| La pittura di Annigoni
A differenza di altri Autori, è molto difficile una corretta
interpretazione dell’Annigoni pittore separata da quella dell’Annigoni
uomo ed è forse per questo che gran parte delle troppe cose
scritte su di lui si è rivelata vacua e fuorviante.
Bisogna considerare, infatti, che, pur avendo scelto la pittura
come forma privilegiata di espressione, e pur dovendo ad essa la
sua celebrità, Annigoni fu anche scultore, incisore, letterato,
architetto ed appassionato conoscitore di musica, di teatro, di
filosofia, così come di ogni altra branca della cosiddetta
cultura umanistica.
Né si accontentò di attingere ai libri, ai musei,
alle pinacoteche ed a quanto i media sempre più sofisticati
gli mettevano a disposizione, perché fu anche viaggiatore
instancabile, a piedi così come con ogni altro mezzo, spostandosi
da un continente all’altro con uno spirito che non fu mai
quello del turista, ma piuttosto dell’esploratore, spinto
dalla sete di conoscere e teso a fare di ogni viaggio un’occasione
di crescita interiore e di approfondimento del proprio lavoro.
Fu l’ "uomo", infatti, con i suoi splendori, le
sue contraddizioni, le sue mille lingue e civiltà, le sue
miserie, la prima fonte di ispirazione di Annigoni che intorno all’
"uomo" costruì fino a confonderle in maniera indissolubile
la sua vicenda personale e quella di artista, riuscendo a mantenere
un improbabile equilibrio tra la commossa, intima, partecipazione
a quanto avveniva intorno a lui ed il distacco aristocratico dell’osservatore
disincantato.
A parte i ritratti, dove l’interesse per l’uomo e per
l’introspezione psicologica sono di per sé evidenti,
anche la natura ed i paesaggi, di cui è così ricca
la produzione annigoniana, non sono quasi mai fine a se stessi,
ma recano, immanente od esplicito, un richiamo sostanzialmente antropocentrico.
Perfino nei soggetti religiosi che, nonostante la fondamentale
laicità di Annigoni, lo affascinarono al punto di dedicarvi
quasi per intero il ciclo dei suoi affreschi, la componente umana
prevale su quella divina. O meglio, vi è protagonista l’anelito
dell’uomo ad affrancarsi dal dolore tramite una fede che resta,
tutto sommato, irraggiungibile.
Annigoni fu dunque uomo colto, irrequieto, avido di sapere, eclettico,
portato alla sperimentazione, insofferente, propenso talvolta ad
abusare della sua superiorità intellettuale, istintivamente
rivoluzionario, ma, al tempo stesso, rigido testimone di alcuni
valori da lui ritenuti indispensabili, in nome dei quali fu capace
sempre di autoimporsi una ferrea disciplina.
Formatosi sul pensiero di Benedetto Croce, da lui liberamente rielaborato,
ne mutuò, sul piano politico, il rifiuto del regime fascista
e del nazismo, sul piano sociale, l’attenzione verso gli emarginati
unita all’indifferenza per i privilegi mondani e, soprattutto,
sul piano dell’arte, il concetto dell’indissolubilità
dell’estetica dall’etica.
Il motivo profondo che determinò la scelta di Annigoni per
il genere figurativo e per la priorità del disegno, nonostante
che una capacità tecnica quasi sovrumana gli aprisse la strada
verso qualsiasi forma di espressione, fu proprio l’intima
certezza che solo nel figurativo l’artista si assume la piena
responsabilità del suo messaggio, limitandosi a chiedere
l’attenzione e non la complicità di chi osserva (P.
ANNIGONI, "Nudi. Sul disegno di Pietro Annigoni", Ed.
"Il Fauno", Firenze, 1972).
Ma, arrivati a questo punto preferisco cedere la parola ad Annigoni
stesso che, nel 1945, poco più che trentenne, presentò
la sua prima monografia delineando la sua posizione ed il suo impegno
nell’arte figurativa con una lucidità ed un rigore
ai quali non venne mai meno, a costo di pagare tanta coerenza con
una profonda solitudine che le luci della ribalta ed il successo
non riuscirono mai a mitigare.
"... Così eccomi malvolentieri con la penna in mano.
Infatti, benchè consapevole che i vari frutti del mio lavoro
non hanno ancora raggiunto quel livello che li esenterebbe da una
qualsiasi giustificazione che già non fosse in loro insita,
non è precisamente a parole che desidero giustificarmi. Eppoi,
scrivendo, mi sarà difficile evitare un tono polemico, forse
fuor di luogo, se vorrò trattare della mia attività
inquadrandola nel nostro tempo.
