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Festival Internazionale di Roma
FotoGrafia: 30 maggio 2009
Evgen Bavcar: 'vivo come una catacomba moderna
ma con una luce di trascendenza'


Evgen Bavcar e dietro di lui Ninni Romeo, una delle curatrici
della sua mostra

Evgen Bavcar
La gioia di vedere oltre il visibile
b>gallery
piazza Santa Cecilia, 16 - Roma
fino al 21 giugno 2009

M.P.Michiel. Intanto le chiedo se partecipare al Festival FotoGrafia a Roma è stata una gioia? E' un tema che le è congeniale?

Evgen Bavcar. Sì, si è stata una gioia anche se si tratta di un momento difficile della mia vita perché sono stato condannato ad una multa in Slovenia in ambito penale perché non mi hanno dato il diritto di disporre di mia propria immagine per un film. C'è la fotografia come gioia naturalmente, anche se il contesto esistenziale adesso è un po' legato a questa cosa. Ho fatto appello, ma è un po' triste perché a duecento anni dalla nascita di Luis Braille inventore della scrittura per cechi non mi danno il diritto di disporre di mia propria immagine e lotto per questo.

   
   
   
   
 
Foto © MPMichieletto

M.P.M. Cosa intende per 'mia propria immagine', le sue foto?

Evgen Bavcar. No, no, mia immagine, hanno voluto impormi uno scenario e non sono stato d'accordo perché anche un cieco ha il diritto di disporre della sua immagine personale, questo è già un diritto costituzionale quindi questo ha un po'...

M.P.M. ...appannato la sua gioia?

Evgen Bavcar. ...no, no è un sentimento ferito ma la gioia esiste lo stesso perché la gioia è qualcosa che resiste anche alle disillusioni della vita. C'è la necessità, c'è questa 'moira' greca, la fatalità che si chiama destino e contro questo destino, l'unica cosa che si può opporre è il sentimento di gioia di vincere, di andare al di là, di credere a un nuovo momento migliore e di credere anche all'uomo e ad uno dei valori nuovi, questa è la gioia, è un sentimento profondamente interiore. Sono felice di poter partecipare a questo festival internazionale di gioia ma gioia nel senso di Beethoven. Ho lavorato molto su di lui -c'è anche una foto in mostra della sua scultura di Bourdelle- perché Beethoven ha cercato tutta la vita la gioia e poi c'è la gioia a Roma provocata dalla complicità degli amici che mi hanno invitato Ninni Romeo e Cristina Ferraiuolo e poi Emanuela Audisio -una giornalista- che va al di là del visibile, al di là della informazione semplice. Questo mi fa gioia e spero che anche le mie fotografie parleranno di questo sentimento di vincere il tragico del momento presente per andare verso nuovi orizzonti.

M.P.M. La sua è certamente una situazione paradossale ma alla fine perché ha deciso di fare il fotografo nonostante l'handicap?

Evgen Bavcar. Non era una decisione mia ma il destino, ogni fotografo tradizionale si occupa del problema del buio con la camera oscura per rivelare i film che è la situazione esistenziale di un ceco. Ho incontrato un cieco in Messico che lavorava, che sviluppava le pellicole degli altri e mi ha detto 'grazie a te anch'io adesso penso che potrei anche fare le foto non solamente le pellicole degli altri al laboratorio' così ha preso questa mia idea e adesso sono contento vedere tanti tentativi nel mondo dove i ciechi cercano di fotografare perché nel mondo di oggi che è oculo-centrista dove l'immagine è così importante anche i ciechi non devono più restare come è stato il loro destino attraverso i secoli ma che hanno anche loro uno sguardo, si tratta di ritornare a questo sguardo dei cechi che non resteranno nella storia con passività ma che potranno esprimere questo sguardo interiore. E questo naturalmente può essere anche una forma di gioia andare al di là della tradizione dei secoli come modelli passivi degli sguardi degli altri. Sono contento di stare qui a Roma che è una città con tanti significati, sono stato professore di storia, sono filosofo e per questo Roma è molto presente nel mio spirito, Roma antica soprattutto, le immagini, Roma dei grandi storici d'arte che leggevo ma è difficile da fotografare perché io faccio le foto la notte e le città sono troppo illuminate. Forse potrei fare delle cose interessantissime qui nelle catacombe in un certo senso io vivo una catacomba moderna cerco di uscire da questa catacomba con la fotografia.

M.P.M. Le sue immagini nascono dal desiderio di che cosa, in realtà?

Evgen Bavcar. Di guardare, del desiderio di guardare con il terzo occhio, con quell'occhio che può guardare il desiderio dei sogni, che può osservare le immagini anche con gli occhi aperti o chiusi che sono una forma di immagini nuove e poi per la comunicazione. Se io non facessi le foto, non potrei comunicare con la gente che vive una forma di ostaggio dell'immagine del mondo moderno. Oggi c'è un supermercato delle immagini e io con la mia piccola produzione artigianale non posso fare concorrenza a questo supermercato ma posso partecipare in quanto le mie foto esistono per gli altri, esistono anche per me, attraverso lo specchio degli altri, della parola, dell'arte. Poi anche la comunicazione nel senso che il verbo degli altri rende la mia fotografia più accessibile e poi per spiegare questa luce dell'interiorità, questa luce che esiste nella nostra mente, in ciascuno di noi, noi siamo nati dalle stelle perché è una piccola luce, un piccolo ricordo di questo fuoco cosmico che portiamo in noi. Certo al mio livello è una piccola luce ma importantissima perché adesso devo far partecipare gli altri a questa mia galleria interiore.

