| La pittura di Branimir
Antonov
[...] Dopo il 1830 al rinnovamento politico in Bulgaria si accompagna un risveglio artistico e la Francia con Parigi come capitale dell’Arte influenza gli artisti, i pittori ed i scultori, che apprendono la lezione dagli impressionisti volgendo il loro sguardo al surrealismo ed all’espressionismo.
La caduta del muro di Berlino nel 1989, simbolo di rinascita, non è tuttora riuscita completamente ad abbattere l’ottusità delle menti, mortificando ancora una volta i pensieri ed i progetti di libertà e l’artista, sempre unico, da solo, grida per farsi sentire.
Branimir Antonov, nato nel 1953 a Varna, in Bulgaria, studia presso le scuole d’Arte, conseguendo una laurea presso l’Accademia di Tarnovo come grafico e lui stesso insegna arte dal 1994 al 2003.
Il suo percorso di vita, attraverso i suoi studi e la sua ricerca artistica, lo portano oggi a Roma in una mostra collettiva dal titolo «Le Vie dell’Astrazione» in una sede, ormai non più inusuale ad eventi d’Arte, lo storico Museo della Fanteria, vicino alla chiesa di S. Croce in Gerusalemme. Le opere qui presentate sono su tavola, supporto congeniale alla ricerca astratta di Antonov, fatta di superfici invetriate, smalti colati e poi graffiati, laddove il fuoco e l’acqua hanno lavorato per l’artista affinché la materia si fondi e si trasformi in una superficie di gesso impalpabile che scolando si trasforma in avvolgente cera molle creando emozioni che bloccano lo spettatore davanti ai suoi lavori.
Antonov non si uniforma nella sua terra ad un’arte di regime ed è costretto a trovarsi un suo spazio per portare avanti autonomamente la sua ricerca astratta. Apre ad altri pittori e scultori, di diverse generazioni, il suo studio/galleria d’arte, dove può lavorare, progettare e produrre opere e, col confronto diretto con diverse tendenze, tiene viva la sua creatività, in un interessante incontro con i visitatori. L’insegnamento privato cui si dedica dà una parvenza di normalità alla presenza attiva di Antonov nella sua nazione ed è la strada che l’artista decide di percorrere per far si che il suo pensiero non rimanga soffocato. In questa situazione, l’uscita di Antonov dai confini nazionali è importante più che in altri casi e saremmo perciò maggiormente lieti di incontrare in una sua personale l’artista qui nella nostra capitale, che non conosce barriere ideologiche e dà spazio a tutte le tendenze artistiche.
Giusi Maletta, Docente dell'Accademia di Belle Arti, Roma
Definire il lavoro di Branimir Antonov può non sembrare semplice, ma in realtà c’è una parola chiave che racconta il nucleo dell’universo di quest’artista. La parola magica è « MATERIA ». Dietro i lavori di Branimir si intravede chiaramente il rapporto carnale che quest’uomo ha con la materia dell’arte, che non è da lui semplicemente usata, ma plasmata, fusa, manipolata, come le carni di un’amante tra le mani ardite di un uomo. Attraverso questa sorta di disinibito rapporto d’amore che, come tutti i rapporti d’amore, comprende in sé delicatezza e violenza; i colori, ma anche le resine, gli stracci, la calce, divengono altro, si compongono nell’esperienza creativa trasformandosi in meravigliose opere che suscitano forti momenti contemplativi in chi li osserva.
La magia dell’incanto di opere spesso monocrome e comunque sempre raffinate, non è raggiunta attraverso un rapporto di delicato rispetto del creatore nei confronti della materia artistica, ma con l’abbandonarsi ad un rapporto che è sensuale, fatto di momenti intercorsi tra l’autore e l’opera che ruotano intorno alle parole sciogliere, plasmare, toccare, torcere, intrappolare; momenti in cui, a lavoro finito, è impossibile definire fin dove l’artista nell’impeto creativo abbia sciolto, plasmato, toccato, torto, intrappolato l’opera, o non sia stato poi tutto sommato sciolto, plasmato, toccato, torto, intrappolato, nell’opera, sull’opera, dall’opera, in uno scambio continuo di ruoli che passa dal creare alla creazione senza soluzione di continuità.
E’ per questo che i lavori di Branimir stregano chi guarda, perché arriva attraverso essi l’irruenza di una vibrazione dei sensi che, prima di divenire parte oggettiva del quadro, è stata profondamente, oserei dire visceralmente, parte dell’anima e finanche del corpo dell’artista.
Marina Zatta, Associazione culturale Soqquadro, Roma |