La pittura di Marco Angelini

La materia diviene spazio e misura

L’opera del pittore Marco Angelini è riconoscibile nel linguaggio del colore, nella definizione suggestiva dello spazio, nella preziosità allusiva dei materiali usati. L’immaginazione del pittore è impegnata in una narrazione evidente e liberatrice, in una evocazione di spazio forma-tempo-colore. Non si può parlare di cristallizzazione, per la sua opera, in cui alle “qualità tattili sontuose” della orchestrazione cromatica si accompagna una intensa attenzione alla individuale, irripetibile varietà di particolari materiali identificati. La soluzione compositiva è compatta e discretamente calibrata, fondata sulla rispondenza ritmica tra le parti. La declinazione stilistica di Angelini è strettamente legata ai problemi strutturali posti (New York, Segni urbani): significativa rispondenza spaziale degli elementi strutturali, e identificazione tra l’euritmia delle frequenze assemblative e la modulazione proporzionale dello spazio risolto nella fisicità d’insieme, ed in cui entra a far parte attiva l’elemento urbanistico rivisitato fino all’astrazione del racconto metropolitano. All’evasività, pur in uno schema di equilibrio riassuntivo, si oppone una misurazione degli spazi continua e inalterabile; un’esattezza delle fruizioni ascritte nel possibile da un colore puro e rifrangente si pone come radice ideale alla tempo-civiltà in cui, superate le vicinanze iconografiche convenzionali, Angelini fa si che la materia luminosa divenga spazio e misura, generando le immagini, isolandole ed insieme rapportandole, stabilendo una fisicità di luce primordiale ed insieme modulata fino all’astrazione. Una luminosa colata, che accompagna la forma e la sua tonalità è base all’orchestrazione complessiva. Il materiale extrapittorico impiegato è posto nello stacco dei piani prospettici, confronto del complesso tonalismo modulato con determinata e raffinata occasione; una energia compressa e titanica nel ritmo delle assonanze compositive, forma un blocco modellato liberamente dalla luce. L’opera di Angelini vive una definizione luminosa, un design rigoroso, secondo idealizzazioni astrattive di tipo armonico e una costruzione organica; attraverso accensioni delle strategie immaginative, una semplicità compositiva quasi slegata, un’improvvisazione che è della vita e non può essere della stilistica. Il problema di Angelini, a questo punto, non è solo strettamente pittorico, ma è anche ideologico. La responsabilità umana è molto più grande di quello che potremmo supporre, poiché essa coinvolge l’umanità intera. Arte come identità della storia degli individui. Angelini assume un impegno ed è consapevole di essere non soltanto colui che sceglie l’identità di un opera d’arte, ma anche colui che sceglie, nello stesso tempo, di essere voce attiva tra gli individui nel senso della storia.

LIVIO GARBUGLIA


Marco Angelini: i segni dell'esistere

La sua visione del mondo viene impressa nelle sue tele fatte di materiali più disparati: lastre sottili di alluminio, rame, cotone.
Imprime su di esse oggetti comuni come chiodi, forbici, bulloni, coltelli, molle; oggetti semplici che hanno una loro storia perché nati e vissuti con l’utilizzo di qualcuno, chissà in quale spazio e tempo.
Hanno una vita lunga e come tutte le storie portano con sé i segni del logorio del tempo.
Marco Angelini li sceglie con un impeto emozionale, esistenziale, e per il segno che, intuitivamente, l’oggetto può lasciare sulla tela.
Li sceglie per poi applicarli. Li lascia così, soli nel loro divenire, nel loro trasformarsi come materia. Una volta estrapolati rimane ciò che è la loro storia esistenziale, il segno del loro tempo che poi l’artista Marco Angelini con “bloccaruggine” congelerà per sempre.
E’ l’esistenza che corrode, che ti cambia, che ti lascia con una stasi perfetta.
Fotografie dell’oggetto fatte con la ruggine, sagome di ciò che è esistito, e del come l’esistere modifichi la struttura della materia, metafora del corpo e della vita che passa.
Segni che parlano senza alzare la voce, ma quasi sottovoce, come sospiri, eleganti nel loro porsi, mai ridondanti e sfacciati, coerenti con una delle linee guida dell’estetica del fare artistico di Marco Angelini, dove tutto, ma proprio tutto, sembra reggersi in un equilibrio che da un momento all’altro potrebbe crollare.
I materiali che utilizza, come cellophane o altre plastiche che spesso coprono paradossalmente per mettere in evidenza l’oggetto nascosto, sono così sottili che danno il senso di precarietà del materiale usato.
Anche quando usa il rame e l’ottone tutto appare così fragile, come se la materia stesse per rompersi, per lacerarsi drammaticamente.
Marco Angelini con un linguaggio fatto di segni di ruggine e materiali ci parla dell’esistere e del resistere. Ci parla di noi.

PAMELA CENTO

Pamela Cento, sociologa e critico d’arte, ha ideato e presentato numerosi eventi artistici presso importanti istituti pubblici e privati tra cui ricordiamo: Accademia Nazionale delle Scienze (Roma), Università degli Studi La Sapienza (Roma), Istituto per gli Alti Studi Filosofici (Napoli), Teatro Ateneo (Roma), Galleria d’arte Italarte (Roma), Centro Studi ’70 (Napoli).