La pittura di Giuseppe Galli

Testo del critico d'arte Livio Garbuglia

La città, le strade, i colori, le sue innumerevoli vite.

Una scena straordinariamente intensa e improvvisa: la città circondata da grandi vie sopraelevate raccoglie e solleva il corpo del tempo, la visione della civiltà si sovrappone a quella della maestà della poesia umana nella pittura di Giuseppe Galli. La visione metropolitana ha una temporalità prolungata, implica sequenze, accelerazioni, soste, diversioni sia in superficie che in profondità, che nelle opere pittoriche si colgono con particolare evidenza. Il pittore Giuseppe Galli si palesa come un sorvegliatissimo e complesso elaboratore delle sue composizioni spettacolari, che non hanno nulla di schematico o di ripetitorio, ma continuamente innovano la loro potenza di suggestione attraverso la ricerca d’inedite forme di rappresentazioni, entro a una cultura neoliberativa (la centralità del problema essere al mondo, esistenza a misura d’essere umano), anche quando rovesciata o trasporta ad esiti personalissimi, anzi di significativa originalità. Le strade, i colori, le innumerevoli vite della dimensione città-umanità di Galli suggerisce l’idea di una funzione complessiva dell’arte, come critica e rifiuto dell’esistente, cioè di condizioni di vita e di pensiero dominate da un conformismo di massa che l’arte vuole appunto negare e destituire del loro fondamento. D’altro canto la composizione pittorica di Galli ha equilibrio di parti nella proiezione generale e le immagini corrispondono nel ritmo totalizzante alla lettura. L’interesse maggiore dell’artista romano resta l’ambiente-città raffinatamente ricostruito ed esaltato nelle sue nervose forme architettoniche, ricco di luce ed in cui ogni particolare è fatto vivere con una sottile indagine e una puntuale evocazione, in un clima atmosferico veritiero al tempo stesso ideale e poetico che permette di recuperare il senso della realtà soprasensibile.
La pittura di Galli trova in sé stessa la presenza del soprasensibile, di una forza spirituale che è irriducibile a quella materiale.


Centauri del Duemila

Gli antichi greci favoleggiavano dei centauri, uomini col corpo di cavallo, fortissimi, dominatori in tutto della parte ferina, dotati di una saggezza superiore al comune: il simbolo in ultima analisi, del dominio della parte razionale sulla parte sensibile, sia pure moltiplicata, accresciuta, senza confronto rispetto a quella degli altri uomini.
“Centauri” sono gli uomini di oggi nelle opere pittoriche di Giuseppe Galli al volante di uno scooter, che li accresce nelle loro capacità di spostamento ed è soggetto al loro dominio. Ma il confronto, ad una analisi un po’ approfondita, non regge. Il dominio del mezzo meccanico è solo apparente. La macchina esercita una tale suggestione sullo spirito dell’uomo che in molti casi non lo strumento è al servizio dell’essere razionale, ma l’essere razionale al servizio dello strumento. Il pittore Galli intende rappresentare le macchine che fanno parte di quell’aggressivo, lucente, fragoroso fenomeno che si chiama traffico.
Egli descrive “gli ostili macchinari edili, i veicoli a quattro ruote di cui l’uomo si serve per potenziare la sua forza, partecipare alla gran gara collettiva della vita, e asservirsi al ritmo concitato che la civiltà odierna gli impone. Osserviamole da vicino queste macchine: una processione di scatole di metallo che avanza rombante, massiccia; s’inceppa a tratti, ed è percorsa da brevi sussulti da assestamento; a momenti si scinde in rapidi, e rabbiosi serpenti di metallo, poi di nuovo si ricompone e procede, possente, verso l’ingresso ingorgato di una grande arteria liberatrice.
All’interno di questa processione gli uomini emergono soltanto con la testa, il dorso, le braccia, asserviti al comando come centauri dimezzati, l’energia muscolare contratta, il desiderio d’aria pura mortificato dall’odore dell’asfalto, della benzina, del metallo rovente, il contatto con la natura distorto dalla prigionia nell’abitacolo di guida, ma nello stesso tempo sicuri, soddisfatti e spavaldi. Le storie metropolitane che Giuseppe Galli ci racconta riguardano la vita quotidiana. Non esiste nessuna traccia di fiction nei suoi quadri, solo la pura, semplice realtà.

