Incontri
Quel concetto abusato di "artista" per Annalisa
Caruso, fashion designer

Roma
Quartiere Monteverde
M.P.Michiel.
Sei stata invitata da Marco Bussagli per l’evento
Artinterrazza all’Accademia di Belle Arti di Roma ad
esporre degli abiti prêt-à-porter ispirati, nei
tessuti stampati, ricamati o applicati, alle opere di Andy
Warhol. Come è nata questa particolarissima collezione?
Annalisa
Caruso. La collezione è nata sei ani fa quando
ho conosciuto il direttore della Fondazione Warhol che ha
lo scopo di proseguire la Factory che non esiste più.
La Fondazione rilascia delle licenze settoriali. Warhol era
economia, era commercio, era business, quindi è giusto
proseguire quello che lui voleva in qualche modo. La licenza
vacante era quella del fashion, del prêt-à-porter
e c’erano una serie di persone in lizza, io ho presentato
il mio progetto e sono stata scelta.
M.P.M. Sempre
in quella occasione all’Accademia, nel dibattito che
è seguito con Bussagli hai sostenuto con forza la tua
posizione di ‘non-artista’. Allora come ti definisci
e perché non ti ritieni ‘artista’ a tutti
gli effetti pur maneggiando materiale artistico ormai storicizzato?
Annalisa
Caruso. Io penso che non ci si può auto-definire
artisti, ormai è abusato il concetto di artista, non
è giusto abusarne e non ci si può auto-definire
artisti. Bisogna andare con i piedi di piombo nel considerare
arte tutto. Per me la moda non è arte, è quello
che sostengo in maniera strenua. Sono una fashion designer.
Agisco nel commerciale, agisco nell’economia. Ci metto
dell’arte, ma per me è arte applicata, è
arte da amanuense, è un’arte da ceramista, da
sarta, da grafico. Alla stregua non posso definire un ceramista,
un artista. Sono molto drastica però è il mio
pensiero. Disegno moda, la commercializzo, la vendo, i miei
abiti servono a coprirsi, hanno una funzione e l’arte
per me, nella mia visione ideale, romantica, Sturm und Drang
dell’arte non ha finalità, non ha disegno e quindi
non mi ritengo artista. Per questo la mia arte posso ritenerla
arte applicata non arte.
M.P.M. Ti
domando allora qual è la tua prossima collezione e
quale pensiero, quale fil rouge lega questi abiti prossimi?
Annalisa
Caruso. Continuo a disegnare questa collezione che
si chiama ‘Ottitude’ ormai da sei anni e ormai
sono diventate tre collezioni diverse: collezione di soli
abiti, di soli top e di sole gonne. Per il prossimo inverno,
parliamo dell’inverno 2008, il filo conduttore forse
è il colore. Mi aggiro tra i blu notte, i verdi cinabro,
i rossi cardinalizio, il bronzi anticati, forse il filo conduttore
è quello cromatico. Per quanto riguarda i soggetti
sono molto eclettici, molto diversificati perché è
una collezione nata dalle mie foto. Io faccio viaggi, giro
il mondo con la mia macchina digitale e faccio foto a qualsiasi
cosa, potrebbe essere una foglia, un tappeto come un quadro
di uno sconosciuto come anche della Gioconda o Veronese o
chi per lui, poi alla fine diventa la stampa per una mia T-shirt,
per un mio abito. Questo per esempio l’ho preso da una
vetrata in un’abbazia cistercense…
M.P.M.
…quale abbazia… ce ne sono quattro o cinque
in Italia…
Annalisa
Caruso. …sì in effetti è l’abbazia
di Trisulti e in questo viaggio nella mia terra ho fatto foto
a questa vetrata damascata, bellissima, in questa farmacia
del ‘700 e quindi mi sono ispirata a questa immagine.
Poi però c’è anche un artista di strada
brasiliano… dirai che c’entra Trisulti con l’artista
brasiliano, niente, mi piace metterli insieme, è il
fattore cromatico che cerca di metterli insieme. Tutto qui,
poi alla fine, in genere il risultato estetico non viene a
mancare.
M.P.M. Grazie
ad Annalisa Caruso, fashion designer.
M.P.
Michiel
Roma, 2 ottobre 2006
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