Che io mi senta vitalmente parte in causa vien da sé; d’altro
lato mi rendo conto che l’opera mia, per quanto incompleta,
si delinea nettamente in contrasto alle correnti contemporanee fino
al punto di sembrare anacronistica. Ma se è legata alla riverente
ammirazione e nostalgia per la formidabile sapienza dei maestri
del passato che ha permesso loro di farci il meraviglioso racconto
che tutti sappiamo, a ispirarla e nutrirla di quell’insegnamento,
v’è un bisogno tutto mio di rappresentare umane storie
ambientate secondo quanto mi detta, attraverso la fantasia, la mia
esperienza di vita.
Ma non si deve credere che io mi senta estraneo e indifferente a
quanto si fa intorno a me. Tutt’altro. Ho seguito e seguo
col massimo interesse ogni manifestazione d’arte contemporanea,
in Italia e fuori d’Italia, e sempre sto in ascolto. L’inno
che ho sentito echeggiare glorioso dal Piccio a Renoir e poi dissonante
prender la via dell’equivoco con Cézanne, preannunziando
una nuova accademia, oggi lo sento riecheggiare, per esempio, intermittente
ma genuino, fra le inquietudini di Carena, perdersi con la sapienza
ambigua di De Chirico, spegnersi nello smorto silenzio di Soffici.
Inoltre, tralasciando gli sterili tentativi di ritornare mediante
sintesi comode e compiacenti a un male inteso
primitivismo, sento benissimo come certe parole preziose di un
Tosi, di un Morandi, di un De Pisis, rivelino agli iniziati deliziose
sfumature dei sensi, sbocciando talvolta in gemme di pura poesia.
A dire il vero il canto in piena libertà di simili sirene
mi ha, a volte, vivamente attirato, senonchè proprio quella
loro libertà senza controllo che li svincola dal rispetto
di principi che ora più che mai ritengo indispensabili e
universali, mi insospettiva, e il presentimento che proprio lì
fosse da ricercarsi l’origine di un qualcosa che infine, prevalendo,
tarpa loro le ali, costringendoli in un piccolo mondo, imitatori
e da ultimo stanchi ripetitori di se stessi, rafforzava la mia istintiva
diffidenza.
Si è creata una ben strana situazione oggi nel campo dell’arte;
qualche volta imbarazzante come se, passando in altro campo, si
fosse voluto a suo tempo abolire il tranvai a cavalli senza averci
quello elettrico per sostituirlo. Può darsi che questa volta
il bisogno di rinnovamento, che mai vien meno nell’uomo, ci
abbia giocato un brutto tiro, spingendo alcuni audacemente spogliati
d’ogni bagaglio, in generose avventure verso l’ignoto,
forse più per reazione disperata alla monotona opera dei
molti che riducevano a schemi vacui e qualche volta ignobili le
conquiste dei grandi maestri, che per illuminata fede nella loro
nuova affermazione.
Si sono spinti, costoro, verso l’ignoto, coinvolgendo nello
sdegno verità e contraffazione e trascurando anche quei mezzi
necessari all’esistenza e allo sviluppo dei loro tentativi.
Per quanto mi riguarda, le uniche novità che mi stanno a
cuore e che mi spingono a fare, sono le mie gioie, i miei dolori,
le mie emozioni e i miei entusiasmi nella vita come mi è
stata concessa, in quel mondo che è il mio. Né so
se sia novità seguir decisamente il proprio istinto e, innanzitutto,
disegnare e disegnare, agognando di giungere a costruire con schietto
carattere le parti e logica armoniosa l’insieme.
Con questo scopo, nella fede di riconquistare qualcosa dell’antica
meravigliosa esperienza, di quel mestiere che, purtroppo, è
andato perduto, ho lavorato sodo e senza transazioni fino ad oggi,
in una solitudine che a troppi giovani fa spavento. Ma tanto più
sarò padrone di que’ mezzi concreti che certa infatuazione
poetica depreca, tanto più chiaramente esprimerò il
mondo lirico che vive in me e del quale non dubito.
Aggiungerò a tal proposito che non posso fare a meno di
sorridere quando certuni mi rimproverano o mi concedono troppa abilità:
non sanno o non vogliono capire che ho bisogno di una ben maggiore
abilità; e intendo proprio abilità di mano e di occhio,
che se poi ha da essere diversamente intesa, quei tali, evidentemente,
non si accorgono che le loro pennellate alla moda sono ben altrimenti
abili che le mie. Per il racconto umano che io voglio fare rinunzierò
dunque alle paroline preziose e adotterò un linguaggio comune
che sia inteso dai più, ma non per questo, penso, lambiccato
e manchevole.
Così posso concludere, che a parole ho detto troppo. Quello
che più conta mi auguro di poterlo dire chiaramente e, il
più chiaramente possibile, con la matita e col pennello"
(P. ANNIGONI, Annigoni, Ed. Gonnelli, Firenze, 1945).
