Inaugurazioni
“L’apparato più bello del lavoro d’artista
è il divertimento!” per Mario Ceroli, artista

L'artista Mario Ceroli e il professor Maurizio Calvesi
Mario Ceroli
“Vedere… vedere… vedere”
Galleria Emmeotto
Roma, via Margutta, 8
4 dicembre 2007-31 gennaio 2008
M.P.Michiel.
La prima personale nel 1958…
Mario Ceroli.
…ma che cominciamo…
M.P.M.
…no, no voglio solo sapere: la prima mostra a vent’anni,
quelle energie, creative, potenti, si sono tutte dipanate
nel corso della sua carriera?
Mario Ceroli.
No! Le ho tutte distribuite in questi anni. Siccome ho fatto
una domanda per regalare i miei anni a qualcuno… fino
adesso ne ho regalati 26 credo. Adesso avrei 28-29 anni, 30
anni 31 a chiudere! No, l’unica vera grande energia
è che ancora mi diverto a lavorare. E credo che questa
sia l’unica cosa positiva che ti dà anche vita.
Cioè è talmente divertente questo mestiere che
domanimattina è ancora più divertente, indipendentemente
dal fatto dell’opera d’arte. Ma quale opera d’arte,
non c’è l’opera d’arte! L’opera
d’arte la fanno altri.
M.P.M.
…la storia dell’arte?
Mario Ceroli.
Non lo so! Comunque in questo mestiere la cosa più
bella, l’apparato più bello è il divertimento.
Non credo che si possa parlare di… poi l’artista
non soffre, mai. L’artista è allegro.
M.P.M.
La domanda sull’Arte Povera è doverosa perché
lei è stato così inserito nei libri di storia
dell’arte…
Mario Ceroli.
…sono stato forse anche… non voglio dire il papà
perché siamo tutti una generazione…
M.P.M.
…sì certo, ma c’è qualcosa che
rifiuta di questa definizione e…
Mario Ceroli.
No. No, no! E’ come quello che le dicevo prima. L’altro
giorno ho incontrato Germano Celant che era venuto qui a Roma,
alla Camera per la presentazione del “Quarto Stato”
di Pellizza da Volpedo e io feci, nel 1984 il “Quinto
Stato” quasi come anticipazione alla seconda Repubblica.
Allo stesso modo per la Cina, io l’ho fatta nel 1966
e solamente nel 1979 hanno scoperto nel Siam i Guerrieri di
terracotta. Questo per rispondere… è il grande
divertimento. E’ qualcosa che non ti fa dormire, è
una cosa che tiene sempre sveglio, è una grande allegria,
una grande voglia di vivere, una grande voglia di vedere domanimattina
cosa fai. Perché queste cose qui (in galleria n.d.r.)
sono vecchie. Io l’ho fatto perché Netta (Vespignani
n.d.r.) l’ha voluto. Ma io avrei voluto fare una
cosa nuova perché io… insomma è la parte
vitale di chi fa questo mestiere.
M.P.M.
Tra le innumerevoli cose che ha fatto lei ha realizzato
due opere dove in una c’è scritto “SI”
e nell’altra “NO”. A chi lo diceva e oggi
a chi lo direbbe?
Mario Ceroli.
Mah! Sì e no è una cosa che… in fondo…
è l’amore! Solo che nessuno sa dire sì.
Sono molti che si tirano indietro come se avessero paura.
M.P.M.
…e dicono no.
Mario Ceroli.
…no… non lo dicono nemmeno, dicono “ni”.
Ma l’amore… questa è un’altra cosa
di chi fa questo mestiere è il grande amore che ti
trasmette fare questo lavoro, è qualcosa che non si
può… raccontare!
M.P.M.
Le sue sagome mi hanno fatto pensare al modo di lavorare
nel passato le sagome ritagliate e riutilizzate artigianalmente
per guadagnare tempo, penso alle opere di Piero della Francesca.
Invece le sue sagome al contrario si allargano nello spazio
e nel tempo.
Mario Ceroli.
No io lo faccio perché io le sagome le ricavo dall’ombra.
