sua arte.

M.P.M. Tuttavia per introdurre il suo lavoro nella storia dell’arte, anche il suo operato va in qualche modo classificato, quindi come nascevano queste sue performances che lei ha vissuto, ha visto farsi?

Lucrezia De Domizio Durini. Intanto per comprendere le performances di Beuys bisogna capire che tutto il lavoro di Beuys va diviso in quattro grandi periodi. Beuys, come le ho detto in precedenza, avendo capito che l’uomo stava perdendo identità, ha messo l’uomo al centro del suo lavoro e l’energia libera e creativa che tutti gli uomini posseggono su questa terra. Quindi il primo grande slogan di Beuys è “Tutti gli uomini sono artisti” questo all’inizio è stato malignamente interpretato dai critici specialmente dai critici italiani. Beuys non voleva dire che tutti gli uomini sono dei pittori ma che tutti gli uomini hanno una energia creativa, che messa in atto porta un bene per sé stesso e un bene fruttifero per la società. Beuys per far comprendere la sua filosofia e il suo fare, ha usato l’unico mezzo possibile che era il simbolismo. Beuys è stato il più grande simbolista della storia dell’arte. In tutta l’opera di Beuys vi è una forte connotazione simbolica, che in parte va a riunirsi all’interesse scientifico in senso sperimentale e in parte confluisce nella zona intuitiva e creativa dell’uomo. Basterebbe soffermarsi sul suo abbigliamento da considerarsi come uniforme: il cappello, segno sapienzale e iniziatico, il giubbotto da “pescatore di anime”, che rimanda alla figura dello sciamano e del Cristo, il frammento di lepre sul petto, similitudine che fissa il principio del movimento e della metempsicosi, jeans, segno della rivoluzione dei costumi, gli scarponi, segno di dinamicità, del viandante. In questo senso simbolico, i materiali beuysiani rivestono una gamma assai varia. Perché i simboli, le metafore, rendono più chiara al fruitore un’idea. Anche il suo stesso abbigliamento era un uniforme simbolica e sempre per ricordare la sua filosofia fatta di solidale e libera collaborazione fra gli uomini. Quindi anche per le sue performances ha usato materiali simbolici dove l’energia libera dell’uomo e la collaborazione sono segni evidenti. Strinse, nei primi anni settanta, un rapporto di intesa con l’ideatore di Fluxus, l’americano Georg Maciunas, e partecipò a diverse esibizioni pubbliche del gruppo. Fra coloro che aderirono al progetto Fluxus, val la pena di ricordare Nam June Paik, Wolf Vostell, Merce Cunningham, John Cage e Daniel Spoerri, Charlotte Moorman, Robert Filliu, Bazon Brock. Con Fluxus, Beuys condivise l’idea dell’arte come strumento di coscienza. Quindi: l’arte è dappertutto ed è per tutti. In parallelo, incominciò l’attività espositiva in proprio, presentando azioni, lavori di scultura e disegni. Desidero ricordare alcuni titoli, ormai celebri, “Come spiegare i quadri ad una lepre morta” del 1965, “Eurasia” e “Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda”, del 1966, “Vakuum Masse”, del 1968, “Voglio vedere le mie montagne” del 1971. Tutto ciò servì a precisare la sua identità artistica, mai completamente assimilabile a situazioni precostituite e consolidate. Mi fa anche piacere ricordare dato che abbiamo parlato del Fluxus, Merce Cunningham un mio caro amico, con il quale sto lavorando ad un libro. Due anni fa sono stata invitata al Lincoln Center di New York per il suo cinquantesimo anniversario, Merce mi ha dato materiali rarissimi, fotografie, disegni anche di questo straordinario personaggio ci sarebbe tanto da parlare. Beuys nel movimento Fluxus restò solo tre anni, perché il movimento era circoscritto su se stesso, non c’era comunicazione secondo i concetti beuysiani. Il mio progetto di Intercomunication Project ha avvicinato Beuys a me ed io a Beuys. Quando io ho incontrato Beuys, Beuys era già famoso in tutti i musei del mondo. Beuys si è interessato al mio progetto di intercomunicazione poiché sapeva che dando a me l’eredità del suo quarto grande slogan “Difesa della Natura” avrebbe avuto per sempre una protezione culturale e una leale diffusione del suo pensiero. Non bisogna dimenticare che per Beuys la fotografia e la firma erano un’estensione del suo pensiero, quindi firmava tutto. Le reali opere di Beuys devono essere catalogate in libri editi prima della sua morte, tutte le altre sono “souvenir”. Vorrei anche puntualizzare: Beuys è innanzitutto uno Scultore. Nel mio libro (per cui ho preso un premio) “Beuys Scultore di Forme. Beuys Scultore di Anime” ho definito Joseph Beuys il più emblematico scultore del XX secolo: Scultore di forme, Scultore di anime.
Per le sculture formali Beuys ha usato tutti quei materiali che chiamo “Visibili” e che metaforicamente indicano energia, calore (rame, feltro, grasso, vino…) mentre per realizzare la sua Scultura sociale – Living Sculpture – si è servito di materiali “Invisibili” (parole, gesti, intuizione, odori, rumori, suoni, comportamento…) affinché si attuasse un processo di solidale collaborazione tra differenti uomini e sempre nel rispetto della libertà e della creatività umana.
Si potrà quindi comprendere che i materiali usati per le sue opere, azioni e discussioni non hanno alcuna relazione con quelli adoperati dall’Arte Povera o dai Minimalisti americani; essi oltrepassano il puro processo rappresentativo e interpretano il flusso dell’energia umana nel senso naturale e primitivo, il flusso della vita e della morte, dell’uomo e della socialità dell’arte.
Si comprende quindi come l’arte per Beuys fosse tutt’uno con la vita. Questo significa Arte Antropologica. Questo concetto divide la nuova arte da quella tradizionale, divide il passato dal presente.Un’arte quella di Beuys che guarda costantemente il futuro: il futuro dell’arte, il futuro dell’umanità. La Scultura Sociale di Beuys è intesa come un processo permanente di continuo divenire dei legami ecologici, politici, economici, storici e culturali che determinano l’apparato sociale. Solamente attraverso la “Living Sculture” è possibile scardinare il miserabile sistema in cui l’uomo contemporaneo è incappato. Una collaborazione fatta da uomini liberi di differenti razze, origini, religioni, ceti sociali, culturali ed economici.