Benedetto e Pietro
Annigoni
Il volto
duro e fragile che conquistò Annigoni
Dal
volto contratto e segnato dalla vita di un mendicante a quello austero
e levigato di una regina il passo può essere relativamente
breve, se a dipingere sia l'uno che l'altro è la mano ispirata
dello stesso artista. Pietro Annigoni da Firenze, celeberrimo ritrattista
del '900, visse la favola che lo portò, letteralmente, dalle
stalle alle stelle. Per vent'anni si era barcamenato tra i soggetti
più svariati, sublimando per lo più volti di spiantati,
gente di strada, di umile condizione, poi, un bel giorno del 1954,
il destino decise di posargli la sua mano fatata sul capo. La Regina
Elisabetta II d'Inghilterra lo chiamò perchè intendeva
farsi fare un ritratto. Annigoni era imbarazzato al punto da voler
rifiutare l'incarico. E' vero che a quell'epoca aveva già
all'attivo tanti successi internazionali, era stato all'Esposizione
Internazionale di Parigi e aveva fatto già quattro mostre
a Londra (la quinta, quella alla Wildenstein & Co, gli valse,
poi, l'interesse della regina), ma ritrarre Sua Maestà era
troppo. Così pose in atto una ingegnosa forma di ostruzionismo,
che avrebbe dovuto indispettire la regina al punto da farle abbandonare
il progetto: le fece dire che per portare a compimento l'opera gli
erano necessarie ben 22 sedute di posa. Un'esagerazione anche per
la più paziente delle modelle. Elisabetta II, però,
non solo non si spaventò all'idea, tanto doveva essere motivata
nel suo intento, ma rispettò la volontà dell'artista.
Da quel momento si aprì per il fiorentino una stagione densa
di soddisfazioni, fece ritratti ad altri membri della Casa Reale
Inglese, allo Scià di Persia Reza Pahlavic e a Farah Diba
e poi a molti altri potenti della Terra. La sua notorietà
crebbe a dismisura. Ormai, seppur negletto in Patria, Annigoni era
ricercatissimo all'estero, da personaggi di alto rango e naturalmente
dalla stampa. La sola rivista Time gli dedicò ben
sette copertine.
Ma la sua avventura con Elisabetta non era ancora finita. Quindici
anni dopo, nel '69, la regina tornò a farsi viva. Voleva
un nuovo ritratto. Annigoni ne fu entusiasta. Questa volta gli bastavano
solo 8 sedute perchè avrebbe dovuto fare solo un mezzobusto
della regina che poi avrebbe portato con sé a Firenze ed
avrebbe usato come canovaccio per un quadro di più grandi
dimensioni, a figura intera. Tutta la sua attenzione era dunque
rivolta al viso di Sua Maestà di cui voleva cogliere ogni
piccola smorfia, da cui "rubare" ogni emozione possibile.
Sia in occasione del primo ritratto sia del secondo, il pittore
tenne un diario (pubblicato nel '71 ad opera della scomparsa casa
editrice Il Fauno) delle sedute di posa con la regina in cui descrisse
con efficacia le ansie e le curiosità di una donna forte
ma un po' sola, oberata da tante responsabilità. Una donna
difficile da ritrarre perchè "il tempo l'ha come masticata.
Tutto in lei è più minuto: in qualche modo più
fragile, in qualche modo più duro", e poi "...è
mobilissimo il suo volto, incerto... indeciso... sembra sorridere
e si rinchiude con una contrazione di tutti i muscoli...".
Elisabetta era anche sufficientemente indisciplinata, l'atelier
allestito all'interno della Yellow Drawing Room di Buckingham Palace
era troppo angusto per lei. "Si incuriosisce di qualcosa che
vede fuori dalla finestra e allora sembra un animale in gabbia che
pianga quasi, pur di essere lasciato libero...", questo è
il rassegnato lamento che l'artista consegna alla sua penna, non
potendo certamente richiamare all'ordine Sua Maestà. In realtà
Annigoni si era affezionato alla regina e questa a lui. Parlavano
di politica internazionale, di arte e... del famoso cambio della
guardia che proprio lei non era mai riuscita a godersi come potevano
fare le migliaia di turisti assiepati davanti ai cancelli del Palazzo.
Il ritratto del '69 fu consegnato ad Elisabetta ma il quadretto
con il mezzobusto rimase a Firenze. Alla morte di Annigoni andò
alla sua famiglia e poi fu venduto a un collezionista. Oggi viene
rimesso in vendita. L'avvocato Enrico Cagli di Fano, incaricato
della transazione, non si sbottona più di tanto sul valore
dell'opera ma trattandosi di un pezzo da... favola reale, forse
non è così importante saperlo.
Marco Merola per "Gente
Mese"
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