| La pittura di Gaetano
Castelli
Attori senza
voce
Il pittore Gaetano Castelli è di professione
scenografo, uno dei più apprezzati che opera per la Rai.
Ma quando affronta la pittura non è più il professionista
al servizio del pubblico, ma un poeta monologante all’interno
del proprio atelier, che medita prima sul soggetto per poi intervenire
sulla tela intonsa con una matita sottile che seziona lo spazio
senza lasciare traccia, per articolare i volumi e per programmare
gli spessori plastici dell’oggetto ritratto. Lentissimo e
meditativo nella procedura creativa, Gaetano Castelli si rivela
subito come un antimetafisico, e proprio nella misura in cui cita
con ironica esasperazione Giorgio de Chirico. Se esegue dei manichini
o delle nature morte, si nota soprattutto il radicalismo della traduzione
dell’immagine, che sembra discendere dalla tradizione barocca,
con tutte le conseguenze che questo comporta. Gli oggetti al centro
dei suoi quadri espongono il loro aspetto più spettacolare
e drammatico. Così l’elmo di un guerriero romano, o
il manichino rivestito di un costume teatrale, ma anche una fetta
di anguria,o un cesto di rose rosse, assumono un’identità
imperiosa e incisiva. In effetti, Gaetano Castelli crea sulla superficie
della tela dei veri e propri artifici di colore, ottenuti con una
serie di velature stese secondo la più tradizionale delle
modalità, con sovrapposizioni che, via via correggendo, pervengono
alle consistenze tonale e materica che costituisce l’essenza
più preziosa del suo operare. Egli è certamente maestro
nel velare, ma anche nel rivelare. In molti suoi lavori appaiono
nature morte, ma non sarebbe appropriato attribuire staticità
ai suoi cesti ricolmi di frutta e fiori, né ai manichini
rivestiti di kimono ricamati. Il gioco delle luci che animano la
rappresentazione crea un’atmosfera ambiguamente temporalesca,
che trasmuta il recupero formale e contenutistico del passato in
un naturalismo dinamico e del tutto originale nella sua cifra stilistica.
Il gioco delle parti tra le immagini in primo piano sensualmente
cromatiche, e gli sfondi che si presentano come superfici nette
di colore crudo, o come squarci di cielo serale, segna il distacco
di Castelli dalla lezione dechirichiana. Il gioco contrappuntistico
fra luce e ombra si sviluppa all’interno dei tasselli di colore,
che si amplificano come un crescendo musicale, guidando l’occhio
su una visione prospettiva e dinamica. Gaetano Castelli è
un’artista che unisce talento naturale e tecnica lungamente
esercitata, ma che possiede soprattutto la capacità alchemica
e lungimirante di trasformare il colore in apparizione. I valori
tonali sono le calibrature spaziali che definiscono la sincronia
fra i volumi sulla tela e che, al di là delle linee che li
sottendono, segnano proporzioni e distanze con la stessa precisione
delle regole della prospettiva. Castelli non ripete mai lo stesso
quadro, tutt’al più ricuce il suo rapporto con gli
oggetti che presumibilmente ha utilizzato nella sua professione
di scenografo, e il suo punto di forza sta proprio nel non rinnegare
ciò che motiva e domina il suo fare quotidiano, e nel volerlo
trascinare sulla tela per assolverne la provvisorietà. Naturalista
per eccellenza, con lo studio costante del vero e gli tiene sotto
controllo il suo stesso virtuosismo, depurandolo con l’eccellente
gusto per il colore, che tratta come un maestro del Rinascimento.
Se infine il senso teatrale dell’inquadratura è lo
strumento privilegiato per attuare l’armonia compositiva,
resta pur sempre aperto lo spazio per una lettura più problematica,
o per una riflessione sul senso nascosto delle cose.
VITTORIO SGARBI
Attori senza
voce
A ben vedere, esiste un rapporto di sintonia tra
il mondo di Borges, quell'universo parallelo del possibile, dove
il reale falsificato si specchia, concreto e beffardo, nelle verità
accreditate della Storia, e le visioni energiche e tangibili di
Gaetano Castelli.
Pur abitando uno spazio non ragionevole, il suo immaginario è
tutt'altro che inafferrabile o sfuggente. I suoi quadri sono in
effetti finzioni magistrali che egli realizza tramite una tavolozza
fantasmagorica, operando con il fare superbo di un artista del Seicento
barocco. Il richiamo al grande scrittore argentino mi sembra ben
più calzante di quello che molti altri hanno già fatto
a proposito di Castelli, citando Giorgio de Chirico: l'evidenza
dell'utilizzo dei manichini, che non è certamente un fatto
saltuario, ma che anzi rappresenta una vera e propria professione
di fede visionaria, rende il riferimento quasi inevitabile. Non
vanno tuttavia confusi i propositi che stanno all'origine delle
opere dei due artisti, poiché, nel caso di Giorgio de Chirico
campeggia il deserto del dubbio e l'assenza, o se si preferisce,
l'immagine asettica e persino ironica dell'utopia del silenzio,
mentre in Castelli si tratta piuttosto di un repertorio funzionale
a una narrazione corposa e immaginifica, e quindi a una filosofia
del tutto opposta all'avvertimento metafisico. Del resto, mentre
il primo trae la linfa vitale della sua espressività dalla
cultura della Grecia classica (non a caso il manichino ricorre con
la stessa frequenza nel repertorio statuario ellenistico) per il
secondo si direbbe prevalere lo spirito sanguigno e sensuale della
pittura spagnola dei secoli aurei. Che è poi lo stesso spirito
che pervade la grande tradizione teatrale della Spagna nella stessa
epoca, e che mi riconduce alle motivazioni e alle tematiche dell'arte
pittorica di Gaetano Castelli.
