La pittura di Marcantonio Bibbiani

Il sogno e la maestria di Marcantonio Bibbiani

In una recente intervista sui suoi ultimi lavori, Jean Nouvel dichiara: ”Comincio sempre con il sogno, poi trasformo in realtà le immagini che ho sognato”.
Un’espressione che sembra fatta apposta per Marcantonio Bibbiani.
Le sue sculture in ceramica (è essenzialmente di queste che ci occuperemo nella presente nota critica) sono un luogo dove dialogano gli spiriti ancestrali degli uomini che, inventando divinità e credenze, scoprono le condizioni dell’esistenza. Un misto di angoscia e di magia pervade lo sguardo nell’attraversamento delle volute e degli anfratti, dell’arditezza delle composizioni e della complessa simbologia dei suoi lavori, in cui conta il massimo dell’abilità epurata da qualsiasi tentazione puramente tecnicistica. Un procedere per fantasiose e ingarbugliate incrementazioni di forme e colori che si avvolgono su se stessi, con soluzioni ardite che attestano una raffinatissima perizia tecnica. Una precisione e un rispetto per la materia implacabili; l’opera in ceramica nasce dalla visione onirica, dall’urgenza di individuare ritmi e assonanze interiori. La qualità culturale si esprime attraverso la ricerca di forme complesse che forzano i limiti stessi del “fare ceramica”; i volumi di Marcantonio sono plasmati come se la creta fosse rimasta morbida, allo stato iniziale, e non avesse subito le necessarie e perigliose vicende della cottura, durante la quale, per l’imperizia o per il caso, tutta l’elaborazione creativa può perdersi. Invece, in Marcantonio, anche allo stato finale, l’opera mantiene il calore, la malleabilità e il tepore della creta: ciò significa totale padronanza del processo produttivo che l’artista riesce a piegare, apparentemente senza fatica, alla sua imprevedibile e incontrastata fantasia. E sappiamo bene che, nella ceramica, gli esiti formali sono il frutto di un attento e meticoloso, talvolta assai faticoso, controllo di tutto il processo produttivo, dalla prima lavorazione, alla coloritura, alle cotture.
Una visione solare della vita, un amore appassionato per ogni manifestazione dell’attività artistica fanno da contrappunto ad un’immaginazione continuamente sollecitata e affollata da suggestioni fiabesche, da stramberie fantastiche, dall’affastellarsi delle simbologie in un gioco di rapporti tra realtà e sua deformazione i cui confini divengono sempre meno netti, sempre più fluidi e impalpabili. E la memoria corre a Gaudì, alla sua capacità di trasformare l’architettura in scultura, al suo dare corpo plastico a interi sistemi simbologici, nel giocare tutto sull’asimmetria e sul colore. “E’ necessario, senza distorcere nulla, lasciare le cose in libera asimmetria. La simmetria è propria di ciò che è piano e volerla inserire nel volume significa toglierle adattamento e carattere e ottenere una freddezza costosamente inespressiva”. E, sul colore in architettura:” I greci, i cui templi erano di un marmo cristallino come lo zucchero, trasparente e di una bellezza per niente volgare, non esitarono a dipingerli perché il colore è vita e noi non possiamo sottovalutare questo elemento per poterlo infondere nelle nostre opere”.
Fantasiosa asimmetria, efficaci contrasti di colore, accostamenti imprevedibili e inaspettati di complessi apparati simbolici che spesso sconfinano nell’esoterismo sembrano essere, appunto, i principali caratteri distintivi dell’opera di Marcantonio Bibbiani.
Eccone alcuni esempi.
In Picasso in impronta, la materia è morbidamente plasmata e sfrangiata, come un organismo in divenire, materia viva, frammento di esistenza su cui si stampiglia, assecondando la contorsione del materiale, l’impronta, il decoro di una delle più conosciute ceramiche picassiane che emerge da un vibrante fondo di smalto azzurro. Ma, nella sua perenne trasformazione, la materia mantiene anche un suo interno, una parte più recondita in cui l’impronta rivela la sua consistenza plastica; scompare l’intervento decorativo per lasciare il posto all’elemento strutturale e il rapporto fronte-retro, esterno-interno, attraverso il contrasto tra la terra rossa e la pittura a engobbio, rivela la magia della creazione ceramica. Magia e mistero: l’impronta del maestro plasma la materia, la trasforma, le dà concretezza, evidenzia l’atto stesso del creare che è fatto, appunto, di quella capacità di trasformare poeticamente e, qualche volta, provocatoriamente un’idea, un pensiero, un’intuizione, un sentimento, o tutto quanto insieme. L’impronta del grande artista diviene un segno indelebile, un atto proiettato nell’eternità; la materia ne è per sempre segnata; e lo stesso accade anche per il lontano convinto e cosciente discepolo.