M.P.M. Lei ha parlato prima di 'supermercato delle immagini' ma come potrebbero fare le persone per non cadere in questa banalizzazione che ci sta sommergendo?

Evgen Bavcar. Dovrebbero liberarsi dei cliché che significa della ripetizione delle stesse cose, andare al di là del visibile perché nella stessa proporzione che si allarga il mondo visibile si allarga in mondo invisibile più vediamo meno vediamo nello stesso tempo. Oggi un amico che è astrofisico che si chiama Peter von Ballmoos mi ha scritto una lettera molto simpatica: 'caro Evgen ti scrivo perché sono astrofisico sto osservando le stelle e sto come sei tu, un ceco, perché non posso vedere le stelle con i miei occhi nudi ma per me guardano le macchine che anche toccano', per esempio la sonda spaziale Mars tocca la luna e già Diderot, quando parla dei cechi in quella famosa lettera per i cechi, dice che un ceco potrebbe capire la luna toccandola e Armstrong ha toccato la luna, non bastava uno sguardo telescopico sulla luna. Naturalmente per i cechi è un po' più difficile toccare i pianeti ma si può toccare la terra e se si va su un vulcano è come quando era ancora stella che bruciava, si sente il calore, perché come dice Antoine de Saint-Exupéry la nostra terra è una stella e i cechi sono convinti che la terra è una stella solamente noi dobbiamo guardarla molto da vicino per vederla lontano questo è il paradosso un vulcano è come un telescopio che si guarda da vicino per vedere lontano.

M.P.M. Può descrivere la sua tecnica di lavoro?

Evgen Bavcar. In principio la base è il buio e poi faccio entrare la luce nel buio per fare apparire gli oggetti. Sono un po' dalla parte di Eros greco il dio che ha vissuto nel buio che è stato tradito dalla Psiche. Io vivo in questo buio, in questo spazio di esistenza e poi cerco di fare apparire gli oggetti con la luce, come tecnica. E' sempre più difficile fotografare c'è troppa luce, come nel paradiso, la luce che fa male ai fotografi ma anche alle farfalle notturne che non hanno più questo spazio del buio e poi anche l'illuminazione impedisce lo sguardo delle stelle. Io cercavo di fotografare le stelle al mio paese natale ma sono dovuto andare lontano dalle case. Ho avuto fortuna quando ho fotografato la cometa di Hale-Bopp -la foto c'è nel sito di Peter von Ballmoos- e proprio lui si è reso conto che oggi i grandi scienziati vanno nel cosmo come i ciechi, toccano, se non vanno direttamente con le sue mani toccano con le sonde, la sonda Cassini è dovuta scendere sul Titano e poi ha preso le immagini. Poi c'è la cecità di quarantacinque minuti di buio tra Titano e la Terra perciò quando Voyager si sposta è un tempo zero, un tempo che è cieco perché non si può controllare nel tempo reale perché c'è un décalage (si dice in francese) e questo lo ha capito Peter von Ballsmoll. Questa cometa di Hale-Bopp è interessante perché si è mostrata sopra un monte in Slovenia dove ho dei ricordi assai forti.

M.P.M. Quali saranno le prossime immagini che ha in mente di realizzare?

Evgen Bavcar. Adesso faccio una serie di foto su santa Lucia ma in maniera differente non solo come la protettrice dei cechi ma come un doppio sguardo che vede nell'atemporale, nella trascendenza e le mie immagini sono già per me una certa trascendenza perché non sono accessibili direttamente. Devo interpretare il problema di santa Lucia in maniera più personale. Mi interessa molto anche il problema di san Tommaso incredulo perché è il prototipo di un ceco, lui deve toccare cioè guardare da vicino quindi san Tommaso è molto attuale come anche i cechi nel mondo moderno a causa della realtà virtuale perché non sappiamo se esiste se non si può toccare, c'è l'illusione dell'immagine, perché non c'è un sostrato, non c'è un corpo. Perché cosa tocca san Tommaso, tocca Cristo guarda da vicino Cristo ma in realtà è diventato ceco dalla presenza della luce di Cristo, si è reso ceco con questa luce, la presenza della luce divina è così forte che è insopportabile, non si può guardare direttamente. San Paolo dice che adesso possiamo vedere Dio come uno specchio, come lo specchio del mondo indiretto nella trascendenza. Questi sono temi che mi interessano e poi i problemi concreti che incontro, non so, le foto sui ricordi di guerra, dei cimiteri, poi i ritratti dei militari e certi luoghi che vorrei fotografare perché il problema, come ho detto, è la luce della città.

M.P. Michiel
Roma, 30 maggio 2009

“Così dalle ombre
si aprirà l'adito, l'accesso,
l'ingresso alle idee”

(Giordano Bruno)

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