M.P.M. Sono saltate molte domanda che volevo farle perché vedo che lei mi ha risposto in maniera molto larga ed esauriente…

Lucrezia De Domizio Durini. …anche perché le ho detto solo il primo e l’ultimo slogan poi ci sono altri due slogan di Beuys: “La rivoluzione è dentro di noi e nelle nostre idee risiede l’unica rivoluzione possibile”: “La rivoluzione siamo noi” è il secondo slogan del Maestro tedesco. Solo nel nostro comportamento e nella comprensione vi è “evoluzione”.
In questo secondo slogan Beuys intende che “L’evoluzione siamo noi” e ci porta allo studio di due grandi concetti beuysiani la sofferenza e la comprensione. Beuys diceva che la sofferenza è terapeutica. Il raggiungimento della libertà, per l’uomo, per una nazione, per il mondo intero, deve procedere di pari passo con il raggiungimento della non violenza Beuys toccò anche nella sua arte tutte le problematiche dell’economia innestate sulle tematiche sociali e culturali della vita.
Il terzo slogan di Joseph Beuys “Kunst =Kapital” si rivolge alla cultura quale primario capitale della società. La prima grande economia nasce dalle capacità dell’uomo.
Concetti che il Maestro tedesco ha sviluppato nell’intera sua vita, con tutti i mezzi e con la sua stessa persona. Beuys ha proposto l’istruzione come fonte primaria del corpo sociale creando formule pedagogiche di estrema importanza per la rinascita di una nazione civile come gli Uffici per la Democrazia Diretta e la F.I.U. (Free International University). Desidero ricordare anche Joseph Beuys nell’Appello per l’Alternativa e Azione Terza Via – Iniziativa promozionale – Idea e tentativo pratico per realizzare una alternativa ai sistemi sociali esistenti nell’Occidente e nell’Oriente.

M.P.M. Ecco quindi cosa si aspetta da questa partecipazione alla Biennale di Venezia a trent’anni di distanza da Kassel?