La realtà esemplificata e colta sotto l’impulso della sensazione immediata. Pronta a ritornare in più tempi successivi attraverso la memoria, il ricordo, la forma, il disegno, l’emozione del colore. Spazio e tempo. Il tentativo primario di Galli è quello di rappresentare lo spazio nella sua globalità. A lui non interessa il soggetto o meglio non interessa il soggetto classico, enfatico, storico, mitologico. Al pittore interessa illustrare lo spazio, anche limitato, in cui l’uomo moderno conduce la sua esistenza fatta di dettagli, di eventi non particolarmente esaltanti, né tanto meno commoventi o epici. L’uso fotografico che Galli fa della sua pittura, la prospettiva sicura, e la tela raccontata fino ai bordi nei minimi particolari per non togliere niente alla visione che ha colpito l’artista, il colore che come se dovesse tessere un arazzo si insinua in ogni “buco” e riempie completamente ogni frammento del dipinto, danno allo spazio e al tempo di Galli un altro respiro. Il pittore individua il campo visivo da mettere a fuoco e sceglie gli oggetti e le figure da mettere a fuoco. L’attenzione di Galli però non si limita allo spazio, ma si sofferma con sguardo indagatore anche sull’istante che lo avvolge, e lo determina nella sua irripetibilità. Colpisce nei quadri il rapporto di studiata armonia di superfici e di figure, il taglio quasi cinematografico, e ancora i toni impastati di riflessi, lo spazio che si apre nella luce morbida, che pare avvolgere ogni cosa.
In tutte le opere Galli potenzia il racconto metropolitano con il colore spesso e sicuro, sobrio e brillante ad un tempo, mai aggressivo, ma adeguato alle immagini; la luce serve al pittore a modellare discretamente il paesaggio cittadino, oggetti e figure che quasi sbalzano fuori dalla tela per venire incontro all’osservatore.

LIVIO GARBUGLIA


La pittura di Giuseppe Galli

Testo del giornalista e critico d'arte Gianni Franceschetti

L’uomo e la macchina nella civiltà moderna.
Una passione che si traduce in opera d’arte