In Libris, mito, visioni alchemiche, esoterismi si intersecano in una composizione fiabesca. Lo smalto bianco della struttura principale – un incastro di semicilindri irregolarmente plasmati e articolati da improvvise aperture che lasciano intravedere gli anfratti interni da cui emergono disarmanti simulacri umani– è amorevolmente aggredita da dinamici e mossi inserti aggettanti dai colori intensi e dalle simbologie fantasiose e intricate, quasi materia inerte agitata da inconsuete folate di misterioso vento, pagine di libri scompigliate e corrose dalla fantasia e dalla memoria. Sul retro, tremolanti partizioni spaziali scandiscono il dorso e sono dominate dalle figure di Hermes e Atena modellate in modo avvolgente e sensuale, sul punto di unirsi in un amplesso che sta ad indicare il fondersi di sapienza, prudenza, astuzia, pura sessualità e amore assoluto. E’ evidente l’interesse dell’artista per tutto quanto va al di là del sondabile a controllabile attraverso l’intervento normalizzante della ragione. Pieni e vuoti, intersezioni e intersecazioni di spazi e di forme, si alternano nel variare del rapporto tra luce e ombra risolto talora in morbidi passaggi, talaltra in forti contrasti cromatici.
Altra e più complessa articolazione formale appare nell’Appeso, il dodicesimo Arcano. Dentro una nicchia verticale, aperta sul davanti, una sorta di tabernacolo, è inserito, col suo vivido nitore, il corpo dell’appeso, attraversato da un asse rosso che sbuca, sul retro, da un foro aperto nella copertura curvilinea da cui la nicchia è chiusa. Il fondo del tabernacolo vibra di ondulazioni bianco-celesti trapassate, in alto a destra, da un’esplosione di raggi solari; il volto dell’appeso, che nell’iconografia tradizionale tradisce un’apparente serenità, scompare sotto il bordo inferiore. Il fondo è attraversato a metà da una sottile, quasi impercettibile linea di demarcazione (il lieve, ma infrangibile limite tra la vita e la morte o la linea della trasmutazione?) Il corpo dell’appeso, con la sua superficie traslucida, vibra di candidi bagliori luministici ed emana una forza spirituale e un ascendente psichico di grande intensità. Dalle sue energie vitali nascono onde misteriose che, propagandosi, diffondono tutto intorno impulsi vitali, messaggi di generosità e di dedizione. Emerge, così, con estrema evidenza, il suo immolarsi per una causa ideale: la conoscenza, la rinuncia ai propri interessi per fini superiori, l’abbandono della vita materiale per la vita spirituale.
Tutta la superficie esterna del tabernacolo è mossa da irregolari aperture in forma di stella, in un continuum spazio-temporale che travalica i limiti ristretti della pura razionalità e si espande in un’infinita catena di anelli fantastici.
Marcantonio Bibbiani, lo possiamo affermare con certezza, ha intrapreso una strada di notevole originalità in cui si intersecano componenti tra le più diverse: intelligenza, sensibilità, accesa fantasia, sincero entusiasmo, autenticità di sensazioni e immediatezza di sentimenti si intrecciano con continuità e utilizzano al meglio la perizia tecnica e la cultura figurativa che l’autore possiede in abbondanza. Una strada di indubbia originalità i cui limiti, i cui sviluppi non sono dati a vedere, poiché la sua passione, il suo desiderio, la sua voglia di sperimentare materiali e tecniche, di provarne le resistenze anche in condizioni estreme appaiono inesauribili (da non trascurare la sua attività calcografica, sostenuta, anche in questo caso, da apprezzabile perizia tecnica, l’illustrazione e, di recente, anche il racconto scritto).
Il ciclo delle opere realizzate per la mostra di Pietrasanta ne è un’ulteriore convincente testimonianza. Con le quindici sculture in ceramica – sintesi del suo attuale momento creativo in cui vari linguaggi si contaminano arricchendosi vicendevolmente sotto la guida spericolata di una fantasia lasciata correre a briglia sciolta – alcuni suoi consolidati stilemi si compongono e si articolano in un sistema espressivo in cui organicità e invenzione si incontrano con grande efficacia: il simbolo grafico a stella che trafora con imprevedibile irregolarità le superfici; la nicchia-tabernacolo che racchiude ogni scena rappresentata; la capacità di plasmare con freschezza forme e colori; il saper passare con naturalezza dalla concretezza di figure riconoscibili alla suggestione di forme astratte, da frammenti di realtà a impalpabili e, insieme, fantasmagoriche, divertite visioni oniriche. Dal candore del primo “Paesaggio giapponese” in cui il contenitore-tabernacolo è traforato in vari punti dal simbolo-stella sottolineato ai bordi da incisivi segni scuri, quasi trasposizione nello spazio della sua ricerca calcografica, a “Quello che resta” dove il vuoto prevale sul pieno e le pareti sono quasi del tutto scomparse, erose, segnate - nei bordi dei monconi rimasti - da intense colate di giallo, di bianco e di rosso, alla divertita “Conversazione celeste”, dove, al contrario, le spesse pareti della nicchia si affollano di angelici volti e azzurri nimbi.
E’ un racconto fantastico con chiari riferimenti ai fascinosi mondi delle fiabe, un racconto che si snoda per meraviglie e analogie, non per nessi logici, la cui continuità è data dall’interrelarsi delle forme e dei colori e dalle spericolate evoluzioni immaginifiche. Come nella sua fiaba “Il Diavolo e la pecora gialla”, una sorta di divertita e serena introspezione attraverso lo specchio della coscienza e il diaframma del sogno (senza Alice!).
Marcantonio Bibbiani narratore, grafico, illustratore, scrittore, scultore, architetto: diverse, infinite sfaccettature di una multiforme personalità che fa della entusiastica, appassionata, meravigliata, consapevole elaborazione fantastica una ragione di vita; o, meglio, il fil rouge della sua esistenza.

Ilario Luperini
Critico d'Arte