Lucrezia De Domizio Durini. Dunque io non mi aspetto niente specialmente dalla cultura italiana. Ho invitato nella Conferenza Permanente dei 100 Giorni sia le persone che hanno conosciuto e lavorato con Beuys. che quelle del “post-Beuys”. Ho invitato 180 persone. La Free International University di Berlino, di Londra, di Amsterdam e qui lei vede che ci sono delle realtà tutto quello che facciamo è registrato, videofilmanto e fotografato. Abbiamo avuto personaggi della scienza e dell’arte, che sono venuti dalla Francia, da Londra, dal Giappone come dagli U.S.A. Abbiamo avuto i disabili, i malati mentali, i bambini dai 2 ai 5 anni che con la loro formazione hanno fatto pitture. Abbiamo avuto tre gruppi di extracomunitari, abbiamo in continuazione lavori per 100 giorni. Dall’Italia non mi aspetto niente perché l’Italia è in un degrado totale, vive una crisi spirituale, intellettuale e culturale totale. Non abbiamo istituzioni. Per quanto mi riguarda la Biennale di quest’anno è il massimo del degrado che ci possa essere non è accettabile che nei giorni del vernissage si faccia la Fiera dell’Arte siamo arrivati troppo in basso… Se poi dovessi parlare della rappresentanza italiana allora veramente bisogna vergognarsi di essere rappresentati come le “Veline”in TV… Non è Lucrezia De Domizio Durini che lo dice. Le faccio leggere i giornali francesi o tedeschi ma questo dipende che non ci sono più operatori culturali seri, professionisti, appassionati d’arte. Con la morte di Harald Szeeman è finita l’epoca dei grandi uomini. Questi uomini sono o degli artisti falliti che si mettono a fare i curatori o sono dei personaggi che hanno dietro un back-ground di fabbriche, di industrie, non hanno niente a che fare né con l’arte, né con la passione della cultura. Sono o da una parte politicizzati o dall’altra parte appartengono al capitalismo italo-americano. Questa Biennale è un reportage di tutto quello che noi abbiamo déjà-vu nelle televisioni e nei newspaper di tutto il mondo. E’ degradante la maniera in cui è stata concepita anche a livello estetico. Sono stata a Kassel ho visitato minuziosamente Documenta 12 è elegante, è professionale, anche se ha le stesse problematiche culturali perché non si parla altro che di guerra, però lo sanno fare in maniera estetica Noi invece siamo dei “cheap”, miserabili portatori di virus, un virus che ha invaso tutta l’Italia, uguale alla politica sia di destra che di sinistra. Io ho avuto la fortuna in 71 anni di liberarmi dei due grandi plagi che occupano tutte le menti umane: le politiche e le chiese! Noi viviamo in uno stato di degrado morale etico e culturale. La politica è debole, gli uomini non hanno più valori, perché non c’è valore negli uomini che ci governano e che ci hanno governato. E’ da 50 anni che noi viviamo il degrado! Non importa quello che sceglie la Francia, la Germania, la Spagna però scelgono. E’ vero che tutto il mondo è in crisi, perché la crisi oggi è mondiale, è vero che ormai stiamo vivendo nella globalizzazione. Harald Szeemann nella Biennale del 2001 aveva prevista questa attuale globalizzazione ma il problema in Italia è degli operatori culturali e non degli artisti. Finché ci sarà una sola pianta, ci sarà l’arte. Conosco bravi artisti che io chiamo “Artisti del silenzio” che non hanno voluto cedere al potere del critico legato al Capitalismo italo-americano o al potere politico dei critici. Questa è la problematica. Allora cosa mi aspetto, mi aspetto una sola cosa: che quando non ci sarò più si parlerà del lavoro che ho fatto e forse anche di Lucrezia De Domizio Durini. Io non lavoro per il presente, lavoro per il futuro e di tutto quello che stiamo facendo qui a Venezia uscirà un grande libro. Ho editato un libro che porta l’omonimo titolo che ho dato all’Evento Beuys: “Joseph Beuys. Difesa della natura. The Living Sculpture. Kassel 1977-Venezia 2007. Omaggio a Harald Szeemnann”. È un libro che ha come scopo primario portare alla luce “la comunicazione” nervo vitale di Joseph Beuys e ha anche come scopo di fissare la partecipazione di 180 relatori che sono stati invitati attraverso video e discussioni. Il 13 maggio del 2008 rileggeremo a Bolognano nella Piantagione Paradise rileggeremo tutto il nostro lavoro svolto a Venezia. Sono grata a tutti i relatori che sono venuti da molti paesi del mondo e tutti autogestiti finanziariamente. Sono grata alla Thetis che mi ha permesso di realizzare un sogno divenuto realtà invitandomi a curare questo mio progetto, un progetto che si sposa con il lavoro della Thetis per protezione dell’ambiente e delle acque. Un progetto che ho gestito senza alcun sponsor, un progetto di vita e d’amore per il futuro dell’arte, per il futuro della società.

M.P.M. Per chiudere questa lunga intervista le vorrei fare l’ultima domanda-sintesi su Beuys qual è il progetto che rappresenta la sua vita, il suo compendio?

Lucrezia De Domizio Durini. Beuys ha realizzato attraverso la “Difesa della Natura” il più grande capolavoro sociale risvegliando nell’uomo la coscienza dei valori umani. Tutto il Terzo millennio ha le radici del pensiero beuysiano. Finchè esisterà una sola pianta e un solo uomo sul pianeta terra vivrà l’Arte Regale di Joseph Beuys.

M.P. Michiel
Venezia Biennale, 19 luglio 2007

   
   
   
   
   
   
   
Foto © MPMichieletto

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