L’incidenza che la macchina possiede nel quotidiano vivere dell’uomo moderno è tanto alta da condizionare spesso la vita. Tanto che il rapporto dell’uomo con la macchina diventa quasi una sudditanza ma anche un atto di amore perché essa rappresenta non solo un mezzo di lavoro ma, a volte, anche il simbolo di uno status sociale che incide sul comportamento stesso dell’utente. Giuseppe Galli ne ha evidente consapevolezza poiché incentra la sua arte proprio sulla rappresentazione di questa relazione uomo-macchina, nei vari momenti dell’esistenza. Viaggia per la città e guarda a monumenti e persone motorizzate le loro rispettive apparenze architettoniche, psicologiche che richiamano la sua attenzione su riverberi artistici di notevole importanza. Nella sua pittura dipinge la frenesia del quotidiano in rapporto con lo svago e il lavoro che di questa frenesia diventa succube. L’attesa impaziente al semaforo di certi motociclisti contrasta con la serenità del pedone sulle strisce e la carrozzeria pare fare tutt’uno con l’uomo perché concepita e dipinta con i colori di quella passione che si trasmette all’ansimare del motore e fa fremere le lamiere della carrozzeria. Perché Galli conosce il rapporto tra le tinte e le adegua al movimento od alla statica della rappresentazione. Laddove il sentimento vince sulla materia è il colore ad averla vinta ed a concedere anche alla materia sorda del ferro quell’anima che non possiede ma che viene concessa dall’artista con la generosità di colui che nel mezzo intravvede il fine. La città che scorre a lato del conducente assume valenze compositive atte a far risaltare la presenza del passante quasi a dire sono io il futuro, colui che intesse la vita e tu ne sei la testimone più chiara e cogente.
Galli per questa sua impressionante scorreria nei luoghi metropolitani più frequentati sa isolare la sua visione e proporre elementi che assumono, anche nella loro più scontata conoscenza, quel tanto di mistero che rasenta la magia. Perdono la loro identità per trasformarsi in soggetti di un divenire che la velocità delle motociclette sottende. E lo fa con segno sicuro, colore pertinente e composizione sapiente. Se ai mezzi di locomozione attende con cura e dovizia di particolari non lo è altrettanto per le figure umane che raramente presentano il volto e paiono essere parti meno importanti della scena. A meno che non le si intendono in osmosi tra l’uomo e la macchina, cosicché allora il quadro assume quel valore unitario che tradisce la personalità dell’artista negli stessi elementi di una pittura che più che le parti, giustamente vuol rappresentare il tutto. Pare che uomo e macchina siano percorsi dalle stesse vene nelle quali scorre il sangue o la benzina e vivano di quella fusione della materia che viene vivificata dall’artista con pregnanza di forma e colore sorretti da un segno che tutto racchiude nella costruzione di quel mondo ideale che l’artista immagina.
E’ senz’altro una pittura che parte dalla realtà per attingere la fantasia, ma è anche espressione di quella filosofia esistenzialista che Galli stesso impone a suggello delle proprie immagini. Non è la pacatezza di certe immagini a segnare il percorso di questa pittura ma la tensione costante che emerge dalle scansioni del colore racchiuse in orlature dolci che fanno risaltare la consistenza dei corpi nei quali però si sente vagare l’impulso di anime tese non solo ad amare ma anche a vivere la vita. La tavolozza di Galli risente degli influssi della Scuola Romana ma non ne è succube poiché sa usare sfumature e toni freddi che marcano la tessitura della scena di quella nostalgia della quale l’artista pare soffrire nell’atto stesso nel quale si appresta a dipingere. Se ama l’arte non ama di meno i motori e quindi le figurazioni che ne nascono diventano un misto di desideri e fantasie che diventano l’anima che vibra in ogni angolo delle sue tele.
Una pittura quindi che, sorretta da una buona predisposizione al disegno, preparazione tecnica e senso spiccato del colore sa interpretare con semplicità ma pertinenza le esigenze di una società che oltre che dell’uomo è una civiltà della macchina.

