Inaugurazioni:
11 giugno 2009
Martina Cavallarin, curatrice: raffinatezza e bellezza
la chiave vincente in questo momento storico

Target with
Seven Faces. Alice Andreoli, Federico Arcuri, Giulio Cassanelli,
Giuseppe Ciracì, Davide Lovatti, Svetlana Ostapovici,
Annalisa Riva
Galleria EMMEOTTO
via Margutta, 8 – Roma
fino al 24 luglio 2009
M.P.Michiel.
Sei reduce dall'aver curato un evento alla
Biennale di Venezia ora qui inauguri una collettiva: chi
sono gli artisti?
Martina Cavallarin.
Questi artisti sono sette giovani che lavorano con
linguaggi completamente diversi e per questa mostra ho preso
un tema curatoriale che partiva da un vecchio discorso del
1955 di un quadro di Jasper Johns che si intitolava 'Target
with four faces' al quale ho aggiunto tre facce perché.
Il quadro era stato fondamentale non solo per l'evoluzione
dell'artista ma per definire una corrente di giovani che erano
un po' rivoluzionari ma un po' cattivi, un po' spigolosi però
con un linguaggio già preciso e con un loro percorso
già delineato e mi era piaciuto quello che 'Artnews'
aveva scritto -io leggendolo sui libri di storia dell'arte
rispetto a quegli artisti- ed è molto bello pensare
che poi nel respiro biologico della storia, senza avere la
presunzione di pensare che né io né loro possano
essere i Jasper Johns del futuro però nella speranza
che tutti questi aggettivi sicuramente si adeguano a questo
tipo di mostra che vede artisti con differenti linguaggi,
con delle fortissime peculiarità, con uno sguardo fortemente
individuale, tagliente e obliquo anche seducente e accattivante
perché in questo momento storico -gli anni Settanta
sono ormai assolutamente finiti, noi veniamo dall'Arte Povera,
dai grandi movimenti, dalla citazione della memoria culturale
della Transavanguardia- però in questo momento, fare
delle cose belle non vuol dire che mancano di contenuto. Questi
artisti sommano una raffinatezza e una bellezza -che fino
a dieci anni fa erano 'parolacce'- a un contenuto molto forte
e io credo che questa sia la chiave vincente in questo momento
storico.
M.P.M. In
analogia con l'attualità Biennale, dove tra l'altro
c'erano moltissime artiste, anche qui tre su sette sono donne
quindi un contemporaneo nutrito di presenza femminile: che
cosa riscontri nelle nuove generazioni di artiste rispetto
per esempio agli anni Ottanta/Novanta?
Martina Cavallarin.
Mah, io credo che questo vada di pari passo con l'evoluzione
sociale io non credo che la donna si sia più evoluta
culturalmente, voglio dire la più grande delle contemporanee
è Artemisia Gentileschi perché la grande arte
è sempre contemporanea per cui Caravaggio, Artemisia
Gentileschi sono sempre lì, ci guardano e comunque
adesso c'è una propositività che è abbastanza
rilevante. Io sono una piccola curatrice ma quando mi ritrovai
a sfogliare il colofon delle due biennali precedenti -in cui
il mio nome era solo come coordinatrice poi di Achille Bonito
Oliva con cui ho lavorato tanti anni- in realtà lo
guardai per cercare di capire che impostazione dare al mio
e cercai le mostre curate da una donna: non ce n'era una e
sono stata una curatrice donna che ha fatto una mostra da
sola. La mostra della biennale è nata sulla questione
del femminile perché il luogo era sant'Elena e avevo
bisogno di una sensibilità femminile per affrontare
la figura di Elena e poi di una sensibilità maschile
come quella di Richard Nonas grande artista internazionale
per affrontare lo spazio.
M.P.M. Tornando
alla mostra il titolo parla americano allora l'America è
ancora un riferimento obbligato per l'arte o quale altra nazione
emerge -a parte l'Italia-?
Martina Cavallarin.
Secondo me è l'economia, è la muscolatura delle
potenze economiche che determinano un pochino il trend.In
questo momento è molto forte la Cina e non a caso la
vogliamo, la subiamo, la meritiamo, comunque è una
presenza molto forte ma io non credo a queste distinzioni
io sono estremamente aperta sia sul discorso del maschile/femminile
sia sul discorso delle nazioni è indubbio comunque
che l'economia impone un trend di riferimento. Per quel che
attiene l'Europa, credo che Londra ancora detti legge in questo
senso e l'America ha sicuramente perso moltissimo spazio,
d'altronde lo ha perso persino il dollaro, cioè tutti
vogliono essere pagati in euro e questo la dice lunga. Jasper
Johns però rimane Jasper Johns.
M.P.
Michiel 
Roma, 11 giugno 2009
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