La pittura di Giovanni Gromo

Una condizione di empatia con le cose che è quanto di più alto può trasmettere l’arte.

Può servire la letteratura a spiegare la pittura? Per molto tempo ho pensato di no, e che anzi più un’opera doveva appoggiarsi alle parole, meno autonomo ed espressivo era il suo linguaggio. Oggi ne sono assai meno convinto. Le arti, infatti, in qualche misura si somigliano, e si aiutano. Così, per capire la pittura di Giovanni Gromo, che si dichiara debitore a uno scrittore – pittore come Carlo Levi, forse per le comuni origini piemontesi, mi vien naturale il richiamo a Cesare Pavese e a Beppe Fenoglio. Un richiamo dialettico, s’intende, data la diversità dei due scrittori, ma proposto per avvicinare Gromo all’uno e allontanarlo dall’altro. Le radici e le ragioni comuni di questo accostamento sono nel mondo contadino, e un giorno qualcuno dovrà spiegarci perché esso si esprima, più che altrove, in artisti e scrittori piemontesi. Ma se guardiamo il mondo contadino di Gromo, esso è tutt’altro che realistico ed è bensì evocativo, elegiaco, popolato di zingari, di nani, di emarginati. Appare quindi evidente che il suo affine non è lo scabro Fenoglio, ma il lirico e commosso Pavese, e che di fronte ai suoi paesaggi vediamo i luoghi de La luna e i falò. Per Gromo, infatti, il mondo contadino non è sofferenza, violenza, o condizione di minorità, ma luogo di sopravvivenza del mito, senza equivoci classicheggianti, come emozione della natura.
Certi notturni, certe aperture di Pavese, certi sguardi lunghi sulla campagna, sono gli stessi di Gromo. Il tempo e la memoria posano lentamente su ogni suo quadro, anche sugli interni di studio o di casa, dove grandi letti disfatti raccontano la storia dei corpi che si sono allontanati. Ciò che appare singolare è l’assenza di ideologia che contraddistingue la visione di Gromo e lo sospinge verso i puri valori della pittura : così può accadere che, benché le loro partenze siano diametralmente opposte, Gromo e Balthus restituiscano analoghe immagini della natura. Essi si incontrano nella lenta luce dei meriggi sulle campagne, fra vigneti e sparse case. La visione è assai spesso dall’alto, a cavaliere, e corre lungo il filo di un bianco sentiero. L’uomo è lontano, il silenzio è teso, come se fossimo sospesi in un’atmosfera nella quale non giungono i rumori della vita. Solitudine e nostalgia sembrano contraddistinguere Gromo, e questo lo fa’ lontano da Balthus, che non rimpiange nulla, e conosce bensì l’infinità dell’attimo presente. Per Gromo la pittura è un’immersione nella natura, da cui si ritorna portandone addosso i frammenti di terra, di cielo, di acqua. La pittura qui non compie trasposizioni della materia in linee, colori, chiaroscuri, ma si esprime come emanazione stessa della natura. Sulla tela cala l’erba, la corteccia, la polvere; l’azzurro del cielo è quello stesso delle notti che i nostri occhi vedono. Il cascinale, la bicicletta abbandonata, lo steccato, l’odore del muschio, tutto questo, con un’emozione che non è soltanto estetica, e che non richiede artificio, si depone sulla tela di Gromo. Osservare la natura, farci filtrare da lei, è un’esperienza universale che riallaccia Gromo al grande naturalismo di Courbet, senza evocarlo esplicitamente. Così, quando, dagli umori della notte, Gromo torna tra i muri delle case, il suo occhio trepido scorre le forme nude di un corpo femminile dormiente, o in attesa; si sfferma su un letto disfatto, su una tenda alitata dal vento, su un bagliore di luna, come un richiamo improvviso. Della realtà egli ci restituisce tutto quello che nessun documento, nessun fotogramma può restituire, lo spazio e il respiro dell’esistenza, il suo peso di ansie e di consolazione, il calore della luce, i rumori lontani della strada, con quell’intensità di poesia che attribuiva loro Leopardi.
Tutto ciò che è nell’arte deve essere nella vita, e il sentimento dell’esistere deve coincidere con la totalità della coscienza estetica. Non si può dipingere, non si può mentire, nell’arte, non si possono tradire i moti del cuore. Questo sempre volle dire il confronto degli artisti con la natura. Gromo mi scrive: “Io sono convinto, come te, che l’arte è progresso, e per me ogni volta il quadro è il primo e l’ultimo: il sentimento è diverso dall’uno all’altro, quanto diversi sono i moti dell’animo nelle vicende umane, dalla contemplazione della natura alla passione d’amore; ma poiché l’occhio e la mano sono gli stessi – da quadro a quadro – è nel linguaggio che ritrovo l’unità degli intenti, e un legame, anche tra le opere più disparate, dovrebbe apparire ( pur mancando talvolta quello stilema formale tipico fra chi privilegia il “disegno”) individuando nella tessitura pittorica, filtrata da sovrapposizioni e velature, la matrice di quell’atmosfera che intendo raggiungere per dare al l’immagine il suo quantum poetico. Arte in progresso non vuol dire tout court arte sempre migliore: per me vuole essere considerazione e rispetto per la grande tradizione, e insieme la certezza che quella tradizione è perpetuabile e rinnovabile se si rispetta la sua natura fondamentale: che è, nel caso del dipingere, sviluppare, dal dato bruto del pimento cromatico, la massima qualità possibile per la massima espressività poetica”. Ecco Gromo crede alla poesia come obiettivo della sua ricerca, non potrebbe mai fare astratte ricerche sul linguaggio, fuggire all’emozione e alla dolcezza dei luoghi. Non è un monumento che la sua pittura ci vuole lasciare, non la conservazione della memoria di un mondo destinato a scomparire, non l’albero degli zoccoli, insomma, ma una condizione di empatia con le cose che ci fa uguali ai nostri padri e che è quanto di più alto può trasmettere l’arte.

On. VITTORIO SGARBI
critico d'Arte