GIANNI FRANCESCHETTI
da “Rinascita” , Anno VI, n. 29, Giovedì 13 febbraio 2003


La pittura di Giuseppe Galli

Testo del critico e storico dell'arte Ferdinando Anselmetti

Una pittura di altissima sensibilità civile.
e di forte impegno etico e sociale


Come da un flash raccolto dall’abile occhio di un reporter si sviluppa e si concreta la pittura di Giuseppe Galli, in un iter raccontato e valorizzato dalla dovizia dei particolari di una quotidiana casualità. Fondando un’arte raccolta e raccontata con professionalità e impegno immagine riflessa di un particolare tipo di sensibilità, prioritariamente concentrata sull’aspetto scenografico delle impressioni raccolte, tese alla percezione immediata della realtà fattuale, elaborata nell’intuizione visiva di un istante, prospetticamente annotata sul caso specifico con lo scopo di sottoporlo ad indagine, definirlo, trovarne la soluzione che ci sfugge. Una pittura, quella di questo artista, definibile come immediatezza, come vibrante impressione che sa cogliere la casualità e anticipare i riscontri in un campionamento effettuato con l’agnostica imparzialità di una moviola. Caratteristica sostanziale che gli consente di sviluppare il suo dipinto, animato da colori passionali in cui dominano l’arancione attardiano e il giallo solare, e di connotarlo originalmente non soltanto a livello cromatico. Inventando così una soluzione artistica positiva e attuale, rievocativa a modo suo di miti avanguardistici, e pur tuttavia convincente ed esaltante sia nel contesto della denuncia che in quello della pura e semplice osservazione.
Così l’attività rappresentativa di Galli finisce per comporsi sulla tela con la stessa realtà della vita, poco concedendo alle divagazioni ma piuttosto concentrandoli e con quale perizia, nel gioco delle prospettive e dei volumi nei soggetti prescelti; vissuti sempre, nel bene e nel male, con una profonda coerenza di fondo che l’artista riesce a trasmettere a livello visivo nel dinamico succedersi degli effetti.
Nei cimiteri di macchine, nelle scavatrici o nelle gru svettanti al cielo con la loro promessa di costruzione, nei prediletti scooters su cui i centauri, come impegnati in amplessi amorosi, espongono la loro mascolinità ribelle forse troppo inutilmente sprecata. E ogni soggetto non è mai scelto a caso, ma identificato e proposto in quanto esemplare dell’essenzialità di un fatto, sia esso lirico, costruttivo o cruento. Poiché stranamente, e allora è proprio vero, esiste anche nella sua pittura, ad esempio nei fondali pacati delle montagne usate come sottofondi alla Bellini, una nota di profonda e poetica euritmia ad esempio nell’uso dei colori accomunati con passionalità, nell’intreccio della loro squillante varietà nella potenza cromatica dei mezzi di locomozione, nella ferrosa autorità dei costruttivi tralicci. Il tutto a denotare una pittura pregevole e accattivante, che trasmette sulla tela l’azione nel suo compiersi e, nei pochi squarci paesaggistici, eleva al cielo un ecologico urlo di dolore quello per la cieca intrusione tecnica che continua a distruggere la natura.
Come del resto dimostrato nelle raffigurazioni dei tanti cantieri ampiamente sviluppati in “quelli del giubileo”, e conseguentemente nella scomparsa dei suoi patetici tetti di Roma; operazione che, dietro ad un apparente omaggio all’industrializzazione, cela anche, in un’accusa che non offende grazie alla sua altissima e professionale eleganza, l’accorato lamento per tutto ciò che forzatamente viene meno. Una capacità espressiva su questo tema che in Galli si connota di temi di altissima sensibilità civile e di forte impegno etico e sociale, che l’autore spesso arricchisce di una nota aulica quando, nel suo esaltare il progredire della tecnica costruttiva non sottovalutandola il rischio di devastazione, rende omaggio al necessario rinnovamento e contemporaneamente ci fa rimpiangere tutto ciò che irrimediabilmente passa per non tornare più. E proprio in questo complesso e ambizioso equilibrio tra ricerca di attualità e velata denuncia risiede quel “quid” che pone Galli tra le giovani emergenze, in un prova di autore profondamente nuova, ma ricca di tante risorse e di tante promesse.

FERDINANDO ANSELMETTI


La pittura di Giuseppe Galli

Testo del giornalista e critico d'arte Giuseppe Selvaggi

Il rapporto uomo macchina e futuro.
Le mutazioni della città anticipate da colori e poesie

