Il
tormento e l’estasi 1965
regia di Carol Reed,
con Charlton Heston, Rex Harrison
Synopsi
Tratto dall’omonima biografia di Irving Stone su Michelangelo
(1964) il film prende in considerazione un periodo intenso della
vita dell’artista e cioè dal 1506, quando si appresta
a realizzare la prima delle statue per il sofferto e mai completato
monumento funebre di Giulio II, al 1513 anno della realizzazione
della volta della Cappella Sistina e della morte del pontefice guerriero.
Realizzato con grande impiego di mezzi e costumi (kolossal), destinato
al vasto pubblico, porta con sé però, il pregio di
aver raccontato, pur con toni ormai troppo enfatici, la faticosa
vita del più grande artista (pittore, scultore, architetto)
di tutti i tempi. E non è poco!
La scena iniziale è un’indimenticabile ripresa paesaggistica
delle cave sulle Alpi Apuane dove per secoli gli artisti hanno attinto
il marmo più pregiato del mondo. L’accento è
posto proprio sulla tecnica di estrazione, di imbracatura del materiale
e dell’utilizzo della forza animale per trasportarlo a valle.
Scene di vera fatica rinascimentale sono anche in altre sequenze,
come in quella dove Michelangelo è costretto a dipingere,
a lume di candela, in posizione supina, col colore fresco che gli
sgocciola sul braccio e sul viso. Altre sono scene di vita di bottega,
quando gli aiutanti preparano i “cartoni” bucando a
tratteggio sulla linea del disegno preparatorio e poi appoggiandolo
sull’intonaco fresco e picchiettandoci sopra con un tampone
di grafite trasferivano il disegno sul muro fresco su cui poi l’artista
affrescava.
Al di là delle scene di contorno tra plebe e nobiltà,
i dialoghi principali sono incentrati sul sofferto rapporto tra
l’artista (un sanguigno Charlton Heston) e il pontefice Giulio
II (un iracondo Rex Harrison) per le due commissioni più
famose a Roma: l’iniziale commissione per la tomba medicea
e la decisione di sospendere il progetto (troppo costoso e troppo
lungo) con l’idea di dipingere la volta della Sistina allora
semplicemente decorata come un azzurro cielo stellato. L’iniziale
contrarietà di Michelangelo (“Sono scultore!”)
lascia il posto ad una meditazione più approfondita sulla
figura umana e sul suo destino. Questo tormento culmina principalmente
in due scene: una intima, dove l’ispirazione della creazione
dell’Adamo è data guardando nel cielo nuvole disposte
e formare le due figure che si toccano con le dita e l’altra
quando, già iniziati i primissimi affreschi, finita la giornata,
Michelangelo si reca in una bettola dove gli viene servito un vino
che sa di aceto e quando alle sue proteste l’oste senza indugio
spacca la botte e dice “Quando il vino non è sincero,
si butta!” Michelangelo capisce che il lavoro appena iniziato
non è buono come dovrebbe e lo distrugge per ricominciare.
Il tormentone del film è la pressante e imperiosa domanda
del papa che chiede “Quando lo finirai?” e la irriverente
e laconica risposta “Quando l’avrò finito!”.
Infine arriva il giorno dell’estasi in cui la volta terminata
è mostrata alla corte papale, al popolo e allo spettatore
con una lunga carrellata diacronica sugli affeschi autentici ma
con addosso la fuliggine e la polvere dei cinque secoli successivi.
L’ultima scena del film preannuncia la successiva indicibile
fatica michelangiolesca: “Un giorno dipingerai qualcosa lì…
in quella parete… magari un giudizio universale… al
lavoro figliolo!” e Michelangelo, uscito anche Giulio II,
rimane da solo nella grande cappella a simbolo della sua grandezza
ineguagliata nei secoli a tutt’oggi. (M.P.Michiel)
L'attore Charlton Heston che interpreta
la figura di Michelangelo