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Pontormo
2003
regia di Giovanni Fago,
con Joe Mantegna, Galatea Tanzi, Massimo Wertmüller, Laurent Terzieff

Synopsi

La vicenda terrena e artistica del Pontormo è qui sintetizzata nell’ultimo anno della sua vita, il 1556. L’artista, il cui vero nome era Jacopo Carucci, era nato a Pontorme di Empoli il 26 maggio 1494 e rimasto presto orfano di entrambi i genitori, viene affidato alla nonna che all’età di 13 anni lo porta a bottega a Firenze. I suoi maestri furono Leonardo da Vinci, Piero di Cosimo, Andrea del Sarto, Mariotto Albertinelli e il Vasari racconta che ancora a bottega da Andrea del Sarto viene lodato da Raffaello che “vide l’opera (una Madonna n.d.r.) et il giovinetto che l’aveva fatta, con infinita maraviglia, profetando di Iacopo quello che poi si è veduto riuscire”(1). Tra i compagni di bottega ebbe il Rosso Fiorentino e tra gli allievi il Bronzino ed altri. Ma la figura più carismatica per lui, fu senz’altro Michelangelo per il quale potè vantare una duratura amicizia e col quale collaborò per alcune commissioni.
Nel 1554, all’età di 60 anni inizia a scrivere il famoso diario, dove annota, in maniera maniacalmente analitica, la sua vicenda culinaria-digestiva e più casualmente episodi collegati alla sua attività artistica: “sabato Batista è venuto per tucti e’ colori macinati e penegli e olio; e la sera cenai dua huova, pere e una mezetta di vino, uve e cacio”(2).
Siamo dunque a Firenze nel 1556, Pontormo è ancora impegnato nella decorazione ad affresco del coro della chiesa di San Lorenzo, affidatogli dieci anni prima dal suo duca Cosimo I (pronipote di Lorenzo il Magnifico) per il quale il Pontormo aveva già realizzato diversi ritratti di lui e della famiglia.
Questa grande commissione, che aveva per tema il Giudizio finale, doveva essere l’atto conclusivo della sua carriera artistica - anche se il confronto con il Giudizio michelangiolesco non doveva essere estraneo alle sue preoccupazioni - , tuttavia non possiamo parlare di emulazione in un àmbito territoriale (Firenze-Roma) e temporale (oltre metà cinquecento) dove la vitalità artistica era potentemente sentita a tutti i livelli sociali e la competizione (oltre le vicende umane) tra gli artisti e tra i committenti (pubblici e privati) era l’humus indispensabile per accogliere le possibilità degli uni e degli altri a favore, ormai, dei posteri. L’emulazione di un grande artista come fu Pontormo verso il genio michelangiolesco, portava con sé uno stimolo potente e non un banale desiderio manierista, riduttivo e fuorviante della situazione culturale del tempo che, in piena bufera conciliare (Trento 1545-1563) dove la libertà di espressione religiosa (fino allora tollerata), comincia a diventare oggetto di inquisizioni e in particolare la nudità dei corpi all’interno dei luoghi di culto. Ma il corpo è un elemento vitalmente importante per l’artista Pontormo e tanto è forte la volontà di scoprirne i segreti che, giustamente, il film si apre appunto su un episodio di cronaca di un’attrice di strada trovata morta affogata e del Pontormo che “approfitta” dell’evento per farne un disegno come già faceva con altri cadaveri “presi a nolo” dal compiacente becchino.
Da qui si snoda la trama del film, in cui gli episodi si susseguono, a volte senza una propria continuità: dialoghi davanti al ritratto di Cosimo I in tenuta da alabardiere; le frequenti cene a casa del suo amato allievo Bronzino; le malinconiche stesure notturne del diario; il lavoro sui ponteggi di San Lorenzo dove scopre una lunga crepa sul muro già intonacato per l’affresco e da dove cade in preda a un capogiro. In tutto questo vero o verosimile raccontare, il regista, per risaltare l’aspetto umano e di profondo coinvolgimento religioso inserisce l’episodio (inventato) della sua simpatia ricambiata per una donna protestante muta, ricamatrice degli arazzi sui suoi cartoni, che accusata di omicidio, viene prontamente da lui difesa davanti agli inquisitori, dovendo poi, a sua volta, difendersi accusato di eresia per la sua opera cioè per le nudità dei personaggi evangelici e per gli angeli senza ali.
Nonostante riesca a superare le tenaglie inquisitorie Pontormo non vedrà ultimato il suo Giudizio (lo farà il Bronzino) e per motivi di ristrutturazione al coro, il muro dell’affresco verrà demolito nel 1738. A motivo di ciò, rimangono oggi, solo i disegni preparatori e quindi non è chiaro quale motivo abbia spinto il regista a far realizzare da mano, a dir poco, inesperta, una ricostruzione del procedere del lavoro dedicandogli più di una indecente inquadratura. Se quelli, dovevano essere i corpi che dovevano rappresentare la sfida a Michelangelo e suscitare l’ammirazione del Bronzino meglio sarebbe stato lasciare agli occhi del Bronzino quella meraviglia che ci avrebbe a sua volta, fingendo, incantato. (M.P. Michiel)


L'attore Joe Mantegna che interpreta la figura di Pontormo

Note
1) Giorgio Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, Vita di Iacopo Puntormo, p. 1008, Edizione integrale, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 1991.
2) L’opera completa del Pontormo, a cura di Luciano Berti, p. 8, Rizzoli Editore, Milano, 1973.


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