Un pittore non ancora quarantenne quindi ancora nella pienezza dell’avvio del secolo, ci ripropone il rapporto uomo-macchina. E’ Giuseppe Galli, romano, classe 1964. Quando Fernand Leger (1881-1955) dipinse “I costruttori”, 1950, non era nato. La questione macchina-uomo, o viceversa, è tanto antica, da prima dell’invenzione della ruota. Figlia di un tronco rotante, che fu gran soccorso al lavoro umano al suo sudarsi il pane. Leger dette nella pittura un senso con sentimento e scienza, di presenza nella società alla immagine della macchina. Molti suoi quadri sono “ritratti” di macchine, realizzati come fossero persone. L’uomo-macchina futurista aveva sensazioni di movimenti, al limite di rivolta estetica sull’antifiguratività. Un futurista “antifuturista”, “post-futurista” egli diceva, Alberto Bragaglia (1896-1985) fu tra quelli che dettero sentimento ai “meccanismi” artificiali. Il mondo è pieno di precedenti, perché l’uomo usò la macchina, sino ad abusarne, come la clava di Caino. Al lettore possiamo solo indicare di come la generazione precedente telefonini ed internet (altre macchine della comunità umana) vede oggi, dipingendolo come fa Giuseppe Galli il rapporto tra i meccanismi artificiali e l’uomo-anima.
I suoi quadri, narrano visivamente l’avventura nella città dell’uomo, conquistatore e vittima del traffico, dall’uomo stesso provocato, e in cui convive. La attualità di questi quadri non sta nella tematica. Questa può sembrare esasperata nell’attualità: uno scooter su cui l’uomo è annullato perché visto di spalle, ad un incrocio attraversato da un autobus targato Atac (è Roma, quindi). Una autogrù in coda dinanzi a ruderi urbani di Roma antica. Una bici (il rosso del telaio è una sferzata visiva che fa bersaglio sul giallo) legata antiladri, a un palo segnaletico mentre avanza un autocarro con stemma Audi; 4x4, poi 428B, “maia” e poi “cat”. Cifre e lettere su una pala scavatrice. Un quadro che farebbe invidia ai maestri del Lettrismo (anni ’50). Una gru rossa si innalza in “Cantieri del Giubileo”, che sono stati i momenti visivi da cui parte la lettura urbana di Galli. Il rosso (sarà chiamato inconscio, o voluto, al sangue su strade e cantieri incidentati?) ed il giallo, simbolo scoperto, sono l’allarme vitale che qu4esto artista ci dà come sigla visiva, e che lo distingue.
La vera essenza di Giuseppe Galli nell’appartenenza al progresso del rapporto uomo-macchina è nell’avere, sp4esso, reso, il macchinario prodotto dall’ingegno umano con propria solitudine. Quindi quasi avvio all’autonomia. Siamo sul cammino robottiano. Questo parauomo forse un giorno non obbedirà alla volontà del costruttore, magari autocostruendosi. E’ già nella letteratura fantascientifica. Questi quadri, provocano quasi un brivido strano. Come un avvertimento. E’ l’attualità storica dei qudri di Galli, che fanno di ogni sua mostra un’occasione su cui meditare, simultaneamente godendo una pittura di consapevole qualità. L’uomo di oggi sente persino a livello fraterno la misteriosa consanguineità con la macchina. Di un motore che non va, dice: “soffre”. Se il motore va bene, dice: “canta”; il motore come i cigolii di un carro vengono “ascoltati”, per capirli. Questo rapporto è un mistero che avanza nella società attuale, e sta portandoci tra le stelle. All’uomo costruttore la macchina “può sfuggire dalle mani”. E’ l’autonomia, imprevedibile, dell’incidente. Questo ed altro c’è dentro i quadri di Giuseppe Galli, che ferma tale figliolanza dell’uomo in esseri vivi a sé stanti. Sino a provocare, nella pittura contemporanea e di domani, una forma spontaneamente nuova del paesaggismo: al posto delle mucche le automobili, al posto degli alberi tralicci e gru. E di seguito. Sarà il paesaggio del futuro? Speriamo in un fusione con l’anticipazione di poeti e pittori. Giuseppe Galli è su questa strada.