Gaetano Castelli, come si sa, è uno tra i nostri più
grandi scenografi, che come altri suoi colleghi è innanzi
tutto un pittore imprestato, per così dire, allo spettacolo.
I suoi manichini senza testa rivestiti di piume rosse, di kimono
setosi riccamente decorati, di vesti ricamate, sono quelli delle
sartorie teatrali, nobili attori senza voce, simulacri di palcoscenico
inanimati dopo aver vissuto sotto lo sguardo del pubblico, o protagonisti
di un dialogo coerente con nature morte che squillano della stessa
loro splendida cromia, o con corazze lucide come specchi. In questi
lavori è ben presente il gioco della finzione concettuale
che si sviluppa in un racconto impaginato in chiave scenica e cromatica,
dove l'autore riveste di poeticità la visione di un mondo
illusorio e anacronistico. E se qui c'è teatro, è
soprattutto il gioco dell'inganno mimetico a prevalere, annunciando
una vocazione pittorica primaria, proponibile come la radice stessa
di quella creatività che Castelli dispiega anche nel suo
lavoro di scenografo. In verità, egli gioca sulla dicotomia
tra pittura e teatro con piena consapevolezza. Il pittore ogni volta
si finge teatrante, allude a un testo, salvo poi stravolgerlo ironicamente
come un reperto abbandonato dopo l'uso, in fondo a un magazzino
di attrezzerie. Accenni solo vaghi di inquietudine percorrono queste
composizioni, dove a volte gli sfondi di cieli rannuvolati evocano
stati d'animo, o annotazioni di regìa. I colori forti e accesi
delle stoffe (sono magnifici, in effetti, i rossi, i gialli, i verdi,
i grigi) sono le annotazioni esasperate di un costumista pigmalione
che non può dare corpo autonomo alle sue creature: quindi
solo vesti abbandonate a se stesse, o in attesa di una contingenza
che le faccia muovere con vere gambe e braccia. Il manichino non
è dunque mai forma metafisica, ma solo sostegno provvisorio
di un'apparenza in attesa del rito che le darà consistenza
e parola.
Analizzando queste opere, che mi portano a dichiarare che la grande
pittura non è mai morta, occorre riflettere sulla raffinatezza
esecutiva dell'artista, sulla costruzione della pagina pittorica
e sulla messa in scena di apparizioni assai forti, dove regna soprattutto
il colore. Ci sono lavori dove la tecnica è quanto mai sciolta,
avvalendosi di una sapienza esecutiva lungamente sperimentata. La
sapienza dei passaggi di colore è pari al virtuosismo del
segno e dell'impostazione formale, che è calibratissima,
mentre l'utopia poetica si esprime nelle sospensioni spaziali degli
sfondi.
Mi trovo qui di fronte a un pittore dotato di fermezza manuale,
ma anche di perfezionismo ansioso, che affronta la conoscenza degli
oggetti come un viaggio a ritroso nella memoria visiva, scegliendo
percorsi anche ardui, ricorrendo, quando lo ritiene necessario,
alle citazioni colte, ma senza mai tradire la sua natura di esteta
silenzioso. Non si tratta dunque di una pittura di effetto, ma una
pittura di sentimento, dove i nuclei narrativi sono un raffinato
pretesto per espandere e ordinare la gioia segreta dei toni e dei
colori. Nella sua aristocratica rappresentazione, Castelli è
forse il più romantico e nostalgico artista vivente. A un
passo non tanto dalla Metafisica quanto piuttosto dal Surrealismo,
tutto il suo operare è visionario e, insieme, estremamente
lucido. Intriso di emozioni, egli si affida a una materia che richiede
infiniti e pazienti passaggi di colore, e che vibra nella sostanza
e nel gioco delle evocazioni di fascinosa attrattiva. Si direbbe
che, per Castelli, la materia pittorica sia un'esigenza dello spirito,
un luogo privato dove la sua idealità riesce ad esprimersi
dopo aver preso le distanze dalla sua attività di professionista
dello spettacolo. La sua istintualità più profonda,
svincolata dal controllo e dal pragmatismo richiesti dal suo lavoro
quotidiano, esplode così nella magnificenza dell'immagine
conclusa del quadro.
PAOLO LEVI
(Dal volume monografico di prossima pubblicazione
"Gaetano Castelli" - Editoriale Giorgio Mondadori)
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