Cioè uso l’ombra che è la cosa, è
il vero grande amico che non ci abbandona mai. L’ombra
è qualcosa che racconta il nostro io e le mie sagome
nascono dall’ombra.
M.P.M.
Lei ha fatto molte cose diverse, molte mostre in Italia
e all’estero, cinema, televisione e soprattutto teatro,
in quale ambito si sente più apprezzato come categoria
sociale, come artista?
Mario Ceroli.
Non lo so, non lo so. Io credo… cosa le devo dire…
mi diverto ovunque. Certo se mi hanno chiesto di fare delle
cose in teatro io l’ho fatto perché mi piaceva
molto e poi l’ho fatto veramente alla grande, con grandi
registi, grandi personaggi. Ma una cosa posso dire: c’era
scritto sul giornale di oggi “lo scultore-scenografo”
no, non per un fatto di categoria, insomma le cose che ho
fatto in teatro, non erano scenografie. La scenografia è
qualcosa d’altro, è arredare il palcoscenico.
Io penso però… - lì devo morire prima
che se ne accorgano -: è successo qualche anno fa,
un giornalista che voi conoscete, senza fare il nome, disse
che facevano un omaggio a Svoboda e io ho detto “ma
perché non fate un omaggio a Ceroli?” Io ho fatto
il teatro vero… si è interrotto poi quel teatro
ottocentesco, fatto con la cartapesta. Lei si ricorda quando
hanno girato “Cleopatra” con Richard Burton ed
Elisabeth Taylor? Io avevo lo studio in via Gregoriana e facevo
già questo mestiere, già la mia prima mostra,
ma la cosa che mi è sempre piaciuta è lavorare,
ancora adesso. Io facevo 20metri quadrati al giorno a Cinecittà
per fare le scene di Cleopatra, ma mi sono divertito tanto,
ed era la cosa più divertente al mondo perché…
Che strana cosa… a chi capita a chi può capitare
una cosa del genere? A chi è stato “pizzicato”,
e la cosa bella e che quando si è “pizzicati”
ci si accorge di essere “pizzicati” e quello è
qualcosa che non si batte. Poi l’altra esperienza con
Ronconi i Lunatici che era uno spettacolo ottocentesco, fatto
di cartapesta. E poi abbiamo fatto il Riccardo III. Dell’Orlando,
invece, io ero anche autore ma poi c’è stata
una piccola discussione e allora la fece il mio assistente
che era Giorgio Bertà.
M.P.M.
Lei ha anche progettato chiese ed interni di chiese: erano
commissioni ecclesiastiche pubbliche oppure di laici interessati
al suo modo di interpretare il messaggio evangelico?
Mario Ceroli.
Nel ’68 a Porto Rotondo, in Sardegna, avevo fatto la
piazza, la chiesa, il teatro e quello l’ho regalato.
La chiesa di Tor Bella Monaca mi è stata ordinata col
consenso del Vicariato e allora c’era il cardinal Poletti
ma che cosa è successo? quando io stavo lavorando già
sul posto mi è arrivata una lettera dal Vicariato che
mi esonerava dall’incarico perché dicevano che
io “avevo un Cristo non redentore”! Allora ci
siamo visti, siamo andati là, io ho detto “scusi
Eminenza, si parla tanto della Pasqua e della Resurrezione
e ogni volta noi dobbiamo vedere questo poveraccio sempre
con la lancia nel costato, la corona di spine, ma la redenzione
dov’è? Quando poi suonano le campane che cosa
facciamo gli attappiamo i buchi. A parer mio ci vuole anche…”
…12 ore dopo, di nuovo un altro telegramma ed ero stato
riammesso ad avare avanti. Poi ne ho fatta un’altra
a Napoli al Centro Direzionale di Napoli poi un altra all’Istituto
Superiore di Polizia. La cosa divertente e che io a Roma a
Tor Bella Monaca ho spostato l’altare - contro l’idea
dell’architetto - e l’ho messo al centro, l’ho
spostato di 25 metri, stava addosso alla parete, e io ho detto
“è meglio che sia in mezzo all’assemblea”.
Ho avuto la sensazione come se fossi un grande esperto di
arte sacra.
M.P.
Michiel
Roma, 4 dicembre 2007
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