GIUSEPPE SELVAGGI


La pittura di Giuseppe Galli

Testo del professor Sandro Trotti

Entropia metropolitanana.
L’armonia nel colore e l’equilibrio delle forme

La città, le macchine, le persone, il colore, il calore, il rumore, sono questo miscuglio inquietante di cose, che avvolge in modo implacabile la vita e la pittura di Giuseppe Galli. Sorprendente è la capacità inventiva del pittore che dà un significato esplicito alla sua opera mettendo in armonia due elementi apparentemente dissociati: il caos e l’ordine. Sul primo il Galli vuol dare con il colore corposo il senso concreto ed esplosivo della materia, nel secondo cerca nel disegno di ordinare le forme con un sapiente rapporto tra linee curve e linee rette consentendo così al colore di lievitare dentro spazi ben armonizzati.
Le composizioni sono buone e adeguato il trattamento per cui nei propositi del pittore è sempre presente quello che i Greci chiamavano kairòs (giusta proporzione). L’armonia nel colore e l’equilibrio delle forme sono caratteristiche principe nell’opera fortemente espressiva del pittore Galli.

SANDRO TROTTI
Professore di pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma


La pittura di Giuseppe Galli

Testo del critico d'arte Enzo Fabiani

Una pittura come lievito poetico che ravviva e che domina

Case e palazzi, vie e piazze sono presenti da sempre o quasi, nella pittura; poi la scena si arricchì sempre di più grazie all’invasione (di cui oggi oltrechè testimoni siamo vittime) delle macchine. Potremmo qui richiamare come esempio eccezionale, certi quadri del grande Mario Sironi anche se le sue piazze in confronto a quelle di oggi sono mute. Venne poi il Realismo, e poi le scavatrici, le gru nei cantieri, i motorini, eccetera. Ed è a questi soggetti che spesso e volentieri Galli rivolge la sua attenzione: in nome tuttavia della pittura, e non d’altro, poiché nei suoi lavori essa lievito poetico che ravviva e che domina.

ENZO FABIANI
Volume Mondadori, “Nuova Arte – 2001”


La pittura di Giuseppe Galli

Testo del critico d’arte Renato Civello

Archivio di accadimenti.
La simultaneità temporale dell’antitesi.

Giuseppe Galli, pittore che racconta, la realtà con lo scrupolo apparentemente disincantato di un archivista di “accadimenti (mi si passi il termine usato dal Croce a quello “eventi”) e lo testimonia la serie dei “Cantieri del Giubileo” con il suo immenso combinatorio di macchine, ne penetra in verità il tessuto con un misto di giudizio critico e di poetico transfert. La simultaneità temporale dell’antitesi nei suoi dipinti stimola una severa meditazione, ma conta molto la correttezza linguistica, che rivela un consumato mestiere, utilissimo per tradurre al meglio il motivo ispiratore. Galli è artista che pur ponendosi delle problematiche implicanti, sente lo scrupolo prioritario dei risultati d’arte.

RENATO CIVELLO


La pittura di Giuseppe Galli

Testo del critico d’arte Paolo Scaramella Proietti

Simmetrie (ir) raggiungibili

Immaginare Giuseppe Galli nel momento in cui attribuisce un colore o un melange di colori alla tela e trasporta le immagini dal piano astratto della tavolozza alla purezza dello spazio piano/pittorico non è difficile. L’artista moderno ha impresso ai volumi “perfetti“, alle linee svettanti delle geometrie metropolitane il fascino suggestivo di ciò che – vivendo con noi – è diventato parte del nostro io – scolpendo la luce lungo spazi e perimetri che riversano la potenza della memoria in un mondo insieme attuale e futuribile. Con il colore e la linea della mente l’uomo viaggia attraverso il tempo, scoprendo nei suoi archetipi la metropoli interiore: i ponti naufragano in un tramonto capace di rendere la linea accecante sull’orlo di una definizione trascendentale delle sue capacità espressive. Le gru ed i palazzi, che racchiudono la luce in spazi d’una solarità scalare, suggeriscono l’idea che ogni forma è un segno dell’interiorità che l’uomo è in grado di vivere dall’esterno al proprio se.

PAOLO SCARAMELLA PROIETTI